CineteatroraQuella malalingua di Tony Pagoda

Un colpo d’anche che sembra prendere la mira, una seduzione goffa nascosta sotto una parrucca rosso lucido che scimmiotta i lucori appiccicosi dei parvenu. Tony Pagoda è un volto uscito dalla penna...

Un colpo d’anche che sembra prendere la mira, una seduzione goffa nascosta sotto una parrucca rosso lucido che scimmiotta i lucori appiccicosi dei parvenu. Tony Pagoda è un volto uscito dalla penna sofisticata di Paolo Sorrentino, che nel romanzo Hanno tutti ragione ne fa il fuoco di fila di un sottofilosofo, una carne abbondante di allucinazioni da cocainomane e la metafora, forse troppo azzardata linguisticamente, di un Faust partenopeo.
Se infatti la tradizione scenica e letteraria annoverano decine di esempi di personaggi che abitano i bassifondi della società, ma ne oltrepassano l’orrore con un verbo forbito e un pensiero elevato, tuttavia, proprio lo strappo inevitabile dalla pagina che sfida e complotta con l’immaginazione alla convenzione drammaturgica di relazione diretta col pubblico comandano più severità riguardo a ciò che è credibile o non lo è affatto.
La poliedricità divertita e sempre piacevolmente ironica di un’attrice come Iaia Forte, che ha scelto di impersonare Tony Pagoda in un monologo breve di atti e canzoni, mosse e grida, camminate e balletti è un tentativo che funziona nell’emisfero di un racconto che vomita egocentrismo e solitudine del cantante dall’entrata “giaguara”, quello sempre “fradicio” di se stesso e cafone nello sniffare come nel possedere le donne in un’orgia che lo vede presto derubato e beffato.
Vale a dire che proprio la lingua estrapolata dal romanzo diventa teatrale ogni volta che scaturisce dalle azioni, mentre scorre troppo alta e virtuosistica nelle massime che Tony P sciorina sul sapore di nostalgia degli applausi o un sogno da redenzione. Iaia Forte calza i panni di una star napoletana approdata nella Grande Mela per esibirsi davanti a Frank Sinatra, ed è particolarmente efficace quando si piega in smorfie di entusiasmo o enfasi da esibizione, quando descrive la lentezza da eroinomane di The voice e, tra uno sbuffo e l’altro di sigaretta, sventola fiero la fama di neomelodico al top.
I suoi stivali esagerati come i lustrini e la voce che si spacca sulle note alte o le mani allungate a palpare l’ennesima della lista di sedotte e abbandonate ne fanno un ritratto pieno di umorismo nero e radici ben ancorate al ventre di una vita estrema e insoddisfacente. Uno stereotipo abile a contraddirsi proprio nella gabbia di una lingua agonistica e certamente attraente, pur se stonata in alcune volute che fremono per tradursi in regia e giustificazione drammatica.
Nel buio sfila sullo sfondo il nome di Tony cucito da luci di camerino e un microfono da frontman. La morbidezza della voce di Iaia Forte sa provarsi su più livelli proprio per non smentire mai trionfo e brutture di un’anima che ha il pregio di aver affidato alla scena la propria compressione rispetto a un mondo adulto “repertorio infinito di pene e distruzioni”. Tony Pagoda mostra i segni fisici e sentimentali di una stanchezza che divide il mondo tra chi ancora crede nel favoloso e chi lo attraversa comodamente, cosciente del suo obbrobrio. Filosofeggiare significa riflettersi in uno specchio che come la coca assottiglia tutto e continuare a bramare quella libertà che fa dire di no.
Illudersi non serve, ma prima di gettarsi a capofitto negli abissi per poi risalire e spaccare il cuore anche del più incattivito serial killer con una melodia struggente, bisogna guardare dritto negli occhi qualche scampolo di memoria. Là si nascondono i primi tradimenti, quando la famiglia riunita prometteva felicità e unione per sempre. Tony è ferito da una delusione infantile, la sua spocchia volgare, che fa il paio con i sermoni raffinati, consolida una corazza contagiata dalle urla del pubblico e gli fa ammettere che, ormai, qualsiasi pulsione sessuale nei confronti della moglie lagnosa si riduce a un’appendice scocciante.
Quella malalingua che condanna tutto e tutti, che distorce e mette alla berlina, che riconosce l’odore del mondo dalla sua inconsistenza fa di Tony lo spartito di una potenziale riscrittura che, sempre nella cifra più congeniale a Iaia Forte, ne farebbe ancor più lievitare l’incrocio umano di delirio sentenzioso e debole carnalità.

Fino al 7 ottobre 2013 – Teatro i, Milano

HANNO TUTTI RAGIONE

tratto dal testo di Paolo Sorrentino (ed. Feltrinelli)

con Iaia Forte

musiche di Pasquale Catalano eseguite da Fabrizio Romano
scene Equipe di Scena/Napoli – elementi scenici Katia Titolo
aiuto regia Carlotta Corradi
disegno luci Paolo Meglio
foto di scena Rocco Talucci