Alta Fedeltà“Lo scarabocchio”, Cinzia Nazzareno riporta con successo in Italia la saga familiare

Ancora una volta la Bonfirraro Editore mette a segno un bellissimo colpo, per la gioia di tutti noi lettori. Sì, perché "Lo scarabocchio", romanzo della sorprendente autrice Cinzia Nazzareno che us...

Ancora una volta la Bonfirraro Editore mette a segno un bellissimo colpo, per la gioia di tutti noi lettori. Sì, perché “Lo scarabocchio”, romanzo della sorprendente autrice Cinzia Nazzareno che uscirà domani in tutte le librerie, è un piccolo capolavoro familiare, come da tempo eravamo abituati a leggere nella letteratura straniera ma non in quella nostrana (basti pensare al recente caso editoriale de “La saga dei Cazalet” di Elizabeth Jane Howard).

La scrittrice siciliana, dopo l’esordio de “Il sole in fondo al cuore”, conferma la sua firma solida nel panorama dei cantori di storie, raccontandoci con eleganza e delicatezza una storia complessa e ruvida, ambientata nel piccolo borgo siciliano di Olmo, negli anni ’70. Accompagnandoci per mano tra le strade di una bellissima quanto crudele Sicilia, Cinzia Nazzareno ci presenta la famiglia di Filippo Aletta, un ex dongiovanni che ha trovato il suo posto nella società attraverso la maschera della rispettabilità, garanzia del riconoscimento e della stima dei compaesani. Un unico elemento potenziale di rottura mina il sogno borghese di Filippo: il suo ultimogenito Gianni, detto “Genny”. Un ragazzo dall’anima libera e che sfugge alle logiche semplicistische e bigotte di una dimensione familiare e sociale manichea, dove tutto è bianco o nero: Genny non nasconde la sua vera identità, Genny è una donna ma è costretta nella prigione del suo corpo di giovane ragazzo, ad “una vita palesemente indefinita e priva dei giusti contorni”.

Tra la Sicilia e Roma conosceremo Mila, Riccardo, diversi protagonisti e di come, per nessuno di essi, personaggio e persona coincidano. Il limite non è solo quello del corpo o del genere, ma soprattutto quello della maschera che accettiamo di portare per tutta la nostra vita o delle barriere che noi stessi decidiamo di imporci, subendo la nostra stessa esistenza. Alle volte con il coraggio di provare a ribellarci, alle volte con la consapevolezza di optare per la strada della comoda coperta dell’ignavia.

La forza della scrittura della Nazzareno è sorprendente e a tratti fa quasi fisicamente male, perché ci racconta una realtà dei nostri giorni, dove l’incomunicabilità è per molti un limite insormontabile, dove la comprensione dell’altro è quasi sempre incerta e ricca di ostacoli, dove ciò che non rientra nella tradizione della società alla quale siamo stati educati è sbagliato, oggetto di derisione, da emarginare. Che si abiti in Sicilia o a Roma, perché l’ombra del perbenisimo è presente anche negli ambienti che consideriamo più “progressisti”. Che l’ambiente sia quello estraneo e familiare, perché il rifiuto molto spesso nasce dal proprio stesso sangue.

Ed è forse questo elemento, oltre all’analisi della diversità e del genere, ad aver attratto particolarmente la nostra attenzione: la decostruzione del sacro simbolo della famiglia. La famiglia può essere accoglienza, affetto, accettazione, ma può anche essere rifiuto, rimpianto, dolore. Una coraggiosa indagine a cuore aperto sulla complessità dei rapporti umani, dove la famiglia ha tolto la maschera del nido felice e vede spezzato il proprio ruolo di struttura principale per la formazione dell’individuo, non riuscendo a fornire i mezzi e le difese per la comprensione della società e l’integrazione nella stessa.

“Lo scarabocchio” è un romanzo emotivamente difficile ma che lascia un bagaglio di pensieri e riflessioni, anche a diversi giorni dalla fine della lettura. Siamo ancora con la nostra Genny, con i suoi meravigliosi sorrisi e la sua disarmante femminilità, sempre pronta a ricordarci di volere solo il giusto – anche se la strada è in salita – e non di smettere mai di ringraziare.

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