Il governo di Campi Bisenzio e lo spirito dell’Ulivo

Giuliano Ferrara    “#renzitradotto Un discorso da consiglio comunale di Campi Bisenzio”. Questo tweet è uno dei tanti spediti da @ferrarailgrasso - alias Giuliano Ferrara, il direttore de ...

Giuliano Ferrara

“#renzitradotto Un discorso da consiglio comunale di Campi Bisenzio”. Questo tweet è uno dei tanti spediti da @ferrarailgrasso – alias Giuliano Ferrara, il direttore de Il Foglio – il 24 febbraio scorso, in occasione del discorso di Renzi al Senato.

In un colpo solo Ferrara liquida la retorica renziana del sindaco d’Italia e ne svela i limiti.

Il primo è il provincialismo. Il punto di vista di un sindaco è troppo circoscritto rispetto ai problemi enormi del paese. Serve una visione più ampia, serve un respiro generale. La borsa di dossier del sindaco di una piccola città, in fondo, è ben leggerina per affrontare problemi di portata europea.

Il secondo è il linguaggio. Il sindaco di provincia può pure raccontare storielle, ma nei consessi internazionali si va con i numeri, con i dati, con una tempistica di impegni e di misure da adottare, spiegando bene il perché e il come.

Il terzo è lo stile di governo. A livello cittadino puoi permetterti un certo ‘direttismo’ nei comportamenti e nelle parole. A livello parlamentare diventa tutto più complesso, nella gestione di relazioni e di equilibri. Non puoi metterti di litigare con l’opposizione scambiando la Camera alta per un consiglio comunale, non puoi giocare a fare il bullo di periferia con le istituzioni nazionali.

Il quarto limite non è strettamente legato al discorso ma ne è premessa. E’ la stessa composizione della squadra di governo fatta di molte figure secondarie rispetto al canone consolidato. Più simile ad una giunta del sindaco che ad un Consiglio di ministri.

Tutte queste osservazioni hanno senz’altro un fondamento. Giuliano Ferrara, d’altra parte, piaccia o non piaccia, è un esperto nostromo abituato a navigare da decenni tra le inaffidabili correnti della politica italiana. Percepisce i venti, le maree e gli avvisi di tempesta.

Resta da chiedersi se l’imbarcazione messa in mare dal nuovo premier non sia in sé qualcosa di nuovo, capace di fare tesoro del passato, ma completamente diversa dalle altre, più leggera certo, ma anche più efficace.

Dopo anni di sindaci eletti dal popolo – l’unica istituzione che ha davvero funzionato in Italia in questi ultimi venti anni – c’è da chiedersi se non sia arrivato il momento giusto per consentire a questa esperienza di navigare in mare aperto. In fondo, non vi sarebbe nemmeno nulla di così rivoluzionario.

Il passaggio dalla Repubblica dei partiti – quella in cui sguazza ancora Ferrara e che ancora oggi definisce i filtri interpretativi della gran parte dei commentatori – alla Repubblica delle istituzioni e dei cittadini era già inscritta nell’esperienza dell’Ulivo.

Romano Prodi non era certo un sindaco, ma operava in un clima di stato nascente molto favorevole ad un approccio di governo concreto e diretto, in uno stretto legame tra vertici istituzionali e partecipazione dei cittadini (la riforma della legge elettorale dei comuni e le prime elezioni comunali risalgono ai primi anni ’90).

Nel progetto dell’Ulivo era fortissimo il senso di un passaggio: non più il vivacchiare parlamentare del giorno per giorno, le liturgie politiche del consociativismo, delle corporazioni e delle clientele, l’immobilismo dell’azione di governo dovuto ai veti contrapposti della palude partitocratica. Nell’Ulivo prendeva corpo, con la vocazione maggioritaria della forma partito, la logica della effectiveness e della accountability dell’azione di governo, capace di giocare su obiettivi chiari e assunzione di responsabilità. Con l’Ulivo si spostava radicalmente il baricentro sull’effettività del diritto di voto dei cittadini, sul protagonismo di istituzioni sottratte all’ipoteca dei partiti e finalmente efficaci, sulla capacità da parte di leader e amministratori di prendere decisioni e di renderne conto.

Quel percorso era stato in tutti i modi ostacolato. Sappiamo come è finito Prodi, rovesciato dalle resistenze delle burocrazie dei palazzi e dei partiti.

Sappiamo pure che Rutelli e Veltroni, sindaci essi stessi, avevano puntato a questo traguardo, ma non lo avevano oltrepassato, sconfitti alle elezioni dal fenomeno del ventennio (e dalle loro stesse debolezze). Oggi la storia offre un altro appuntamento. Renzi ci è arrivato in modo rocambolesco, ma è stato puntuale.

Ha l’occasione per affrontare finalmente quella sfida, sulla scorta di una esperienza maturata in questi venti anni di errori e da strumenti consolidati nell’abitudine di governo delle città.

Toccherà a lui dimostrare di possedere risorse superiori a quelle che immaginano Giuliano Ferrara e tutti gli altri figli della conservazione.

(Questo articolo è tratto da Gazebos)

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