GloβBirdman, capolavoro

Iñarritu sicuro vincitore dell’Oscar chiude definitivamente il dibattito sulla distinzione tra cinema commerciale e d’autore. Basta snobismi, da sempre i veri autori si sono confrontati con le big...

Iñarritu sicuro vincitore dell’Oscar chiude definitivamente il dibattito sulla distinzione tra cinema commerciale e d’autore. Basta snobismi, da sempre i veri autori si sono confrontati con le big production, con i colossal, e oggi gli aspiranti Kubrick devono potersela cavare con la tecnologia, con un mega cast, con le pressioni delle multinazionali, con sfide cioè tecniche e artistiche globali.

Chi l’ha detto che il film d’autore deve per forza essere un prodotto artigianale? Girati a volte con pochi mezzi e meglio se in qualche dittatura, molti film d’autore premono sui tasti ridondanti della compassione, dell’esotismo o peggio del clichè come Sorrentino, più che sullo spettacolo. Ma fra i cineasti stranieri come Sorrentino premiati dall’Academy pochi diventano poi davvero internazionali. Il messicano Iñarritu è uno di questi, e con Birdman entra a far parte dei grandi.

Il film, Birdman, ci dimostra che Hollywood è ancora la fucina del grande cinema internazionale. Lì convergono i talenti venuti da tutto il mondo, checché ne dica la critica più conservatrice.

Nolan con la sua trilogia insuperabile di Batman è riuscito a trasformare un format in mitologia contemporanea, riattualizzando la letteratura e la filosofia, fondendo il sapere con i riferimenti di massa. È la sfida postmoderna di ristabilire la continuità spezzata dal XX° secolo con il passato, di elaborare nuove metafore.

E Birdman tira le somme della lezione di Nolan, salutandone il coraggio: risolvere i sensi di colpa del cinema-spettacolo, scuotere le sofisticazioni, rifiutare il ripiego autoriale.

Birdman è la somma di tutti i supereroi da Superman a Batman a Spiderman, con il loro strascico di ridicolo e caricaturale comunque istruttivo. Un protagonista, Michael Keaton, in crisi schizofrenica è il pretesto per una doppia narrazione, sospesa tra il reale e la fantasia, tra recitazione e verità. “Obbligo o verità”: è il gioco infatti di una Lolita moderna (appena uscita da una rehab) impersonata da Emma Stone, nel film figlia e assistente del padre ex-attore da box office ora in cerca di un riscatto a Broadway.

E il riscatto lo avrà – al costo forse della vita – dopo ripetuti tentativi di suicidio dai tetti al palcoscenico oscillando tra pathos e patetico nella classica stravaganza tormentata del mondo dello spettacolo.

Così Iñarritu riabilita l’attore da box office, nel film spetta a questi il difficile compito di riconciliare critica e pubblico. Un invito agli artisti a non disprezzare né disertare il grande spettacolo e anzi a tornare (come Nolan) a riafferrarne i comandi, a rivoluzionarne i codici.

E per convincerci, Iñarritu ci regala un finale da maestro, un finale tragicomico nella stanza di un ospedale dove il protagonista si risveglia con una benda sul viso uguale alla maschera del supereroe a forma di uccello che lo perseguita. Un Fato ironico e spietato ma assunto senza drammi dal personaggio e che rappresenta infine la rivincita del grande spettacolo.

Viva Hollywood e la sua leggerezza se regala sogni, voli tra i grattacieli di New York e tanta libertà creativa.

(di Raja El Fani)

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