Barbe BruciatePrevenire le manette con il massimo ribasso

Ogni notizia di corruzione fa tintinnare il proposito di manette ai polsi dei colpevoli che verranno. Aggravare le pene, reprimere, vigilare e controllare. Giusta reazione, ma molto emotiva. Portat...

Ogni notizia di corruzione fa tintinnare il proposito di manette ai polsi dei colpevoli che verranno. Aggravare le pene, reprimere, vigilare e controllare. Giusta reazione, ma molto emotiva. Portata a compimento, però, difficilmente risolve.
 Ma perché non vale per gli appalti la stessa narrazione sulla carie, quella della prevenzione secondo lo storytelling del dentista?
Gli appalti pubblici avrebbero una dinamica addirittura banale, se solo li facessimo somigliare alle commissioni delle famiglie. Per loro, le famiglie, la scelta del fornitore è orientata al ribasso, quello massimo, con il contratto denso di puntualizzazioni preventive e dettagliate, a volte nevrotiche, sulle modalità esecutive dell’opera e sulla qualità dei materiali da utilizzare.
Nel corso dell’esecuzione del lavoro, inoltre, la famiglia committente esercita controlli quasi ossessivi sull’andamento dei lavori e sulla loro rispondenza ai patti iniziali.
Nella pubblica amministrazione questo modo di fare risponderebbe alla selezione dell’appaltatore col criterio del prezzo più basso, privo di margini discrezionali a differenza di quello sull’offerta vantaggiosa. Corredando il capitolato, ovviamente, di un regolamento dettagliato (nel linguaggio tecnico si chiama progetto esecutivo) predisposto da funzionari pubblici capaci e per questo forti e autorevoli nel controllare la più puntuale esecuzione.
Salvo il caso patologico dell’offerta anomala, che qui conviene tralasciare per non complicare il discorso con tecnicismi, si vincerebbero e si perderebbero le gare, in definitiva, con un “numeretto” scritto in busta chiusa con ceralacca, l’equivalente dell'”ingegnere spenga il monitor così sentiamo soltanto la voce” nel celebre episodio de “I complessi” con Alberto Sordi nella  parte di Guglielmo il dentone.

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I Complessi - Guglielmo il dentone (8' 50'' - "Ingegnere, spenga il monitor così sentiamo solo la voce")

Fatto sta che nei lavori pubblici e secondo la relazione annuale 2012 dell’Autorità di vigilanza, il criterio del prezzo più basso ha la peggio su quello dell’offerta vantaggiosa, almeno per i grandi lavori, cioè quelli che riguardano la gran parte dei procedimenti penali per corruzione, mentre è prevalentemente utilizzato per lavori con valore medio di € 615,174. Cioè quelli con minore esposizione alla corruzione.

La ragione sostenuta pubblicamente per giustificare il minore ricorso al prezzo più basso per i grandi lavori si fonda su un falso argomento: non si garantirebbe – si dice – la qualità della prestazione, giungendo per vulgata perfino a chiedere la sua abolizione dal codice dei contratti. Il che è come dire che la Pubblica amministrazione e i suoi funzionari sarebbero per definizione incapaci, deboli e screditati, e che chi agisce con fondi non propri è più soggetto a disinteresse. In ambedue i casi il contrario di ciò che si aspetta da un funzionario/padre di famiglia con media diligenza.
Allora è facile dedurre che la lotta alla corruzione dovrebbe passare da una ‘piccola’ riforma, per cominciare: rendere generalmente obbligatoria la scelta del criterio al prezzo più basso per l’aggiudicazione, che rende inutile (quasi) il “disturbo” di amministratori da remunerare per l’infedeltà ai propri doveri, e dichiarando fuorilegge i procedimenti eccezionali. Con grande vantaggio economico – innanzitutto – delle amministrazioni pubbliche, che forti e risolute agirebbero, appunto, con i criteri di una famiglia, destinando le notevoli economie di gara ad altri lavori in attesa.

L’offerta economicamente vantaggiosa ha convenienze solo apparenti rispetto al criterio del prezzo più basso. L’apparenza del vantaggio consiste nel fatto che con un rocambolesco procedimento dialettico si trasforma la concorrenza in vizio, e in virtù la “dialettica” tra le imprese. Finiscono per avere la meglio, allora, il patrimonio delle “relazioni” o le “entrature” con esponenti della pubblica amministrazione.
Così facendo sono le imprese serie che finiscono per pagare il prezzo delle “deviazioni”.
A parte la riprovevolezza etica di ogni fatto corruttivo, infatti, adeguarsi al sistema delle “relazioni sociali” e al rifiuto della concorrenza più spinta, significa esporsi a un rischio d’impresa di gran lunga superiore a quello cui, ragionevolmente, un imprenditore dovrebbe avere il coraggio di esporsi. Nell’Italia che continua a scegliere la repressione della corruzione piuttosto che la prevenzione, ove il sistema giustizia è da molto tempo incentrato sugli effetti deflagranti delle indagini preliminari, un procedimento per corruzione che si apre corrisponde ad un’impresa che si prepara a chiudere.

E allora perché non lanciarsi di slancio nella prevenzione dei fenomeni corruttivi? A cosa serve avere una legislazione repressiva forte, che comunque si dovrebbe sempre adottare, se sul verso di quella stessa moneta non compaiono di pari passo riforme utili a scongiurare alla fonte il numero maggiore di “tentazioni”?
L’intervento del giudice penale dissesta le comunità e rovina gli uomini. Il compito dello Stato consiste nell’eliminazione di tutte le possibilità che generano la necessità di invocare l’intervento sanzionatorio della giustizia, e nel garantire con la qualità delle leggi una magistratura vigile ma tendenzialmente in ozio. Per scarsità di lavoro. Un paradosso, sì, di normalità.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 giugno 2014