Non aprite quelle porteAccidenti, tesoro, hai dimenticato la gonna!

Esco dal lavoro, mi incammino verso la ridente Lambrate, quand’ecco che le mie fosche pupille si imbattono in qualcosa che mai avrebbero voluto vedere: una studentessa universitaria – di certo non ...

Esco dal lavoro, mi incammino verso la ridente Lambrate, quand’ecco che le mie fosche pupille si imbattono in qualcosa che mai avrebbero voluto vedere: una studentessa universitaria – di certo non triste e solitaria, forse immersa nei ricordi della corriera che passava lenta, sotto il sole arroventato di Sicilia – passeggia impunemente in calze verde marcio e giubbetto alla Arthur Fonzarelli. Della gonna, nessuna traccia.
Guardo meglio, perché forse il magnete che mi fa amorevolmente compagnia otto ore al giorno mi ha temporaneamente appannato le facoltà mentali. No, sono proprio calze e, a voler essere pignoli, si vede pure la cucitura delle mutande che decora il sederino come un bassorilievo di dubbio gusto. Della gonna continua a non esserci traccia.



Si chiamano leggings, lo so, e sono comodi, lo so, ma a volte sono così leggeri che sembrano calze. Anzi, sono calze. Collant senza piede, ecco.
«Che ti frega?»
«Ognuno è libero di vestirsi come vuole».
«Anche tu mettevi i fuseaux».
Va bene, va bene, è vero: anche io mettevo i fuseaux. Ma ero alle medie ed erano pesanti come una tuta da sci – vuoi di velluto, vuoi felpati – e in alcuni casi – minuto di silenzio per gli anni ottanta – avevano pure la staffa. Soprattutto, li portavo con maglioni lunghi (e improponibili). Ne ho ancora in mente uno fucsia e nero, forse aveva anche dei fiori, così sobrio da far sembrare persino Tony Manero un mostro di eleganza. Insomma, fuseaux sì, ma spessi come almeno dieci paia di leggings di oggi uno sopra l’altro. Altrimenti, gonna.

«Sì, le vedevo le tue gonne quando andavi al liceo. Predichi bene e razzoli male».
Beh, mica potevo andare a ballare al Number vestita da suora (ma no mamma, scherzo, ero all’oratorio); erano gonne corte, ma pur sempre gonne. Gi-o-enne-enne-e, gonne, ovvero quei simpatici capi d’abbigliamento apparentemente caduti in disuso, ma tanto tanto carini. Persino il Re Sole metteva qualcosa sopra le sue adorate calze.
Quindi, voi che girate allegramente per la città in collant, magari fateci un pensierino. Compratevi una gonnellina, un vestitino, una maglia lunga, un foulard, una stola di ermellino, qualcosa che, insomma, copra le vergogne. Perché no, i leggings non sono pantaloni e sì, se sono super sottili, penalizzano un po’. Soprattutto il buon gusto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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