(Es)cogito, ergo sumEternit: era già tutto prescritto

  Giustizia è una di quelle parole che, a furia di usarle a sproposito, si sono usurate e si offrono come carcasse vuote, gusci di noce senza gheriglio. Negli ultimi tempi a farci perdere fiducia ...

Giustizia è una di quelle parole che, a furia di usarle a sproposito, si sono usurate e si offrono come carcasse vuote, gusci di noce senza gheriglio.

Negli ultimi tempi a farci perdere fiducia nella giustizia è la giustizia, per quanto paradossale possa sembrare. La Corte di Cassazione, ancora una volta, inficia una sentenza adducendo, di primo acchito, giustificazioni che paiono attenersi più alla forma che alla sostanza. Ieri sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza con cui, la Suprema Corte, il 19 novembre scorso ha cancellato con un colpo di spugna tutte le condanne e i risarcimenti del processo Eternit.

La sentenza ribalta completamente quella d’Appello che aveva riconosciuto la colpevolezza del magnate svizzero proprietario della fabbrica “Eternit”, Stephan Ernest Schmidheiny, e riconosciuto ai familiari delle oltre duemila vittime un legittimo risarcimento economico.  La Cassazione spiega che il processo a Schmidheiny era prescritto ancor prima di iniziare, a causa di un’imputazione sbagliata scelta dalla Procura di Torino che avrebbe dovuto procedere con l’accusa di reati più pesanti, quali l’omicidio plurimo, lesioni e strage, invece che per disastro ambientale, reato che era già prescritto prima del rinvio a giudizio

Raffaele Guariniello, il pubblico Ministero che in questi anni si è battuto per far ottenere giustizia alle vittime e ai familiari, ingoia il boccone amaro e ieri stesso ha inoltrato la richiesta di rinvio a giudizio per Schmidheiny per l’omicidio doloso aggravato di 258 morti d’amianto.

Si inizia tutto da capo, dunque. L’amarezza, però è tanta, e rimane nella bocca di tutti. Per i familiari delle vittime che, dopo aver atteso tanto di ottenere il riconoscimento pubblico di un dolore-privato e provato- devono aspettare ancora.

Il dramma dell’amianto non è soltanto italiano ma riguarda almeno altri quaranta paesi, ma soltanto in Italia il processo è stato penale e si è concluso con la condanna dell’industriale tedesco a 18 anni di reclusione, prima dell’annullamento da parte degli ermellini della Cassazione. Altrove i medesimi fatti si sono tradotti in cause civili, con risarcimenti milionari alle vittime fino alla bancarotta dell’impresa.
Adesso viene cancellata anche l’onta penale sulle spalle di Schmidheiny, i cui legali potrebbero appellarsi al principio giuridico fondamentale in base al quale non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato.
Se fosse davvero così, sarebbe beffardo nonché vergognoso per tutto il Paese ma, soprattutto, per questa giustizia malandata in cui- sempre più spesso-a prevalere sono l’imperialismo giurisprudenziale e l’arbitrarietà, a scapito dell’umano buon senso e della rettitudine.
 

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