SkypeEuropaMosul o muerte! E poi?

I calcolati posizionamenti sul territorio stanno ad indicare che tra poche ore l’offensiva contro Daesh in Iraq inizierà e entrerà nel vivo. Obiettivo di questa mossa sarà, come si dice da mesi, la...

I calcolati posizionamenti sul territorio stanno ad indicare che tra poche ore l’offensiva contro Daesh in Iraq inizierà e entrerà nel vivo. Obiettivo di questa mossa sarà, come si dice da mesi, la riconquista della più importante, e grande, città del paese occupata dai terroristi islamici di mezzo mondo: Mosul.

L’antica città assira conta circa un milione e mezzo di abitanti, non piccola dunque, è occupata dal giugno 2014 dagli uomini di Al Bagdadi e rappresenta il cuore dello Stato Islamico in Iraq. Secondo gli analisti l’effetto della riconquista da parte dell’esercito iracheno non sarebbe altro che l’inizio della fine per lo Stato Islamico, oltre che il primo spiraglio per nuovi scenari in Iraq e in Siria.

Ma la liberazione di Mosul significa anche un’altra cosa. Detto che, per quanto cruenta la liberazione avverrà nelle prossime settimane, o al massimo mesi, resta da capire chi gestirà la fase più delicata, quella successiva alla liberazione. La complessità dello scenario dell’area lascia presagire nuovi e altrettanto complessi conflitti.

Sono infatti molti gli attori, con differenti ruoli e interessi, che vogliono partecipare alla battaglia. C’è il governo iracheno di Al Abadi, ansioso di chiudere la partita e riprendere il controllo della terza città più importante del paese. C’è il governo che a Nord viene rivendicato dai curdi iracheni che fanno capo al Presidente della nuova provincia (o stato) Masud Barzani. C’è la Turchia di Erdogan, molto preoccupata per la nascita di un nuovo stato curdo ai suoi confini e che già oggi ha sul campo un presidio militare, con tanto di base militare. E poi, ovviamente, l’Iran, che punta ad estendere il proprio raggio di influenza fino al nord dell’Iraq, con già un importante corpo di “pasdaran volontari” al fianco dell’esercito iracheno.

A questi attori vanno ovviamente aggiunti gli interessi americani (ora in sospeso a causa della campagna elettorale) e quelli russi, che al momento osservano.

Con tutte queste forze e questi interessi in gioco, il rischio che la liberazione di Mosul possa generare nuovi scontri è davvero grande. Ed è per questo che il Presidente della provincia curda a nord dell’Iraq, Masud Barzani, parla di un grande problema politico per il dopo liberazione.

Nelle scorse ore non sono mancate frizioni e insulti tra il Presidente Erdogan e il Presidente iracheno Al Abadi per la presenza del contingente turco in Iraq. Nelle prossime ore ci si attende che le diplomazie reciproche facciano il proprio dovere, ma senza un accordo politico (magari gestito dalle superpotenze) nulla sembra stabile e tutto più che mai in movimento.

Netta ed evidente è oramai l’assenza dell’Europa, sempre più potenza relegata al di sopra del Mediterraneo, che non riesce a guardare oltre il proprio orto e che invece che promuovere una Yalta 2.0 per il Medioriente si sta ritagliando sempre più il ruolo di nuova Svizzera distante e distaccata.

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