’O pernacchioDal sud al nord: la vera storia dell’emergenza rifiuti

Napoli, cumuli di spazzatura agli angoli delle strade e sui marciapiedi; gente che cammina trattenendo il respiro, con una mano davanti alla bocca e gli occhi chiusi. Mosche, ratti, emergenza malat...

Napoli, cumuli di spazzatura agli angoli delle strade e sui marciapiedi; gente che cammina trattenendo il respiro, con una mano davanti alla bocca e gli occhi chiusi. Mosche, ratti, emergenza malattie: uno scenario assurdo, che giornali e politici non hanno esitato nemmeno un secondo a raccontare secondo il loro punto di vista. Era il 2010 e il capoluogo partenopeo faticava: lo smaltimento dei rifiuti era diventata una questione nazionale, con interventi – più o meno regolari – della Protezione Civile, decreti governativi ad hoc e commissioni di vigilanza.

Ad oggi, 2013, cominciano a venire fuori i primi nomi. Che, sembrerà incredibile, non sono né del napoletano, né del triangolo della morte, zona ad alto rischio della Campania. Sono invece del nord: del Veneziano, volendo essere precisi. E si tratta di imprenditori, uomini di affari senza scrupoli che, vinto l’appalto per lo smaltimento rifiuti più di 3 anni fa, hanno tardato la raccolta, creato l’emergenza e sfruttato la situazione per aumentare i propri utili. La società si chiama Enerambiente; il suo titolare, invece, Stefano Gavioli, arrestato con accuse gravissime. La difesa urla al capro espiatorio, ma le indagini hanno portato anche ad altre persone: Paolo Bellemio, Maria Chiara Gavioli, Giuseppina Totaro, Stefania Vio, Loris Zerbin, Giovanni Alfieri, Manuela Furlan, Mario Zavagno, Giovanni Faggiano, Enrico Pradin, Giancarlo Tonetto e Giorgio Zabeo.

L’Enerambiente, con utili e passività divise tra società satellite sparse in Italia e all’estero, avrebbe prima vinto la gara per il trattamento dei rifiuti a Napoli per 120 milioni di euro, poi, benché insolvente, avrebbe chiesto – ed ottenuto – prestiti milionari dalla Banche veneziane. A causa dei suoi ritardi, l’amministrazione campana dovette acquistare nuovi mezzi per la nettezza urbana. E dopo altre 5 gare, a cui l’Enerambiente non potè partecipare per un fermo antimafia, l’ASIA, costretta dalla mancanza di assicurazioni sui mezzi delle società vincitrici, dovette prorogare di un altro mese il contratto alla stessa Enerambiente. Pena, altrimenti, il pagamento di una multa di 900mila euro.

Più che emergenza napoletana, insomma, si sarebbe trattato di emergenza nazionale: di disonestà, appalti truccati e cattiva amministrazione; di camorra e malavita, di gente avara e ossessionata dai ricavi. A pagarne le conseguenze sono stati i cittadini, come al solito: in un boom mediatico senza precedenti, la storia che ci è stata raccontata per tanto, troppo tempo non è altro che la punta dell’iceberg; solo oggi, a tre anni e più di distanza, si comincia a scavare e a scoprire cosa successe veramente durante l’emergenza del 2010. Presa tra due fuochi, con uno Stato lento e altamente burocratizzato e privati pronti a tutto pur di aumentare gli introiti, una via di mezzo tra imprenditori e malviventi, Napoli è stata sommersa dalla spazzatura: non solo quella chiusa e stretta nei sacchetti di plastica nera; ma pure quella dell’opinione pubblica, di una politica che non ha esitato a puntare il dito e a sentenziare, forte delle sue poltrone e della sua lontananza dai luoghi della crisi, contro la popolazione colpita.

Twitter: @jan_novantuno

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