(Es)cogito, ergo sumLa morte: l’ultimo vero tabù di noi italiani

La morte continua a inibirci, a spaventarci. La Signora con la Falce rimane l’ultimo tabù di noi uomini e donne d’Occidente. La parola ‘morte’ per noi italiani è tuttora una termine intollerabil...

La morte continua a inibirci, a spaventarci.

La Signora con la Falce rimane l’ultimo tabù di noi uomini e donne d’Occidente. La parola ‘morte’ per noi italiani è tuttora una termine intollerabile e osceno.

Negli ultimi anni ne abbiamo avute parecchie dimostrazioni, l’ultima delle quali è l’ultimo libro di Erica Jong, uscito in Italia pubblicato da Bompiani, con il titolo “Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato”. Il titolo originale è invece , semplicemente, “Fear of dying”, che tradotto in italiano corrisponde a “Paura di morire”. Il lbro vuole è il seguito del best-seller “Paura di volare”, nel quale la Jomg celebrava negli anni Settanta l’emancipazione sessuale delle donne.

Ci spaventa ancora così tanto la morte?
Così tanto da non avere il coraggio di lasciarla sul frontespizio di un libro? La morte rimane il convitato di pietra della nostra vita, uno spettro da rimuovere, anziché un’ombra che ci segue fedelmente giorno dopo delle nostre vite, pronta a colpirci alle spalle subdolamente come una traditrice silente. Dovremmo essere abituati e convivere con quest’idea, ma la morte rimane tuttora un argomento di cattivo gusto, come la fame e la povertà. Il fatto che la Bompiani, nonostante Elisabetta Sgarbi sia un direttore editoriale illuminato, abbia scelto di cambiare il titolo del libro di Erica Jong, la dice lunga su quanto ancora il concetto di morte sia rifiutato e sublimato nel divertissement. di un titolo che, anziché la paura della caducità dell’essere umano celebri la leggerezza.

Un celeberrimo racconto di Jorge Borges, “L’immortalità”, contenuto nella raccolta “L’Aleph”, racconta di un insolito personaggio , l’antiquario Joseph Cartaphilius, tribuno delle legioni romane in Egitto che, dopo aver trovato la Città degli Immortali ed essersi abbeverato al fiume dell’immortalità, si rende presto conto di voler tornare alla caducità della vita perché il sapersi eterni fa perdere la propria umanità, accrescendo un senso di onnipotenza sconsiderato e pericoloso. Non si può dunque vivere pienamente la propria vita senza lo spauracchio della mortalità, senza la sana consapevolezza che la nostra essenza di uomini e donne sta proprio in quell’essere mortali.

Se riuscissimo a capire questo, non troveremmo la morte scandalosa, ma doverosa. Un atto unico e dovuto, la compiutezza del nostro essere umani, e perciò mortali. Se una casa editrice prestigiosa come la Bompiani ha fatto la scelta di rimuovere il titolo originale perché contiene la parola ‘morte’, ciò significa che è la vita a spaventarci.

Nella nostra quotidianità moriamo continuamente, per colpa dell’amore negato, per un dolore che ci sovrasta, per l’inadeguatezza che ci condanna. La cronaca degli ultimi giorni ci ha insegnato che la morte, a volte, può arrivere come un accidente imprevedibile, un maledetto appuntamento col destino, proprio mentre la vita canta a squarciagola la sua pienezza.

Ma in tempi come quelli che stiamo vivendo la morte è, forse, l’unica cosa che ci permette di restare umani.

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