GloβArt Bonus vs Google Art

È caduto ieri il verdetto di Google, tagliente quanto il rating di Standard & Poor’s. Stavolta ad essere declassata non è la finanza ma la cultura, il “petrolio” italiano. Ma che c’entra la cultur...

È caduto ieri il verdetto di Google, tagliente quanto il rating di Standard & Poor’s. Stavolta ad essere declassata non è la finanza ma la cultura, il “petrolio” italiano.

Ma che c’entra la cultura con Google? Lo ha spiegato ieri Eric Schmidt a Franceschini nell’incontro TDLAB a Roma.

A dire il vero gliele ha proprio suonate il Ceo di Google al ministro della Cultura italiano, e poiché Franceschini si accaniva a controbattere al realismo spietato del dirigente di Google, Schmidt ci ha ricordato che anche la cultura ha degli obblighi.

Al businessman americano, le repliche di Franceschini dovevano fare quasi tenerezza.

Franceschini ha da poco firmato il decreto cultura, l’Art Bonus. Ma le condizioni incerte dell’Italia impongono anche interventi internazionali. Nonostante tutto, il governo italiano recita l’autonomia per mantenere apparenze di sovranità.

A questo punto Schmidt ha dovuto incalzare con argomenti concreti: il ritardo digitale in Italia, l’assenza di aziende locali capaci di togliere utenti ai colossi americani come Youtube etc.

Oggi risultano essere anti-Youtube, anti Twitter o Facebook, solo le dittature: la Cina, la Russia, la Turchia di Erdogan con la recente repressione internet. Ma persino in Europa democrazie come la Francia si son attrezzate per contrastare l’espansione digitale americana, investendo sul settore, incentivando l’innovazione nazionale. Così oggi questi possono contare sui propri canali distributivi. 

L’Italia invece non è stata lungimirante per cui oggi non c’è un’azienda italiana che possa contribuire a recuperare il flusso assorbito da Google o altre aziende web americane.

E il ritardo va oltre le questioni tecnologiche, ha ripercussioni sulle manovre culturali del paese. Bloccato sul nascere anche il piano B, preso in prestito dai Francesi: l’“Eccezione Culturale” che Franceschini anche ieri tentava di armeggiare come uno scudo contro le mire di Google sull’Italia.

Qui in Italia mancano le aziende. Su che potrebbe mai poggiarsi l’autonomia italiana auspicata da Franceschini dietro lo slogan dell’Eccezione?

Anche se Schmidt ieri era calato nel ruolo dell’avvoltoio, la sua proposta era pragmatica: il mercato si è spostato sul web e se l’Italia non passa al digitale perderà inesorabilmente le sue ricchezze.

Insomma l’Italia ha le spalle al muro, e se vuole andare avanti deve prima passare dai canali web dominanti, quelli globali e cioè americani, e solo successivamente fare i google e youtube italiani per recuperare la sua parte di mercato.

In parte, le pressioni di Google sono giuste: se non si digitalizza l’arte, tra poco nemmeno la Galleria degli Uffizi – per quanto incontestabile – avrà un’esistenza economica.

Ancora oggi i musei italiani contano passivamente sugli incassi dei biglietti, mentre il Metropolitan ha digitalizzato gran parte della sua collezione scommettendo sulla fruizione on-line.

Quindi ha ragione Schmidt a dire che il sistema italiano è primitivo. Chi non è autonomo si scontra con le leggi del mercato.

Pper finire, anche se ha un patrimonio sterminato e una fortissima identità, l’Italia non ha una concezione imprenditoriale della cultura. Gli americani hanno capito che nel paese della Grande Bellezza, l’arte non è riconosciuta come una realtà economica ma come un servizio pubblico, sottostante alla burocrazia.

Dunque vediamo, che probabilità ha oggi Art Bonus contro Google Art?

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