(Es)cogito, ergo sumIran, chi uccide un poeta uccide il mondo intero

  Hashem Shabani era un ragazzo iraniano di 32 anni; aveva una giovane moglie e un figlio. Ma Hashem era, soprattutto, un poeta: le sue parole resteranno per sempre scritte nero su bianco e chissà...

Hashem Shabani era un ragazzo iraniano di 32 anni; aveva una giovane moglie e un figlio. Ma Hashem era, soprattutto, un poeta: le sue parole resteranno per sempre scritte nero su bianco e chissà quante altre avrebbe potuto scriverne se non fosse stato impiccato, per ordine del governo iraniano, con l’accusa di essere “un nemico di Dio” e di minacciare la sicurezza nazionale.

Secondo Amnesty International sarebbero più di trecento le persone giustiziate in Iran dopo l’ascesa al potere di Hasan Rouhani, eletto Presidente nel giugno scorso. Ognuna di loro ha una storia che meriterebbe di essere raccontata e condivisa, ma la morte di un giovane poeta che si batteva per i diritti umani, denunciando ciò che avveniva nel suo Paese, lascia un’amarezza difficile da metabolizzare. E non perché la sua vita valesse più delle altre, ma perché i poeti, da sempre, sono la voce di coloro che non hanno voce.

Per questa ragione, chi uccide un poeta uccide un intero popolo, perché la poesia è sogno incarnato, uranio puro, dolore distillato; è parola che si fa mondo, il talento di riuscire a racchiudere in un verso un intero universo.

Hashem quel talento ce l’aveva e per questo faceva paura al governo oscurantista di Rouhani, talmente paura da meritare la condanna a morte riducendolo così a una mancata promessa, così come un’occasione fallita è stata la rivoluzione islamica che, 35 anni fa, illuse gli iraniani e gran parte del mondo occidentale che le cose nel Paese medio-orientale sarebbero potute cambiare davvero.

L’11 febbraio del 1979 la fine del dispotismo laico dello Scià diede invece vita a un’altra forma  più sofisticata di tirannia- mascherata da rivoluzione- che nascondeva sotto il velo islamico imposto alle donne un religioso oscurantismo liberticida. Da quando i chierici integralisti sono saliti al potere le numerose violazioni alle libertà personali dei cittadini iraniani sono all’ordine del giorno, come dimostra il Rapporto annuale delle Nazioni Unite: arresti ingiustificati, torture, esecuzioni che calpestano i diritti umani con solenne disinvoltura, di cui solo una minima parte arriva a noi occidentali che avremmo il dovere di indignarci di fronte a tali barbarie che, paradossalmente, sui giornali occupano sono poche righe, come se fossimo assuefatti di fronte a qualcosa che sentiamo non appartenerci, talmente lontana da noi da essere guardata così come se fosse un film.

Fortunatamente però riusciamo ancora ad emozionarci di fronte al verso di una poesia, non importa da chi e da quanto tempo sia stata scritta. Perciò l’uccisione di un poeta dovrebbe fare molto rumore e disgustarci profondamente.

Lo dobbiamo alle parole di tutti i poeti che sono venuti prima di noi, alle poesie scritte e a quelle che non hanno avuto il tempo di essere fermate su un foglio bianco, lo dobbiamo agli occhi azzurri di Hashem che ci guardano interrogativi da una foto segnaletica e sembrano chiederci il perché di tanta – sterile- atrocità.

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