Non aprite quelle porteC’era una volta Mociola, la schiava della casa

A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar, si cantava ai tempi dei 45 giri. Ma non è di Cigno, appiccica! che voglio parlare, bensì di una Cenerentola che persino i fratelli Grimm avrebbero f...

A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar, si cantava ai tempi dei 45 giri. Ma non è di Cigno, appiccica! che voglio parlare, bensì di una Cenerentola che persino i fratelli Grimm avrebbero faticato a immaginare: una Cenerentola un po’ isterica, non solo consenziente, ma addirittura così fanatica della pulizia che avrebbe rinunciato senza problemi al ballo con il Principe Azzurro per rimanere a casa a giochicchiare con la cenere. La chiameremo, scopiazzando un po’, Mociola. Ecco la sua storia.

C’era una volta una donna sulla quarantina, non nobile, non ricca, come già qualcuno prima di lei, che abitava in un appartamento al primo piano di un condominio piuttosto sgangherato, in un piccolo paesino della ridente Brianza. La madre, appassionata di camelie, avrebbe voluto chiamarla Margherita, ma quando la prese in braccio la prima volta e si accorse che la piccola tentava di strapparle la camiciola per pulire i segni del parto, capì subito che quella sarebbe stata una bambina speciale e la chiamò Mociola.
Mociola trascorse l’infanzia circondata dall’affetto e da uno stuolo di Barbie, che puntualmente depauperava della loro identità di Barbie Malibu o di Barbie Luce di Stelle, per trasformarle in Barbie Sguattera o in Barbie Angelo del Focolare. La passione di Mociola per le pulizie crebbe con lei, l’accompagnò durante la giovinezza  – si racconta di come rifiutò diversi pretendenti, colpevoli di avere, a seconda dell’età, la bici, la moto o la macchina chiazzate di fango – e raggiunse il suo fulgore dopo il matrimonio con Renato l’immacolato, un uomo un po’ banale, ma pulito dentro e pulito fuori. Le giornate di Mociola cominciavano alle sei del mattino con una bella spazzata alle terrazze e finivano alle undici di sera con l’ultima centrifuga. In mezzo, polveri, pavimenti, infinite lavatrici, superfici da far brillare e acari da annientare. In sintesi, per Mociola, la felicità.

Col tempo, però, la passione cominciò a trasformarsi in ossessione e i vicini iniziarono a sentire, durante la notte, rumori di mobili spostati e di scope sfregate contro le ringhiere. Dopo anni borderline, Mociola era diventata una maniaca: ogni briciola, ogni capello, ogni pelucco – reale o immaginario – doveva essere debellato prima che facesse giorno, pena – almeno secondo i tortuosi processi mentali della donna – la trasformazione della casa in un capanno abbandonato e sporco in riva al torrente Molgora.
Un giorno, infine, la tragedia. Renato l’immacolato, rientrando dal campetto con il loro figlio undicenne, si dimenticò per la prima volta di sbattere le scarpe fuori dalla porta e portò all’interno il tanto odiato fango, riempiendo l’ingresso di enormi impronte marroni. Mociola urlò terrorizzata e corse in ripostiglio a prendere lo spazzolone. Quando ritornò sulla scena del delitto, però, rimase senza parole. Il figlio undicenne aveva appoggiato il suo piede, per misurarlo, sopra l’impronta lasciata dal padre e aveva sul viso una cosa che Mociola, in casa, non gli aveva mai visto. Era un sorriso.

Ora, cosa ci insegna questa storia?
Ci insegna che una casa un po’ in disordine non uccide nessuno; che dimenticarsi delle proprie ossessioni e fermarsi a osservare gli altri fa scoprire cose nuove; che l’imperfezione, spesso, è più bella della perfezione, perché l’imperfezione dà la possibilità di immaginare. E immaginare dà la possibilità di crescere.
Di sognare.
Di fantasticare.
Di vagare.
Di viaggiare.
Di respirare.
Di volare.
Di perdersi.
E chi non si perde, ça va sans dire, è perduto.