L'Aquila Blog. Opinioni a confronto sui fatti che contanoL’Aquila, polo elettronico: siamo sempre punto e a capo

Un po’ di spocchia, tanta prosopopea e una buona dose di superficialità nei fautori a tutti i costi dell’insediamento Accord Phoenix, l’azienda anglo-indiana impegnata nello smaltimento degli appar...

Un po’ di spocchia, tanta prosopopea e una buona dose di superficialità nei fautori a tutti i costi dell’insediamento Accord Phoenix, l’azienda anglo-indiana impegnata nello smaltimento degli apparati elettronici che dovrebbe insediarsi nell’ex Finmek, riassorbendo circa duecento lavoratori del polo elettronico aquilano.

Non basta, ma davvero non basta, dire: ‘ci pensa Invitalia a valutare il progetto industriale’.

Avete fatto cambiare idea, legge e beneficiari al Cipe, e ancora non avete una validazione del progetto, una attestazione di credibilità e fattibilità, e già pensate di dare 15 milioni di euro (certi) di contributo pubblico a fronte di un investimento (tutto da dimostrare), per un totale di 45 milioni?

Vi siete basati, come avviene nell’autenticazione delle firme, sulla conoscenza personale?

O forse qualcuno è già a conoscenza dell’esito delle valutazioni di Invitalia? Ma perché non si parla chiaro, una volta e per tutte, in questa città? Vogliamo ricordare cosa successe ai tempi dello smantellamento del cosiddetto polo elettronico aquilano, allorquando si viveva una situazione molto simile a quella attuale?

Ci ricorda Monica Pelliccione, nel libro “L’Aquila e il polo elettronico: Retroscena di una crisi”, come negli anni Ottanta, l’Italtel occupava 5.000 operai. «Un numero destinato a decrescere con l’andamento altalenante del mercato, che fa perdere all’Italtel quasi 2mila occupati. La fabbrica di Pile cambia continuamente cartello, da Italtel a Siemens, tutt’intorno spuntano aziende satelliti, destinate a vita breve. È il caso dell’Ada e del Calzaturificio aquilano, entrambe chiuse per fallimento».

Una storia di tanti anni fa, che ritorna di attualità in modo sconcertante.

Il Calzaturificio Aquilano nasce dalla Società Rema srl con capitale sociale 20 milioni, priva di dipendenti. A inizio novembre 1995 vengono presentati i sigg. S. Cruciani e C.M.Raimondi, rispettivamente come titolare e direttore del Calzaturificio, che non facevano parte dell’assetto societario, il primo per pendenze giudiziarie, il secondo perché ancora dipendente di una banca. Il 14 dicembre 1995, esattamente 10 (dieci) giorni dopo il passaggio dei dipendenti, il Raimondi informa delle difficoltà finanziarie. La società, dichiara ancora Raimondi, presenta una molto modesta consistenza patrimoniale ed i soci non dispongono di beni personali. L’accordo sottoscritto da Alenia e Calzaturificio prevedeva una garanzia di almeno 3 anni di lavoro. Il 22 settembre 1997 il Calzaturificio miseramente fallisce.

I soldi pubblici sono al sicuro, i lavoratori cominciano una odissea incredibile, vittime degli sciacalli e di una politica sempre pronta a strumentalizzare la loro disperazione.

Quante analogie con l’oggi. Da una visura si rileva che Accord Phoenix srl si è costituita il 5 luglio 2012, iscritta nella sezione ordinaria del registro delle imprese il 7 gennaio 2013 con un capitale sociale di 10mila euro di cui versato solo 1/4, ossia 2.500 euro. Le società che possiedono quote sociali della Accord sono la Enertil investments Ltd, domiciliata a Cipro, che ha versato 16.750 euro e la Al one investments Ltd, con sede a Londra, che ha versato versato 825 euro. Amministratori noti:

