Banchiere di provinciaWay out: ecco chi ha interesse a dimenticare la storia

Si sapeva che il busillis del decreto sulle Bcc sarebbe stata la famigerata way out. E puntualmente la way out è l’oggetto del contendere in questi ultimi giorni utili per ricalibrare la riforma. N...

Si sapeva che il busillis del decreto sulle Bcc sarebbe stata la famigerata way out. E puntualmente la way out è l’oggetto del contendere in questi ultimi giorni utili per ricalibrare la riforma. Non dimentichiamoci che nel gennaio 2015 la riforma doveva essere oggetto di decretazione d’urgenza e, oltre un anno dopo, in attesa del dibattito parlamentare, si parla di un periodo di altri 18 mesi che saranno dati alle BCC per decidere se aderire alla holding unica. Forse mi sfugge il concetto di urgenza, e sicuramente in quest’anno altre spine bancarie si sono conficcate nei fianchi del Governo, ma resto perplesso. Quanto alla possibilità concessa alle BCC con patrimonio superiore a 200 milioni di trasformarsi in Spa, voglio ricordare due storie, non così lontane nel tempo, che dovrebbero indurre a riflettere gli smemorati di professione.

Forse mi sfugge il concetto di urgenza, e sicuramente in quest’anno altre spine bancarie si sono conficcate nei fianchi del Governo, ma resto perplesso.

La più nota riguarda la Banca Popolare di Spoleto. Nata come banca cooperativa, quotata in Borsa negli anni Novanta, è stata commissariata a seguito di un’ispezione di Banca d’Italia, ma il suo presidente, nonostante questo, è andato a guidare la società cooperativa che era l’azionista di maggioranza della banca stessa. È noto a tutti come sia finita la Popolare di Spoleto, che fa parte oggi del Banco di Desio; magari andrebbe sottolineato che un soggetto cooperativo che controlla la Spa (ex BCC) è proprio la soluzione proposta dall’economista Rossi al premier Renzi in caso di way out.

L’altro caso è stato quello della Cassa Rurale di Storo, banca cooperativa in difficoltà che, mentre il sistema del Credito Cooperativo stava per mettere in campo tutte le risorse interne per gestirne la crisi senza costi per clienti e finanze pubbliche, ha cominciato a subire pressioni da parte di una Popolare, quella di Valsabbina, per fare una fusione, quindi smettendo di essere BCC. Come rendere appetitosa la proposta? Gruppi di pressione si sono mossi sui soci per convincerli a fregarsene della mutualità e promettendo loro, in cambio, un guadagno economico immediato derivante dalla trasformazione delle loro quote in azioni molto ben remunerate. Una scelta industriale giusta, un vantaggio immediato per il socio o di più lungo termine per la governance? Non saprei, di certo niente a che spartire con la logica cooperativa e un impoverimento sicuro per quel territorio.

Penso sia davvero il caso di riflettere sulle modifiche da apportare al decreto per evitare di ritrovarci fra due anni a raccontare altre storie di BCC i cui amministratori hanno voluto giocare a fare i banchieri gettando la maschera di falsi cooperatori

Non sarà un caso, allora, che Carmelo Barbagallo, Capo del Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria di Bankitalia, nella sua audizione al Parlamento sul decreto questa settimana, abbia espresso fortissime perplessità sulla way out, perché rischia di favorire “interessi di gruppi di potere e singole personalità”.

Penso sia davvero il caso di riflettere sulle modifiche da apportare al decreto per evitare di ritrovarci fra due anni a raccontare altre storie di BCC i cui amministratori hanno voluto giocare a fare i banchieri gettando la maschera di falsi cooperatori. È vero che la storia può essere maestra di vita, ma soltanto per quegli allievi disposti a impararne le lezioni.

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