Banca(rotta)L’ipertrofia della finanza “tossica”, la letargia dei controllori europei ed i pericolosi nodi che prima o poi vengono al pettine

Sempre alla prese con le difficoltà derivanti dal credito deteriorato, il sistema bancario (nazionale, ma sopratutto europeo) deve fronteggiare in questi giorni una problematica per molti versi mol...

Sempre alla prese con le difficoltà derivanti dal credito deteriorato, il sistema bancario (nazionale, ma sopratutto europeo) deve fronteggiare in questi giorni una problematica per molti versi molto più grave e potenzialmente devastante di quella appena nominata: i “titoli tossici” detenuti nei bilanci delle grandi banche europee.

E’, infatti, notizia di pochi giorni fa (vd., ad es., l’articolo su IlSole24Ore dal titolo L’Europa vuole gli stress test sui titoli «tossici» delle banche) che il Parlamento Europeo ha sollecitato gli Organi di Vigilanza (in primis la B.C.E.) ad “accendere un faro” specifico sulla questione dei titoli di livello 3 in pancia alle banche europee più grosse.

A favore dei lettori che non fossero esperti in tecnicismi bancari, ricordiamo che i titoli che le banche detengono nel proprio portafoglio si differenziano in tre grandi categorie:

► titoli di livello 1, molto liquidi e trasparenti essendo il loro prezzo formato direttamente nell’ambito di un mercato regolamentato;

► titoli di livello 2, che, sempre scambiati su un mercato, hanno, però volumi di scambio nettamente inferiori (in gergo si dice che il mercato è “sottile”), e sono molto meno liquidi, tanto che la valutazione del loro prezzo è fatta per paragone con strumenti similari più scambiati;

► titoli di livello 3, ossia i cosiddetti “titoli illiquidi”, che sono necessariamente prezzati con criteri valutativi del tutto discrezionali.

Tanto per essere sommamente comprensibili e concentrandosi solamente sui titoli obbligazionari, a titolo di mera esemplificazione potremmo dire che:

► alla prima categoria appartiene certamente un B.T.P. ovvero un bund tedesco;

► alla seconda categoria appartengono le obbligazioni di una società quotata in borsa, ma i cui titoli sono scambiati per bassi volumi;

► alla terza categoria appartengono le obbligazioni di società non quotate in borsa.

Ora è di tutta evidenza che, laddove vi sia un alto potere discrezionale di fissazione del prezzo di un titolo non quotato (si pensi, ad es., al valore delle azioni di Banca Popolare di Vicenza e/o Veneto Banca, tanto per rimanere alle cronache giornalistiche e giudiziarie di questi giorni), la misurazione del suo fair value (cioè del suo “prezzo giusto” o “prezzo equo”) è assolutamente opaca, essendo legata a criteri valutativi che sono necessariamente fondati su stime e semplificazioni che potrebbero condurre ad un risultato ben lontano dalla realtà dei fatti.

Il rischio legato a questi titoli “illiquidi” è, peraltro, molto meno marcato per le banche italiane di quanto non sia per le banche europee.

Le nostre banche, infatti, alla luce dei dati di bilancio, detengono sopratutto titoli di debito e di capitale di società non quotate in borsa, ma la loro esposizione, ad es., in strumenti derivati è contenuta (seppur non nulla), mentre per colossi del settore bancario europeo quali Deutsche Bank ovvero BNP Paribas tali titoli rappresentano una voce preponderante all’interno dei propri bilanci, detenendo svariate decine di miliardi di euro in controvalore in prodotti finanziari complessi che includono, ad es., prodotti strutturati di credito (tra i quali i C.D.O. ovvero Collateralized Debt Obbligation) e i derivati O.T.C. (Over The Counter, cioè non negoziati in mercati regolamentati).

La valorizzazione corretta di tali titoli è, quindi, centrale per istituzioni bancarie quali quelle summenzionate, mentre, ad oggi, il Meccanismo Unico di Vigilanza Europeo sul sistema bancario (denominato S.S.M., cioè Single Supervisory Mechanism) ha fatto ampiamente “orecchio da mercante” a tale centrale problematica, limitandosi ad aderire a tutti i “diktat” che Paesi forti (Germania in primis) hanno pensato di imporre per mantenere lo status quo.

E’, infatti, molto più semplice censurare (giustamente) gli sconsiderati comportamenti di Paesi come l’Italia, nei quali il credito deteriorato assume proporzioni preoccupanti, che non pensare ai problemi delle proprie banche, che, in caso andassero fuori controllo, comporterebbero la crisi di interi Stati se non di intere economie continentali.

Giusto per memoria storica, questo è quello che scrivevamo circa quattro anni fa in un articolo dal titolo Una proposta per un radicale ripensamento sui derivati:

La tanto “virtuosa” Germania, che distribuisce in materia economico-finanziaria bacchettate a destra e a manca ai P.I.I.G.S. (acronimo formato dalle iniziali di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) dovrebbe rispondere del fatto che in Deutsche Bank i contratti derivati sfiorino il 40% dell’attivo patrimoniale. Tanto per essere chiari: in caso di problematiche legate ai derivati, la banca tedesca ha ad oggi un’esposizione talmente grande che diventerebbe molto problematico ovvero quasi impossibile poterla salvare. E le banche dei “cugini” francesi non stanno certo meglio!
Alla luce di questi dati impressionanti ci sentiamo di fare una proposta a lungo ponderata, sicuramente forte e soprattutto contro corrente: stabilire per legge il divieto esplicito dell’uso di ogni forma di contratto derivato nelle transazioni finanziarie ovvero, laddove non possibile, circoscriverne la circolazione nei soli mercati regolamentati, eliminando ogni forma di contrattazione Over The Counter, cioè al di fuori del mercato. Derivati, infatti, significa rischio sistemico, significa, in altre parole, pompare utili stratosferici in pochissimo tempo nei bilanci bancari, ma a rischio di possibili perdite catastrofiche, stante l’enorme leva sulla volatilità.
L’auspicio è, in conclusione, che la finanza torni al servizio dell’economia reale, cessando finalmente di essere asservita al delirio di onnipotenza di bancocrati privi di scrupoli.

Tutti le “voci allarmate” che cominciano a sentirsi oggigiorno sono in ritardo di molti anni perché già da più di un decennio la “bomba derivati” (e simili) è pronta ad esplodere nel silenzio colpevole delle istituzioni (legislatori e vigilanti) che questi strumenti hanno insipientemente creato e ancora più stoltamente non efficientemente regolato e presidiato.

E se da anni si continuano a scrivere le stesse cose, la storia oggi sta rapidamente insegnando che prima o poi i nodi vengono drammaticamente al pettine, come ben san chi, ad esempio, è rimasto coinvolto nelle spinosissime vicende delle quattro banche “risolte” ed a cui, fino all’ultimo giorno, è stato con tutta probabilità ripetuto il mantra salvifico (e del tutto irresponsabile) che “le banche non possono fallire”!

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