’O pernacchioLe voci di dentro: Servillo a teatro parla con le parole di De Filippo

Dal bianco del pavimento al nero dello sfondo. E dalla faccia perplessa di Toni a quella affilata di Peppe Servillo. Le voci di dentro di Eduardo De Filippo tornano a teatro, al San Ferdinando di N...

Dal bianco del pavimento al nero dello sfondo. E dalla faccia perplessa di Toni a quella affilata di Peppe Servillo. Le voci di dentro di Eduardo De Filippo tornano a teatro, al San Ferdinando di Napoli, e conquistano ancora una volta, pure nel 2014, pure con 60 anni e più dalla prima stesura, il pubblico. I temi sono sempre gli stessi, rafforzati forse da una regia (firmata Toni Servillo) più attenta ai dettagli e all’attualità e da un’interpretazione capace e presente dell’intera compagnia: la scenografia minimal lascia spazio solo alle voci e ai gesti, alle espressioni e agli sguardi.

«E che ne parliamo a fare»: in pieno stile eduardiano, ritorna il sentenzialismo scoraggiato e scoraggiante; ritornano la sfiducia, la paura, l’uomo che diventa animale e l’animale che, in qualche modo, «scigna o pappavall», è più uomo dell’uomo stesso. Perché naturale, sincero e spontaneo. Perché non fa finta e perché, soprattutto, non tradisce. Servillo spoglia del più, degli eccessi e dei tre atti originari Le voci di dentro, e le rende coinvolgenti, attuali – giovani contro vecchi, vecchi contro giovani; stima che non c’è, lavoro che manca, tempi difficili, disgrazie che si avvicendano e che accogliamo sempre stupendoci, come se l’anormale, purtroppo, non fosse diventato normale. 

Su tutte, spiccano le interpretazioni dei due fratello Servillo: accolti dagli applausi si impongono subito, nel giro di qualche minuto, sul resto della compagnia. E parlano, si agitano, sorridono e fanno sorridere. Attuali, umani e terribilmente napoletani (che pure questo, certe volte, è un peso difficile da portare). Anche se ambientate nella Napoli del dopo guerra, Le voci di dentro sembrano raccontare una storia non molto lontana nel tempo: una storia che potrebbe benissimo essere di ieri. Un assassinio (che non c’è mai stato) diventa il pretesto perfetto per raccontare la povertà della condizione umana: sempre pronti, nel caso, a puntarsi il dito gli uni contro gli altri; a minacciare, fregare, voltare le spalle pure (e forse, talvolta, soprattutto) al sangue del proprio sangue. A fratelli, sorelle, zie, madri e padri. 

Nel sogno c’è più realtà di quanta ce ne sia nella vita di ogni giorno. E c’è più da fidarsi di questo, dell’inconscio, che di quello che vediamo e sentiamo quotidianamente. I «munacielli» dietro l’angolo, i parenti «carogne» sempre presenti all’appello. Le voci di dentro sono le voci dell’onestà: della sete di giustizia, della voglia di migliorarsi; nella sfiducia in se stessi prima ancora che negli altri.

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Linkiesta Paper Estate 2020