“Saving Mr. Banks” di John Lee Hancock

Più di un critico ha notato, di recente, che il cinema in questo periodo sembra riflettere su se stesso, parlare di sé e del ‘fare cinema’, celebrare gli sforzi di registi e produttori del passato....

Più di un critico ha notato, di recente, che il cinema in questo periodo sembra riflettere su se stesso, parlare di sé e del ‘fare cinema’, celebrare gli sforzi di registi e produttori del passato. L’anno scorso abbiamo avuto Hitchcock di Sacha Gervasi, per dirne uno. Ed ora è la volta della Disney Productions che celebra se stessa in un film a tutta prima metacinematografico.


Saving Mr. Banks
, ultima fatica di John Lee Hancock (Alamo-Gli ultimi eroi), è in realtà ben altro che non semplicemente un film storico-enciclopedico nel solco del tributo alla realizzazione di Psycho. Non è, come in quel caso, un bell’esercizio di stile sostanzialmente privo di anima. Piuttosto, è un film che riflette parecchio sul raccontare e sulla finzione cinematografica, ma anche sulla famiglia, gli affetti e la perdita.

Non è altro che la storia del travagliato rapporto tra Walt Disney, ormai produttore affermatissimo ed artista riconosciuto a livello mondiale, e P.L. Travers, l’autrice della fortunata serie di libri per bambini che hanno per protagonista l’insolita e pur britannicamente pragmatica governante Mary Poppins.

A seguito di una promessa fatta alle figlie – e, ne siamo certi, a causa del fiuto commerciale che contraddistinse sempre i suoi successi, – Disney da vent’anni cerca di ottenere dalla Travers i diritti per adattare il suo libro in un grande musical di successo: siamo nel 1961. E come mai, dopo vent’anni, questa signora che è tutto un fake, una finzione (si atteggia ad inglese ma è australiana, si fa chiamare Travers ma il suo vero nome è Goff), si decide a prendere perlomeno in considerazione le richieste dello ‘zio Walt’?

Semplice. E’ rimasta drammaticamente senza soldi e il suo agente, con severa bonarietà, la costringe a imbarcarsi su un volo per Los Angeles (dove sarà in grado di infastidire persino le hostess della TWA) al fine di capire se vi siano i margini per stringere un accordo con Disney e ottenere quindi dei profittevoli diritti d’autore.

Dal momento in cui la Travers (una Emma Thompson un pochettino troppo sopra le righe) sbarca negli Stati Uniti comincia un’odissea di sopportazione da parte di tutti quelli che incontra: dall’autista (Paul Giamatti), che all’inizio non sa come prenderla, a Walt Disney in persona (un eccezionale Tom Hanks) sino ad arrivare all’incolpevole pupazzo di Winnie Pooh che le vien fatto trovare in camera d’albergo come regalo d’arrivo e che la donna chiude in un ripostiglio dopo aver bofonchiato, tra sé: “povero A.A. Milne”.

Infine, con moltissima pazienza da parte di tutti (pubblico compreso), ed un po’ di psicologia tirata fuori al momento giusto da Walt, la Travers acconsentirà a cedere i diritti del libro dando l’avvio alla costruzione di quello che diventerà uno dei film di maggior successo in casa Disney e, tra l’altro, uno dei più riusciti esperimenti di ibrido tra film e animazione.

Come si diceva poco sopra, si sbaglierebbe a catalogare questa pellicola tra i film che ‘documentano’ la nascita di un film. Vista così, la cosa sarebbe un po’ riduttiva. Tenendo invece conto della sintassi filmica, si capisce bene che l’intento è altro: tutto il film è costruito non già su semplici flashback episodici ma su un vero e proprio montaggio alternato totale in cui al procedere della storia ‘contemporanea’ si affianca il procedere dell’infanzia della Travers, dagli anni felici con un padre formidabilmente immaginifico (Colin Farrell) agli anni della tristezza in cui questo padre, disilluso dalla vita e divenuto suo malgrado un alcolista, viene a mancare lasciando la famiglia nelle mani della apparentemente terribile zia materna, dotata – e chi ha occhi per vedere, veda (e intenda), – di un ombrello con il manico a forma di testa d’uccello.

Si tratta quindi piuttosto di un film che parla, appunto, della forza del narrare come pozione salvifica contro una vita che spesso, come dice lo stesso Walt alla Travers, non è del tutto ‘a posto’ e ciò che non funziona, perciò, lo rimette a posto la finzione narrativa. Se questo era vero per Pamela Travers, che cercava in Mary Poppins quella tata/zia che, fosse arrivata prima, avrebbe potuto salvare suo padre, è altrettanto vero per lo stesso Disney che sull’offire il sogno costruì indubbiamente una carriera ma seguì anche anche una vocazione.

Tom Hanks è bravissimo, infatti, a restituirci le movenze di Disney sin nei minimi particolari e la sua ambiguità di fondo: da un lato, il brillante e avveduto uomo d’affari, dall’altro, l’inguaribile sognatore che amava vedere felici i bambini. Persino i più cinici detrattori del produttore americano non possono negare che questa vocazione pedagogica al conforto dell’infanzia fosse uno dei lati della personalità di Walt: come non ricordare che nel 1940, all’usicta di un film come Fantasia che aveva richiesto più soldi e più tempo del previsto (e del possibile), Disney spese gli ultimi 80.000 dollari che gli rimanevano per dotare la sala cinematografica della prima di un nuovissimo sistema acustico, per rendere pienamente apprezzabile lo spettacolo? Calcolo commerciale? Forse. Indubbiamente anche una gran passione, fortunatamente quasi sempre premiata con ottimi risultati al botteghino.

E’ pertanto solo verso la fine del racconto – e con uno schema narratologico soggettivo che ci identifica col personaggio Disney, – che capiamo la ragione del titolo del film. Mary Poppins non arriva in casa Banks per salvare i piccoli ‘maltrattati’ o comunque ignorati dai genitori e dalle tate; piuttosto, scende con il suo ombrello dal cielo per salvare Mr. Banks da una grigia vita di bancario che lo allontana dalla sua prole, quella vita di prosaica rincorsa al denaro che aveva portato alla morte l’anticonformista padre della Travers del quale lei, non per caso, aveva assunto il nome di battesimo come suo proprio nome di penna.

Infondere speranza, dunque, le dice Walt, è il ruolo precipuo del narratore. Infondere speranza, ancora e ancora ogni giorno, non stancarsi mai. E se ce lo dice l’uomo che ha creato Disneyland, forse anche qualche cineasta nostrano amante della noia e della disgrazia potrebbe tenere la cosa in considerazione.

Il film, in sé e tecnicamente, non è un capolavoro. E’ molto ben curato, non eccede in cromatismi insistiti (cosa abbastanza abituale, invece, in ambito disneyano), propone una ricostruzione storica credibile. Sebbene Emma Thompson sia, a volte, un po’ eccessiva, la bilancia la rimette in pari Tom Hanks con un’interpretazione che sembra venirgli non solo dal suo ormai rodato buon mestiere ma anche da un’intima identificazione con il personaggio.

E se a tutto questo aggiungiamo che i produttori ci regalano anche il piacere, qui e là, di rivedere qualche sequenza originale di Mary Poppins e di risentirne le indimenticabili melodie, risulterebbe davvero difficile non lasciarci conquistare e non ammettere che si tratta di uno dei migliori prodotti cinematografici della stagione, ben calibrato tra sentimentalismo e genuina passione per la macchina da presa.

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