’O pernacchioSaviano e Mondadori condannati per plagio in Gomorra

«In questi lunghi anni sotto scorta, nel corso dei quali ho affrontato molti attacchi, quel che in assoluto più mi ha ferito sono state le accuse di plagio, perché ho sempre scritto e lavorato ai m...

«In questi lunghi anni sotto scorta, nel corso dei quali ho affrontato molti attacchi, quel che in assoluto più mi ha ferito sono state le accuse di plagio, perché ho sempre scritto e lavorato ai miei articoli e ai miei libri personalmente e con dedizione. Ho sempre cercato fonti e notizie ovunque le trovassi. Ho sempre voluto come prima cosa accertarmi che quanto stessi raccontando fosse vero, provato, verificato. Il Tribunale, nella sentenza di primo grado, ha rigettato le loro accuse, condannandoli anzi al risarcimento di danni: hanno loro ‘abusivamente riprodotto’ due miei articoli. Naturalmente hanno fatto ricorso in Appello e la loro condanna è stata confermata. I giudici hanno poi ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro, non voglio che nulla mi leghi a questi giornali: difenderò il mio lavoro e i sacrifici che ha comportato per me e per le persone a me vicine».

È così che Roberto Saviano si è difeso dopo la sentenza della Corte di Appello di Napoli per plagio, che ha condannato sia lui che la Mondadori, la casa editrice del suo libro più famoso, Gomorra. Plagio: lo scrittore avrebbe citato/copiato/inserito articoli provenienti dal Corriere di Caserta e da Cronache di Napoli, senza citare né autori, né editori, né testate. Sarebbe – insiste Saviano – tutto materiale suo. Anche se sono solo 2 pagine su 331, sono sue. E sue dovranno rimanere: farà di tutto per dimostrare che la Corte d’Appello si è sbagliata. Ricorrerà in Cassazione. La sentenza, che lo vuole colpevole, impone, a lui e alla Mondadori, di pagare un risarcimento danni pari a 60 mila euro e di aggiungere nelle nuove edizioni di Gomorra il nome dell’autore degli articoli, di chi l’ha pubblicati – in questo caso, la Libra Editore scarl – e del giornale su cui sono stati pubblicati.

Questa storia, se – ovviamente – di storia si può parlare, va avanti dal 2008. Fu allora che la Libra, editore delle Cronache e del Corriere, avviò un’azione giudiziaria contro Saviano. A quei tempi, la richiesta era di 300 mila euro di danni. Saviano – spiegava l’editore – «si era recato presso le redazioni di “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” chiedendo copia delle fonti giornalistiche scritte (ordinanze di custodia cautelare della Direzione Distrettuale Antimafia, verbali d’udienza ecc.) nonché copia dei numeri in cui i relativi documenti erano stati oggetto di specifici articoli». Quando nel 2006 Gomorra andò in stampa e divenne un caso internazionale, partì anche il ricorso per plagio. Oggi Saviano insiste, si difende: è tutta roba sua. E nel 2010 la sentenza di primo grado fu favorevole sia a lui che alla Mondadori, e ad essere condannata fu la Libra Editrice – riprudizone illegittima di due articoli scritti dallo stesso Saviano per Il Manifesto e La Repubblica. Un risarcimento di 5 mila euro, con tanto di conferma dell’Appello.

Le cose sono cambiate con il secondo grado di giudizio. E ora è Saviano a ritrovarsi dalla parte della lama del coltello. A conti fatti, tutto si riduce a pochi, essenziali elementi: il contenuto di Gomorra, contrariamente a quanto i suoi lettori possano credere, era già di dominio pubblico quando venne pubblicato da Mondadori; già altri giornalisti, prima di Saviano, ne scrissero. E non solo sul Corriere di Caserta e le Cronache di Napoli. Anche su Linkiesta, ultimamente, Marilena Natale, in un’intervista rilasciata a Marco Cesario dal titolo La Terra dei Fuochi, dove i bambini muoiono di cancro, lo ha confermato: «Saviano ha un solo merito: quelle di aver preso le cose che si sapevano e di averle scritte. Ma sono cose che sapevano tutti. Pensa che si parla della criminalità nell’agro aversano già nel lontano 1921 in una relazione alla camera dell’allora presidente del Consiglio».

Questo non vuole essere un processo alle intenzioni, a un libro, a un autore che – va ammesso – ha rischiato e rischia tanto. Eppure se c’è da riconoscere il lavoro altrui, se c’è da dare meriti a chi ha fatto, studiato e sudato, allora così sia: raccontare la camorra non deve essere un’esclusiva, ma una cosa diffusa, generale, di tutti. Più se ne parla, meno ci sarà bisogno di scorte. E meno ci sarà bisogno di scorte, più – vorrà dire – la criminalità sarà debole, colpita nel vivo e nel profondo, e l’anti-Stato, la terribile chimera del mondo moderno, sarà in ginocchio, prossimo – si spera – all’atto finale.

Twitter: @jan_novantuno

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