Out among the English#IoStoConQuit: l’importanza del prendere una posizione

Io Quit lo conosco, se la cava benissimo anche da solo. E quando scrive le cose in corsivo, in piccolo perché «così si salva la comicità», lo fa perché ha una visione d'insieme che pochi hanno e ch...

Io Quit lo conosco, se la cava benissimo anche da solo. E quando scrive le cose in corsivo, in piccolo perché «così si salva la comicità», lo fa perché ha una visione d’insieme che pochi hanno e che un po’ gli invidio. Certo, è verboso. Scrive, scrive, scrive e sembra che non arrivi mai al punto, almeno finché non si fa un passo indietro rispetto a tutto quel testo spezzato, incolonnato, stranito e non ci si rende conto che il punto è tutto intorno. Che difficilmente è andato a pescare in una zona troppo lontana dall’argomento.

Mettersi di traverso tra Quit e i suoi lettori è pericoloso, perché spesso quei lettori sono accaniti detrattori, critici assatanati o difensori sbavanti della pubblica opinione coi quali nessuna persona sana di mente e lucida d’intelletto vorrebbe avere nulla a cui spartire. Ora, mettersi tra Quit e i lettori è diventato ancora più difficile, non per le posizioni prese dall’ex blogger e giornalista – adesso persona in vista – assolutamente condivisibili e anzi sacrosante, ma perché dall’altra parte c’è un vero e proprio plotone di esecuzione. Una folla urlante che brandisce fiaccole e forconi e avanza gonfiando le fila man mano che attraversa il villaggio. Un villaggio di personaggi sinistri, con gli occhi iniettati di sangue. Un villaggio di mostri, che — parzialmente inconsapevoli, o meglio incoscienti — scacciano la ragione in nome di un terrore del contraddittorio che passa da qualcosa a metà tra il timor religioso e la frenesia.

Quello che è successo è facile da sintetizzare anche senza entrare troppo nel merito: Quit ha, da questo giornale indipendente, stuzzicato Grillo e il movimento di cui porta le insegne. Quit ha svegliato il mostro. Quit si è fatto portatore della voce della ragione nel regno dell’irragionevolezza. Niente di nuovo, ma questo gli è valso la pubblica messa all’indice come “personaggio non gradito” agli occhi di coloro che si sono auto-insigniti del titolo di cittadini,portatori del verbo della democrazia autodidatta. Al popolo del web. Di un web. Di quel web.

Sì, allora, mi metto tra Quit e il movimento. Mi metto tra Quit e l’ennesima massa di forconari raffinati al punto di definirlo «pennivendolo parassita delirante, che sta in piedi grazie ai finanziamenti pubblici». Lo faccio innanzitutto perché condivido il suo punto — in sintesi: Beppe Grillo non solo è antidemocratico, ma è una minaccia alla democrazia italiana — poi perché i cittadini hanno dimostrato che non c’è niente di leggero nelle reazioni del movimento, non c’è niente di cui scherzare e tutto da preoccuparsi. Esattamente come sosteneva lui, e con lui tutti gli altri giornalisti all’indice. Non entro nemmeno nel merito dei finanziamenti inesistenti a Linkiesta, dell’uso sconsiderato dei puntini di sospensione e della lettera K, che da soli basterebbero a condannare senza appello la massa scellerata e bovina capace di partorire concetti quali «CHI PERMETTE LA PUBBLICAZIONE DI DIFFAMAZIONE È UN CRIMINALE QUANTO CHI DIFFAMA.LA REPRESSIONE MEDIATICA È IL LORO PIÙ POTENTE MEZZO DI STERMINIO DI MASSA, L’IGNORANZA E LA DISINFORMAZIONE I LORO STRUMENTI. L’USO INTENZIONALMENTE CRIMINALE DEI MEDIA SARA PRESTO ADEGUATAMENTE PUNITO, COME IL PRENDERE SOLDI PUBBLICI PER DIRE BUGIE, NEL FRATTEMPO MOSTRIAMO A TUTTI I FATTI DI QUESTI MESI COME STA FACENDO IL # NON CI FERMATE TOUR!». Dove il caps lock è fondamentale, se non determinante nel sottolineare una posizione che non potrebbe essere più chiara e contemporaneamente più confusa — diamogli il diritto di replica ora, ci mancherebbe. Mi metto tra Quit e i lettori perché ho assistito alla goccia che fa traboccare un vaso già sbrodolante da parecchio tempo, e voglio che la mia preoccupazione, il mio allarme nei confronti della continua, reiterata distorsione dell’informazione, ripudio dei media e cecità assoluta che guida il movimento rimangano per iscritto. Non solo perché Linkiesta è il mio giornale, Quit è mio amico e la marea di fesserie che sono state scritte nelle scorse ore non ha nulla a che vedere con l’idea che ho del nostro lavoro, ma perché sostengo che sul piatto ci sia una questione di gravità assoluta, l’istituzione, deliberata e pubblica, di una lista di proscrizione di stampo illiberale, reazionario e vagamente — mi sia concesso — fascista, che coinvolge tutta la libertà di opinione. Qualsiasi sia il mezzo.

Aderire su Twitter all’hashtag #IoStoConQuit non è solamente fare da schermo a un giornalista in un determinato momento, ma è decidere di stare da una o dall’altra parte di una linea marcata. Stare con uno o con l’altro popolo del web, stare dalla parte della ragione o dalla parte del torto. Con la ragionevolezza o con la mancanza di ragione. Con l’informazione o con la violenza verbale di chi, per affermare un concetto sbagliato, grida, sbraita e minaccia, forte della presunzione di conoscere ma annebbiato dalla più profonda ignoranza. Nell’unico senso che il termine preveda: mancata conoscenza dei fatti, aggravata dall’incapacità di apprendere, che spesso si traduce in vergognosa illazione. Così è, purtroppo, e non c’è niente che faccia ben sperare per il futuro.