(Es)cogito, ergo sumIllusioni e disillusioni della politica: il riso (amaro) di Nichi Vendola

  C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui la politica era un ideale e gli ideali nutrivano la politica. Non si parlava mai dell’una senza l’altra, e viceversa. Oggi parlare di ideali in poli...

C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui la politica era un ideale e gli ideali nutrivano la politica. Non si parlava mai dell’una senza l’altra, e viceversa.

Oggi parlare di ideali in politica sembra utopia. L’autunno del nostro scontento continua ad essere abitato dagli scandali di una politica che ci somiglia sempre meno e che si susseguono come in una battaglia navale, senza esclusione di colpi. Eppure ci avevamo creduto davvero che -almeno alcuni di loro -fossero diversi, che non fossero mossi dal particulare di guicciardiniana memoria, ma da un vivo e reale interesse per il bene della collettività.

Credevamo fossero politici, invece erano illusionisti. Tutti siamo stati ingannati, ognuno a suo modo. 

Molti di noi, per esempio, erano rimasti genuinamente ammaliati dalla poetica dell’aedo Nichi Vendola e quei pochi che dopo le sue numerose défaillance continuavano ancora a fidarsi, ieri hanno potuto realizzare che anche lui non è poi così “diverso” come ama definirsi. La diffusione della sua telefonata a Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, in cui il governatore della Puglia si compiace deplorevolmente, sghignazzando di cuore per l’abilità con cui Archinà è riuscito ad evitare domande scomode sui morti di tumore a Taranto, è davvero la goccia che fa traboccare il vaso di Pandora.

Era proprio la voce del governatore della Puglia, che tante volte si era fatta paladina dei diritti umani- primo tra tutti di quello alla salute- a ridere a crepapelle per l’inqualificabile comportamento di chi, per non rispondere alla legittima domanda di un giornalista, arriva addirittura a sequestrargli il microfono? 

Sì, quella è la sua voce e grande è dunque il nostro sgomento. A nulla serviranno stavolta le difese d’ufficio, le scuse e la vergogna tardiva di chi cerca di salvare ciò che ormai non può più essere salvato. 

Ma se allora i politici sono tutti uguali, a chi dovremo votarci? Ci sarà ancora qualcuno che meriti davvero fiducia, che non tradisca nei fatti gli ideali sbandierati in campagna elettorale?

Alle prese con questo interrogativo e con l’ennesima prova tecnica di disincanto mi tornano alla mente le parole, illuminanti, di Bertold Brecht, che in chiusura di una sua poesia scrive:

Che cosa è ora falso di quel che abbiamo detto?

Qualcosa o tutto?

Su chi contiamo ancora?

Siamo dei sopravvissuti, respinti

via dalla corrente? Resteremo indietro, senza

comprendere più

nessuno e da nessuno compresi?

O dobbiamo sperare soltanto

in un colpo di fortuna?”

Questo tu chiedi. Non aspettarti

nessuna risposta

oltre la tua.

Mai come adesso sappiamo quanto Brecht avesse ragione.