Cittadini, non sudditiAffitti d’oro, la differenza tra riformisti radicali e populisti demenziali

 Quello che si è letto e sentito in questi giorni in materia di "affitti d'oro" è la perfetta sintesi della totale inadeguatezza del Movimento 5 Stelle a portare avanti pure le battaglie giuste. ...

Quello che si è letto e sentito in questi giorni in materia di “affitti d’oro” è la perfetta sintesi della totale inadeguatezza del Movimento 5 Stelle a portare avanti pure le battaglie giuste. La norma, inizialmente introdotta dall’articolo 2-bis del Decreto 120 del 15 ottobre 2013 prevedeva che “le amministrazioni dello Stato, le regioni e gli enti locali, nonche’ gli organi costituzionali nell’ambito della propria autonomia, hanno facolta’ di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il termine di preavviso per l’esercizio del diritto di recesso è stabilito in trenta giorni, anche in deroga ad eventuali clausole difformi previste dal contratto”.

Una disposizione giusta, ma, scritta così, perfettamente in linea con la politica di chi dice che i politici fanno schifo tutti senza distinzioni, perché consente al settore pubblico di recedere unilateralmente da tutte le locazioni in corso senza distinzioni.

Per questo, noi di Scelta Civica, quando abbiamo preso atto che la norma era stata successivamente espunta, abbiamo sostenuto convintamente le ragioni della sua reintroduzione con il Decreto Salva Roma, ma abbiamo anche condiviso la scelta di escluderne l’operatività per lo meno quando il proprietario degli immobili locati sono fondi di investimento immobiliare, per evidenti ragioni di tutela dei risparmiatori.

Si noti, per altro, che questo accorgimento non precludeva la possibilità di esercitare il recesso dagli immobili che la Camera conduce in locazione (vero e, aggiungiamo noi, giusto obiettivo dell’emendamento), perché quegli immobili non sono di fondi di investimento immobiliare, ma di una srl riconducibile a un ben noto palazzinaro.

Niente da fare: poco avvezzi ad approfondire le cose e incapaci di capire che la propaganda politica è semplice, ma la reale salvaguardia di tutti i cittadini complessa, i 5 Stelle gridano allo scandalo (ma dove benedetti ragazzi?) e bloccano i lavori che poi si arenano definitivamente con la scelta del Governo di rinunciare alla conversione del Salva Roma.

Ora, con il Decreto collegato al Milleproroghe, il ripristino della norma c’è stato, come anche noi di Scelta Civica avevamo chiesto. Naturalmente, c’è stato con un aggiornamento di date: il 31 dicembre 2013, ormai trascorso, è divenuto 30 giugno 2014. Contestualmente, si è scelto anche di allungare da 30 a 180 giorni i termini per il preavviso dell’esercizio del diritto di recesso.

Tutti felici e contenti? No, perché i 5 Stelle gridano all’ennesima truffa vergognosa: se si può recedere solo entro il 30 giugno 2014, ma il termine di preavviso è di 180 giorni, di fatto è impossibile recedere. Peccato che, al netto dell’analfabetismo giuridico (legittimo nei cittadini, scandaloso, questo sì per davvero, in dei Parlamentari), basta leggere la norma per capire che il diritto di recesso va esercitato entro il 30 giugno 2014, dopodiché il contratto si interrompe decorsi 180 giorni dalla data in cui il recesso è stato esercitato.

Noi di Scelta Civica abbiamo sostenuto con determinazione dall’interno della maggioranza una istanza che ci sembrava corretta, ma lo abbiamo fatto evitando che creasse danni grossolani e ingiustificati a ignari risparmiatori e verificando passo passo l’adeguatezza delle norme, venendo non poco intralciati dai 5 Stelle e dalla loro teoria del complotto permanente che, mai come in questo caso, avrebbero potuto risparmiarsi, insieme alle correlate figuracce. Morale della favola: sta tutta qui la differenza tra riformisti radicali e populisti demenziali.

Enrico Zanetti
Deputato Scelta Civica – Vicepresidente Commissione Finanze della Camera

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