GloβRiforma NSA: Assange ruba la scena a Obama

Assange ha preso in contropiede il dibattito sulla sorveglianza. Finiti i tempi delle apparizioni su tv alternative come la russa RT: oggi subito dopo il discorso di Obama sulla riforma NSA, Assan...

Assange ha preso in contropiede il dibattito sulla sorveglianza. Finiti i tempi delle apparizioni su tv alternative come la russa RT: oggi subito dopo il discorso di Obama sulla riforma NSA, Assange ha reagito in diretta sull’americana CNN. La reclusione nell’ambasciata ecuadoriana ha qualche vantaggio, ai tempi dello streaming.

L’apparizione di Assange è una soddisfazione e una boccata d’aria fresca per chi era stanco delle modalità di Greenwald, decisamente troppo retoriche per essere quelle di un rappresentante anti-sorveglianza.

Assange non ha esitato a deridere Obama accusandolo di mentire. Eravamo quasi rassegnati ai toni di compromesso dell’organizzazione EFF, principale database dei leaks (solo quelli pubblicati dalla stampa) oltre alla recente fondazione Free Snowden. Infatti, un membro della EFF con molta compiacenza ha annunciato ieri di essere stato chiamato per una consulenza da alcuni eletti del Congresso in prospettiva della discussione parlamentare sulla sorveglianza – annunciata anche da Obama oggi.

Insomma era chiaro che le organizzazioni che lavorano sui documenti di Snowden avrebbero cercato una strada politica, ma dal discorso di Obama possiamo dare ora il nostro verdetto sulla loro efficienza: la pressione non è stata sufficiente viste le poche concessioni fatte da Obama.

La riforma non c’è, avverte Assange: il governo americano non guarda in faccia l’offensiva elettronica del cyber-attivismo. E, di fatto, è una guerra che Assange è pronto a condurre senza ripensamenti e con più grinta degli altri, saliti dopo di lui sulla stessa barca.

Greenwald e i suoi collaboratori o colleghi si sono sempre dissociati dalla radicalità di Assange contro il governo, primo rifiutando la pubblicazione integrale dei documenti della NSA, secondo cercando un consenso popolare e politico intorno alla privacy.

La privacy è un compromesso che non è mai stato indicato da Assange, almeno non come il rimedio assoluto contro la sorveglianza. La privacy è un consenso delineato nei raduni internazionali web cavalcando l’onda Snowden e le sue poche comunicazioni (ma Assange anticipa che Snowden parlerà tra pochi giorni). Ed ecco che oggi, con troppa facilità, la privacy è ormai accettata come principale argomento dai parlamentari Ue e US. Per qualcuno è un passo avanti.

Non discuto la privacy come diritto fondamentale ma come strumento di riforma (che non è).

Fin qui la privacy ha permesso alla stampa falsamente dissidente come il Guardian e il NYT di fare da intermediaria tra potere e cittadini. Questi, come altre organizzazioni, cercano perfino di mobilitare futuri whistleblower, senza però i presupposti che hanno promosso Assange all’avanguardia della democratizzazione del web.

La stampa fa incetta di leaks ma non promette di pubblicarli. Questo non può essere sbandierato come un miglioramento ai cittadini: così com’è stato gestito, è solo un trasferimento dei dati da un posto ad un altro.

Obama non poteva obiettivamente cedere a questo ricatto.

Inoltre, possiamo dire che la campagna condotta da Greenwald e gli altri è stata una debole fonte di pressione politica. Obama ha anzi semplificato il progetto di riforma e rimandato tutto al Congresso.

Ormai la questione della sorveglianza è ufficialmente politica, ma solo perché l’America è una democrazia, specifica Obama.

Il Presidente americano non è neppure sceso nei particolari se non per ribadire la suddivisione – che significa più burocrazia – delle attività di sorveglianza che rimane un irrinunciabile vantaggio tecnologico dello Stato Americano. Ma Obama è anche andato oltre la retorica della sicurezza e del terrorismo presentando la sorveglianza come tecnologia di punta collocandola, tra le righe, ai livelli dell’esplorazione spaziale.

Insomma per rottamare una colossale agenzia come la NSA, ci vuole ben più di una retorica sulla privacy. E come ha detto Obama, la responsabilità è anche in mano alle imprese web e ai privati che, se non vogliono essere spiati né “scassinati” (burgle è entrato nel gergo anti-sorveglianza), devono collaborare con lo Stato. In parole povere, i veri interlocutori dello Stato americano sono gli omologhi di Omidyar, non certo i giornalisti come Greenwald.

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