Barbe BruciateRenzi come la Thatcher? No, come D’Alema nel 1997

  Le intenzioni di Renzi sono buone. Intenzioni di destra, dicono i mozzorecchi. Renzi è come la Thatcher, aggiungono gli esteti di romantiche e lacrimate sconfitte, brandendo l'immancabile bandier...

Le intenzioni di Renzi sono buone.

Intenzioni di destra, dicono i mozzorecchi. Renzi è come la Thatcher, aggiungono gli esteti di romantiche e lacrimate sconfitte, brandendo l’immancabile bandiera rossa con appuntate le medaglie celebrative dei trionfi mancati.

Mi tocca allora un dubbio.

E se invece Renzi avesse cominciato, impavido, a fare la sinistra? Miglioro la domanda: e se con Renzi i riformisti avessero cominciato a fare il loro vero lavoro, senza paure, smettendo di fare i conservatori?

Proviamo a rispondere pensando alla disoccupazione.

La realtà restituisce decenni di buoni intenti, mai trasformati in ricette preparate e servite.

Le riforme sono state sempre bloccate da presidi con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro, convocati per impedire l’avverarsi di una buona intenzione riformista: “il futuro entra in noi molto prima che accada”.

Sono le parole di un poeta, Rainer Maria Rilke. Le stesse usate, anche con un po’ di civetteria, per dare un motto al congresso del PDS del 1997.

Lì, su un maestoso ambone rosso cardinalizio,sale Massimo D’Alema.

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Avete visto il filmato? Il silenzio in sala mette invidia a una tomba. Si parla di lavoro, in particolare di quello a nero. Ma la questione è sempre la stessa. I lavoratori con troppi diritti, sempre meno, e quelli inseguiti dalla polizia e dagli ispettorati del lavoro, sempre di più.

Vibra per gli applausi il palaeur di Roma. E giustamente. Ma quel discorso di ieri ha molte somiglianze con le idee di Renzi di oggi.

Proprio se vogliamo spingere in avanti una politica per il lavoro, noi dobbiamo avere il coraggio di un’opera di rinnovamento“, cominciò il leader maximo. E poi continuò: “Ho sentito Cofferati, anche a differenza di altre occasioni, più chiuso e più sordo“.

Ma nell’affondo finale si toccò il climax. “Noi ci sentiamo sfidati dalla realtà ad una necessaria riflessione critica. La mobilità, la flessibilità, sono innanzitutto un dato della realtà. E persino qualcosa che corrisponde ad un modo diverso, nella nuova generazione, di guardare al lavoro e al proprio rapporto con il lavoro“.

Dopo un affondo così, uno pensa che è per sempre. E invece ecco arrivare il colpo di scena. Non passò nemmeno un mese dal congresso e il passato si presentò col vestito di gala, entrò, e con un guizzo sbarrò le porte al futuro. Alla faccia di Rilke.

La CGIL di Cofferati convocavauna manifestazione per l’occupazione. In buona sostanza una critica al governo Prodi. Il PDS aderì con fantasiosa e stupefacente capacità di contraddizione. D’Alema non si perse d’animo e spiegò. “Noi diamo un giudizio positivo sulla manifestazione. Staremo in piazza e… ci criticheremo. Sara’ un’esperienza originale“.

Quel “ci criticheremo” fu di rara “bellezza” e bizzarria.

Ma la vera pace arrivò ad un convegno organizzato dalla stessa CGIL. Il titolo fece piazza pulita dei versi impegnativi dei poeti e shekerò i più generici “Lavoro, Welfare, Europa”. Ospiti d’onore D’Alema e Cofferati.

D’Alema fece di necessità contrizione. “Al congresso sono stato ingeneroso nel non riconoscere alla Cgil un impegno assai più avanzato nello sforzo di governare la flessibilità“. Volete un buon esempio? “I contratti d’emersione nel tessile“. Cavolo!

Cofferati gongolò. “Non ci sono state rotture“, ah si?, “e personalmente non ho perso il sonno per quello che è successo“.

Scoppiò la pace con photo opportunity e la riforma svanì. I battimani del palaeur e i versi di Rilke furono portati in cantina.

Oggi Renzi ci riprova. I buoni argomenti ci sono. Sono più o meno quelli di D’Alema del 1997. Può riuscirci. Per farlo deve però tenersi alla larga dalle pratiche alla House of cards, il castello di carte, la casa degli intrighi che rende la fiction di successo con Kevin Spacey più vera della realtà. Dove – contemporaneamente – si sale e si scende, si avanza e si arretra, si strappa e si cuce. La mobilità immobile, insomma. Il potere per il potere.  Il veleno più potente nei tempi di guerra. E di crisi. Dice niente questa parola?

*articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 24 settembre 2014