il vice presidente, Adelmo Luigi Pezzoni (vice presidente), del quale i mezzi di informazione dicono: «rischia di finire sotto processo a Roma, per concorso in aggiotaggio, in relazione ad una falsa cordata, interessata ad acquistare le quote azionarie di Alitalia. Il procuratore aggiunto Nello Rossi e i pm ……..hanno sollecitato il rinvio a giudizio…».
Altro amministratore Francesco Baldarelli, capo della mitica sezione agraria di quello che fu il Pci, e che in virtù di questa responsabilità politica si fece assegnare la presidenza di uno dei tanti enti ‘inutili’ che adornano il settore dell’agricoltura. L’Espresso, il 23 gennaio 2013, si occupò della faccenda con questo titolo: “AGRICOLTURA LE SPESE FOLLI DEI CAPI”, sottotitolo: “Profumi, giocattoli, cinema e vacanze per due dirigenti. Tutto pagato con i soldi di Sin, società controllata e finanziata dal ministero. Insomma, a spese nostre. Ed esplode lo scandalo”.

Essendo garantisti incalliti, pensiamo che queste siano dicerie, ma c’è un detto, tutto aquilano, che più o meno suona così: chi è stato mozzicato dalla serpe te’ paura pure della lucertola!

Troppa enfasi, onorevole Lolli, per poi mettere le mani avanti: «Non abbiamo strumenti, infatti, per capire se il progetto avanzato dalla società sia economicamente sostenibile e praticabile. L’aria che tira in città, però, non mi piace affatto: sembra siano in molti a sperare che l’operazione sia una bufala». È giusto battersi per portare lavoro e impresa all’Aquila, sacrosanto appare trovare soluzioni per gli operai Finmek in mobilità, dopo che, soprattutto la sinistra, ha strumentalizzato fino all’inverosimile le loro difficoltà. Ma, con un po’ di buon senso, pensiamo a soluzioni vere, credibili, praticabili. Non basta scaricare su Invitalia la responsabilità della valutazione di un piano industriale. In primis sarebbe doveroso valutare l’affidabilità dei soggetti ai quali si destinano ingenti risorse pubbliche, anche per non lasciare i lavoratori in mobilità di oggi nelle condizioni di quelli del Calzaturificio aquilano di ieri.

Stiamo ai fatti: ad oggi, le uniche risorse note e certe sono quelle pubbliche, i famosi 15 milioni. Non è serio, non lo è davvero, condizionare un investimento di impresa al contributo pubblico: l’imprenditore, quello vero, che crede nel progetto, decide di investire e basta. È del tutto evidente che se la legge consente di accedere al contributo in conto capitale, quest’ultimo è un ulteriore aiuto a rendere più credibile e produttivo il proprio investimento, e le riuscita dell’intrapresa.

Ad oggi, quel che è certo liquido ed esigibile, sono le risorse pubbliche, e in qualsiasi manuale di economia aziendale si può leggere che una qualsivoglia attività finanziata con il solo contributo pubblico e con il ricorso all’indebitamento, non dà alcuna certezza o stabilità per il futuro. Farebbe la miserrima fine del Calzaturificio aquilano!

Le cose ad oggi note sono queste, il resto sono chiacchiere e promesse.

È troppo chiedere di conoscere l’intera compagine societaria? E chi sono e che hanno fatto nella vita gli amministratori? Quelli noti, invero, sono un po’ chiacchierati! Mentre la società, appena nata, non presenta bilanci per una valutazione seria di affidabilità e di esperienze maturate.

Una volta nota la compagine societaria, parrebbe opportuno e necessario chiedere alla società un atto di ricapitalizzazione, per una somma almeno pari al contributo richiesto, cioè pari a 15 milioni di euro. È una esortazione e una necessità: si renderebbe così credibile e affidabile l’investimento.

Sono domande legittime, così come necessarie sono le risposte serie agli aquilani, alla nostra comunità depredata dal terremoto e da coloro che del terremoto hanno gestito le risorse, e ancora gestiscono una lenta, incerta e lontana ricostruzione, anche economica.

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