Una foto talmente perfetta da sembrare finta. La bellezza disarmante di una fragilità innocente che dorme su una delle spiagge di Bodrum.
Noi sappiamo però che quel bambino non dorme ma è morto. E nel momento stesso in cui questa atroce verità ci viene rivelata, dobbiamo fare i conti con il rischio che Aylan- questo è il nome del bambino- rischi di affondare nuovamente, stavolta nel mare della retorica, ben più infido e periglioso di quello in cui il piccolo ha perso la vita. Quella foto ci fissa immobile, inchiodandoci alla nostra responsabilità di fortunati occidentali che non hanno merito nell’accidentalità di essere nati in una parte di mondo senza guerre, fame e sete.
E’ giusto pubblicare quella foto?
Aiuta o inficia l’opera di sensibilizzazione di coloro che ancora si ostinano a non accettare il fatto che i migranti sono un problema universale e che ci assomigliano più di quanto non vorremmo accettare?
Quanta autoindulgenza c’è nel nostro condividere quella foto sui social come fosse un modo per riportare la nostra coscienza al suo originario candore?
Queste domande sono legittime, ma nel momento stesso in cui vengono poste innescando dibattiti senza fine, spostano l’attenzione da quello che è il vero problema.
La foto del piccolo Aylan è già entrata nell’empireo delle fotografie che hanno fatto la Storia, come accadde alla foto di Nick Ut, che immortalò durante la guerra del Vietnam, la bambina che fuggiva nuda e piangente scappando da un inferno di guerra, napalm e fiamme. Quella foto,che valse al suo autore il premio Pulitzer, continua ad essere pubblicata come foto simbolo della guerra. La foto non appena pubblicata divenne un’arma a seconda delle diverse convinzioni politiche: per i sostenitori della pace diventò l’immagine simbolo per mettere fine ad una guerra atroce, per i paladini dei Vietcong si trasformò in propaganda politica per giustificare il continuare a combattere chi continuava a massacrare i bambini.
Ma di quella bambina, di come si chiamasse, di quale sia stata la sua sorte dopo quella foto, non se ne è più interessato nessuno.
La stessa cosa rischia di capitare al piccolo Aylan, vittima inconsapevole di un mondo che non lo ha saputo difendere e che lascia a noi la frustrante sensazione di essere rimasti immobili dietro a una porta che non siamo riusciti ad aprire, nonostante le persone rimaste chiuse dall’altra parte ci imploravano di aiutarle a entrare. L’avvilente impotenza che ci attanaglia è grande quanto l’indignazione di fronte a morti come questa.
Ma che possiamo fare noi? Non è compito dei governi e dell’Europa prendere provvedimenti urgenti e risolutivo?
Potremmo almeno provare a scongiurare l’eventualità che anche la foto di Aylan diventi solo un’icona fotografica, per evitare di ritrovarcela pubblicata un domani come un’immagine patinata senz’anima.
Purtroppo l’indignazione non è contagiosa. Dovremmo riuscire a trovare il modo di disincarnare quella foto, pensando che ognuno dei migranti è Aylan, i suoi genitori e tutti i civili siriani che, se avessero potuto scegliere, non avrebbero certo voluto abitare un Paese maledetto da una guerra civile. Così come non c’è alcun compiacimento in chi elemosina lo status di rifugiato per potersi ricostruire un destino e scommettere sul panno usato della speranza per cercare di vincere una vita nuova.
Se partissimo da questo assunto, forse sarebbero sempre meno coloro che continuano ad affermare, con sadica sicumera: “Aiutiamo i migranti a casa loro”.