Banchiere di provinciaBail in, nulla di nuovo sotto il sole

Uno spettro si aggira per l’Europa, si chiama bail in e, anche se oggi spaventa soltanto banchieri e addetti ai lavori del mondo del credito, da gennaio diventerà spauracchio comune. Insomma, famil...

Uno spettro si aggira per l’Europa, si chiama bail in e, anche se oggi spaventa soltanto banchieri e addetti ai lavori del mondo del credito, da gennaio diventerà spauracchio comune. Insomma, familiarizzeremo presto con l’ennesimo termine inglese coniato dai burocrati europei per mettere in sicurezza il sistema creditizio continentale.

Sarà il caso di ricordare, infatti, che l’Europa ha speso dall’inizio della crisi oltre 630 miliardi per salvare le banche. Quali? Le tedesche per 144 miliardi, le inglesi per 140, le spagnole per 94, le irlandesi per 65, le belghe per 44, le greche per 40, le olandesi per 28, le francesi per 26 e le austriache per 11. E la tanto vituperata Italia? Per una volta essere in fondo alla classifica è motivo d’orgoglio; infatti il sistema bancario italiano ha ricevuto meno di 8 miliardi di euro, somma in cui la parte da leone l’ha fatto l’intervento sul Monte dei Paschi di Siena.    

Questi interventi vanno sotto il nome di bail out, ossia salvataggio del sistema dall’esterno, con risorse pubbliche ricavate dalla fiscalità; i proverbiali nostri soldi, insomma. Bail in è invece salvataggio dall’interno; ossia, nel futuro prossimo saranno i correntisti e obbligazionisti a pagare il conto degli errori e/o delle difficoltà del proprio istituto.

Sarà certamente una rivoluzione, e io mi auguro anche salutare se spingerà i risparmiatori a informarsi meglio sullo stato di salute delle banche cui affidano i propri soldi. Non è un caso che qualcuno, giocando d’anticipo. si sia già preoccupato di vendere un’immagine di solidità della propria banca. Ma quali sono le banche solide? Le banche grandi? No, non è così automatico se il nome Lehman Brothers vi ricorda qualcosa. Ma questo episodio di storia abbastanza vicino a noi non è l’unico; basterebbe leggere l’articolo apparso su Avvenire del professor Pietro Cafaro, ordinario di Storia economica alla Cattolica di Milano. Cafaro, ripercorrendo la storia del credito nell’ultimo secolo, racconta come, spesso, siano state le grandi banche a collassare sotto i colpi di gestioni –diciamo- un po’ disinvolte.  Mi fa ancor più piacere leggere nell’articolo che il sistema delle garanzie incrociate, che è poi la logica sottesa al bail in, nasca con le banche stesse, in origine considerate imprese alla stregua delle altre, quindi gli effetti di un loro rovescio piombavano su imprenditori, debitori e creditori. Ricorda Cafaro che “L’assicurazione contro il rischio più sicura e più elastica che la storia ci fa conoscere è quella spontanea organizzazione sistemica delle banche, quella cioè del rapporto organico e volontario tra istituti di primo, secondo e terzo grado”. E ancora: “tra le banche meglio predisposte dalla propria storia a operare in questo modo (coniugando autonomia e coesione di rete) ci sono quelle ideate da Friedrich Raiffeisen e arrivate fino ai nostri giorni con nomi e organizzazioni diverse, ma similari, nei cinque continenti. Un ulteriore motivo per concludere che la loro espressione italiana – il sistema delle casse rurali e delle banche di credito cooperativo – una volta adattatasi alla nuova situazione potrà essere un esempio di solidità e di efficienza per tutto il mondo del credito”. Sarà forse l’ennesima dimostrazione che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ma anche che qualcuno al problema rischio ci aveva già pensato. Anche se non l’aveva detto in inglese. 

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