Sorelle egiziane

In un post pubblicato il 4 febbraio 2014 sul blog in lingua inglese The Arabist, dal titolo “The life of a Muslim sister”, e firmato da Nour Youssef, trovo quella che considero una spiegazione molt...

In un post pubblicato il 4 febbraio 2014 sul blog in lingua inglese The Arabist, dal titolo “The life of a Muslim sister”, e firmato da Nour Youssef, trovo quella che considero una spiegazione molto interessante di cio’ che sta accadendo ai giovani pro-Morsi in Egitto, piu’ o meno affiliati al movimento dei Fratelli musulmani.

Raccoglie i commenti di Nadia (ma il nome è inventato per proteggere la ragazza) che nello sgombero del sit-in di piazza Rabaa Al Adawiya ha perso 63 fra amici e conoscenti. Il racconto mi interessa anche perchè è stato pubblicato in un momento in cui un giornalista rischia la prigione in Egitto anche solo per voler avvicinare un esponente del movimento islamico (ripetutamente etichettato come moderato, in passato, soprattutto dai media internazionali), che oggi, invece, sono accusati di terrorismo.

Lo sgombero del presidio di Rabaa Al Adawiya (e quello di Nahda) è avvenuto il 14 agosto scorso, dopo che migliaia di sostenitori del deposto presidente islamista Mohammed Morsi l’avevano occupata per chiedere che il loro leader ritornasse al suo posto. L’operazione causo’ centinaia di morti. Mohammed El Baradei, che all’epoca era il vicepresidente ad interim, lascio’ il suo incarico e torno’ a Vienna.

Nadia è descritta come una ragazza il cui uomore scivola spesso in una sorta di trance depressivo. Ma alla quale piace lo stesso affermare che dal bagno di sangue di Rabaa lei è uscita rafforzata. Per questo si unisce alle proteste contro il nuovo governo organizzate (regolarmente) all’Università di Al Azhar, tempio dell’Islam sunnita. Qualcosa che i suoi amici e parenti non riescono a fare. “Darebbero di matto allo scoppio di un petardo o per qualsiasi altro rumore forte … e fanno il giro in macchina di tutta Nasr City solo per evitare di attraversare Rabaa “, dice prima di ammettere che anche lei, dal giorno del massacro, è  passata solo due volte nella piazza.

Non faccio fatica a credere alla drammaticità del momento. Una cosa che mi ha colpito nel mio recente viaggio al Cairo è stato non trovare sui muri della città graffiti con riferimenti alla tragedia di Rabaa, come invece è accaduto per altri fatti importanti avvenuti dal 2011 ad oggi. Forse il trauma è indescrivibile. Ma c’è anche la consapevolezza che queste opere non resisterebbero a lungo. Le autorità stanno facendo di tutto per cancellare dalla memoria degli egiziani quella giornata.

La storia recente del rapporto di Nadia con la Fratellanza mi colpisce. Nadia era fra coloro che, “per lo più giovani uomini e donne, avevano lasciato o erano stati cacciati dal movimento poco dopo la rivolta del 2011”, scrive The Arabist. Queste persone ce l’avevano con la leadership del movimento islamista, che accusavano di essere sorda alle critiche di opportunismo politico e di tradimento degli obiettivi rivoluzionari. Magari erano in combutta con lo SCAF (acronimo inglese del Consiglio Supremo delle Forze Armate).

Secondo il racconto di Nadia, la situazione per quelli come lei ora si è ulteriormente complicata. Un primo gruppo di fuoriusciti, a cui lei appartiene, è tornato (almeno temporaneamente) con la Fratellanza. Sul blog leggo, “per solidarietà e senso del dovere”. Altri sono rimasti ospinatamente fuori. Coloro che sono tornati non sono sempre pienamente accettati e spesso devono difendersi da accuse di tradimento.

All’interno della stessa Fratellanza, “il risentimento è rivolto principalmente nei confronti dell’Alleanza anti-golpe (Anti-Coup Alliance, un’organizzazione di cui fanno parte i Fratelli Musulmani e altri sostenitori del deposto presidente egiziano). Contestano la mancanza di organizzazione ed una gerarchia chiara che la Fratellanza aveva una volta e che ti permetteva di capire chi prendeva le decisioni”. Un esempio: Nadia cita la decisione di cambiare sulla pagina Facebook, all’ultimo minuto, i luoghi di incontro di una recente manifestazione anti referendum (costituzionale). Questo dopo che molti manifestanti avevano lasciato le loro case (ed erano senza connessione internet). Il risultato è stata una generale confusione che ha portato all’arresto di oltre 400 fratelli. Hoda, un’altra fonte citata nel pezzo, anche lei giovane della Fratellanza, dice addirittura che adesso “nessuno sa veramente chi prende le decisioni”. Quindi: “Tutti finiscono col fare quello che sentono di fare. Non c’è coesione, nessuna visione “. Il fratello di Hoda è in carcere da diverse settimane.

Il post di The Arabist, un blog amministrato da un acuto giornalista che risponde al nome di Issandr El Amrani, prosegue con i resoconti raccolti da diverse fonti sugli abusi e le violazioni subite dai membri della Fratellanza, e dalle molestie afflitte ai familiari fuori, la cui leadership è agli arresti se non è riuscita a corrompere i funzionari per fuggire all’estero.

Ma “anche se il desiderio di vendetta è palpabile all’interno della Fratellanza, è comunque quasi sempre accompagnato da un senso di impotenza e frustrazione”, continua il post. Al di la’  di quelli che nel testo sono chiamati presunti attacchi contro la polizia e gli ufficiali dell’esercito, la resistenza dei Fratelli musulmani appare ancora confusa e debole. Certo, c’è una lista dei colpevoli del massacro di Rabba – la cui accuratezza e origine sono tutte da verificare -, ma nessuno ha fatto ancora nulla contro questi uomini. E probabilmente, dicono alcune fonti citate nel post, quella lista presto sarà perduta.

Tuttavia, resta il pericolo che la situazione possa precipitare. Gli attivisti islamici come Nadia partecipano regolarmente ad azioni mirate a “turbare” il ministero dell’Interno, come dare fuoco ai furgoni della polizia, si legge. E se le si chiede come tutto cio’ possa finire sotto la definizione di resistenza pacifica, lei reagisce con una faccia che il post descrive con gli aggettivi “disgustata e annoiata”. “Loro hanno pistole, gas, automobili e acqua. Noi abbiamo molotov e pietre. Non è un confronto alla pari … . Noi siamo certamente più pacifici.” La reazione di Nadia è comune fra i Fratelli musulmani (e in circoli rivoluzionari slegati dalla Confraternita), scrive ancora The Arabist.

Alla fine di questa storia, a me resta in testa soprattutto una domanda: che cosa spinge le autorità egiziane ad utilizzare oggi gli stessi metodi repressivi di un regime che è stato rovesciato (e che considerava la Fratellanza un movimento badito ma tollerato). La rivoluzione del 2011 è un processo che coinvolge tutta la società e il suo tessuto legislativo. Lo Scaf aveva permesso alla Fratellanza di partecipare alle elezioni parlamentari e presidenziali del post-Mubarak. Accettandone i risultati. Alla fine, pero’ i Fratelli musulmani sono rimasti in carica soltanto un anno.

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