Barbe BruciateL’Acquedotto diede più da mangiare ai genovesi che da bere ai pugliesi

   Galleria "Camillo Rosalba" - Caposele (AV)    Già, la provincia di Bari. Era giusto che andasse. Ne abbiamo chiesto la dipartita, assieme alle altre provincie italiane. Ma ciò nulla to...


Galleria “Camillo Rosalba” – Caposele (AV)

Già, la provincia di Bari. Era giusto che andasse. Ne abbiamo chiesto la dipartita, assieme alle altre provincie italiane. Ma ciò nulla toglie alla malinconia. Semmai aggiunge. Mette un po’ di struggimento, affondato nel ricordare ciò che più d’ogni altra cosa a quella istituzione va riconosciuto: l’Acquedotto Pugliese.

Michele Viterbo, Peucetio, storico instancabile delle storie di Puglia, ci ha riportato, riordinandoli, i segni angoscianti di quel dibattito politico ne “La Puglia e il suo acquedotto” (Laterza, ul. ed. 2011). Una cronaca sostenuta sulla tragedia sempre imminente da scongiurare. Soprattutto perché a carico dei più poveri, dei più indifesi.

Nelle pagine della letteratura ci sono le parole adatte a descrivere i fantasmi furibondi che erano in agguato: “Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.” (J. Steinbeck, Furore, Bompiani, 2013)

La sete in Puglia era fuoco ardente, gli uomini erano da un lato tizzoni e dall’altro forzieri di ogni epidemia. Se i grappoli non continuarono ad andare a vendemmia, se quegli acini germinati sul furore smisero di essere pigiati e poi strizzati nei torchi dell’ingiustizia, ciò accadde per l’iniziativa della Provincia di Bari. Oggi che se ne sta andando, è un dovere scolpirlo.

Per tutta la seconda metà dell’800 non ci fu seduta del suo Consiglio provinciale senza un utile accenno. Oppure una blaterazione. Nessuno s’illuda su opinioni infondate, c’erano anche allora il detto ciancioso e a vanvera, l’interesse dei pochi travestito da bene per tutti. Ma “mondo era e mondo sarà” è sempre materiale di scarto che sigilla gli interstizi, dando forza e sostegno a edifici  che poi si sviluppano in altezze splendenti.

E allo splendore soccorrono anche parole, sì rare, che si fanno materia col solo pronunciamento. Tra le prime e sulla necessità improcrastinabile dell’Acquedotto per la terra delle Puglie, ci furono quelle di Francesco Bari Evoli, consigliere fasanese delle provincia di Bari, dette nell’aula del Consiglio provinciale. A ricordarle tuonano ancora, nonostante l’oblio sul nome dell’autore, perché surclassato dalla notorietà culturalmente preponderante di altri giganti della storia regionale. Gaetano Salvemini, tra i primi.

La voce di Salvemini, consigliere provinciale di Bari quando la realizzazione dell’opera era in corso e si scontavano lentezze e ritardi, si alzò forte e chiara di fronte alla seduta d’aula tenuta alla vigilia dell’ultimo ferragosto prima della grande guerra. Forse qualche vita fu pure risparmiata per la fermezza della denuncia. Con fare pieno di piglio e il cipiglio dello sdegno, stigmatizzò le inadempienze dell’impresa genovese che s’era aggiudicata la munifica commessa statale, senza dare traccia concreta alla promessa di acqua.

Sino a questo momento, disse Salvemini, l'”Acquedotto pugliese sta dando più da mangiare ai genovesi che da bere ai pugliesi“. Assecondando l’estro ironico è un po’ cinico di Mario Missiroli, storico direttore del Corriere delle Sera, e mettendo per parte nostra un po’ di auto afflizione, siamo stati capaci di cancellare “ai genovesi” dalla frase, inciso decisivo della denuncia di Salvemini, facendola rinascere in una confessione di lassismo, inerzia e nullafacenza. Sarebbe da destinare all’Antenora chiunque  perseverasse nell’utilizzo arbitrario di quello sbottare.

E poi arrivò il giorno memorabile: 24 aprile 1915. Sgorga l’acqua dalla prima fontana, nello spiazzo dell’ingresso principale dell’Ateneo di Bari, segno che i grappoli d’anima dei pugliesi non andranno più a vendemmia.

Di tutto questo, di questa storia, tanto si è cantato. Di Rosalba, Zampari, Imbriani, Balenzano e tante altre sentinelle a cui in tempi diversi si chiese come dal Seir: “quanto resta della notte?

Poco si è detto, però, di un luogo politico, la Provincia di Bari, che per molti lustri fronteggiò il diritto all’acqua di una parte di Puglia, aprendo la strada affinché anche le altre parti ne beneficiassero con la stessa opera.

Se solo questo fosse stato il merito della Provincia di Bari, nessuno può sentirsi sollevato da malinconia ora che il sipario si chiude sulla sua centenaria attività.

Ma il ricordo malinconico può adagiarsi solo sulle persone che da quel luogo politico lasciarono il segno del loro passaggio. I luoghi sono solo occasioni per ripensare agli uomini, e quelli nuovi ricordino che lì, nella Provincia di Bari, ne sedettero molti di quelli che ci liberarono dalla sete.

Articolo uscito su La Gazzetta del mezzogiorno del 23.06.2014