Il ModernoUna lezione anti-conformista. A proposito di Georg Christoph Lichtenberg

Ho tra le mani un piccolissimo volume su Georg Christoph Lichtenberg, uscito qualche settimana fa e curato da Giuseppe Moscati (L’uomo plasma se stesso, Castelvecchi, pp. 44). Chi è? Vi chiedere...

Ho tra le mani un piccolissimo volume su Georg Christoph Lichtenberg, uscito qualche settimana fa e curato da Giuseppe Moscati (L’uomo plasma se stesso, Castelvecchi, pp. 44). Chi è? Vi chiederete.

Lichtenberg è un filosofo tedesco del settecento, che insegna Fisica sperimentale presso l’università di Gottinga. Kantiano della prima ora e fine divulgatore della cultura illuminista, questo personaggio atipico non lascia opere sistematiche. I suoi aforismi, divorati da Nietzsche, Tolstoj e Einstein, continuano a parlare. Lichtenberg ha un chiodo fisso: l’ipocrisia. Non sopporta i giochi di potere, la furbizia dei cattedratici e il falso moralismo. Inguaribile sognatore, pur con lo sguardo rivolto alle scienze, la sua prosa asciutta non si piega alle urla del volgo e alle smorfie degli indifferenti. Ama il pensiero solido, non quello inventato con pedanteria da inutili docenti del «sapere». Il suo spirito critico non può mentire. Ecco alcune sue perle: «Non lasciarti influenzare, non spacciare per tua l’opinione di un altro prima di averla trovata a te confacente; pensa piuttosto da te stesso»; «gli uomini non vanno giudicati per le loro opinioni, ma per ciò che quelle opinioni fanno di loro»; «ci sono persone che hanno così poco coraggio di fare un’affermazione, che non si arrischiano a dire che spira un vento freddo, per quanto lo sentano loro stessi, se non l’hanno prima udito dire da altri»; «sono stato spesso censurato per aver commesso errori che il mio censore non aveva né la forza né lo spirito sufficienti per commettere»; «non è strano che gli uomini combattano così volentieri in nome della religione e siano così poco disposti a vivere secondo i suoi precetti?»; «non è strano che quando il pubblico ci loda lo riteniamo sempre un giudice competente, ma non appena ci critica lo dichiariamo incapace di giudicare le opere d’ingegno?».

Nell’epoca del postmoderno, le suggestive provocazioni di Lichtenberg vengono spogliate del loro valore e l’indifferenza, da lui sbeffeggiata, diviene l’unico orizzonte di senso entro cui l’uomo nichilista naviga senza meta. Del resto, la sentenza di Nietzsche secondo la quale non vi è un «alto» e un «basso», un «buono» e un «cattivo», un giusto e un ingiusto, viene ripetutamente applicata dai sacerdoti del disincanto e da tutti coloro che disprezzano il sentiero socratico della verità inseguendo ad oltranza le vie del successo, del mercato, del denaro. Il gigantesco edificio costruito dalla nostra civiltà umanista è andato in frantumi. E il crollo della raison segna il trionfo del qualunquismo sulla «pazienza del concetto», la vittoria del gregge sull’uomo moderno. Tutto è caos: il messaggio lanciato da Bergoglio viene offeso anzitutto dal cattolicesimo forzuto, dai cristiani di facciata che, come direbbe Lichtenberg, combattono battaglie prive di pathos. Le vittime della precarietà non lottano contro i volti del privilegio, ma accettano la favola del «flessibile» e sono disposti ad annullarsi, a vivere uno stato di precarizzazione esistenziale pur di guadagnare il centesimo della vergogna. Anzi, spesso scendono in piazza per protestare in compagnia di chi li calpesta. Armati di formulette, e pilotati dalle chiese ideologiche, non riescono a portare avanti un pensiero di lungo respiro, un’azione del cambiamento.

In questa direzione priva di senso, è ovvio che la lezione anti-conformista di Lichtenberg andrebbe rispolverata. Le sue impressioni neo-kantiane ci suggeriscono di scavare in profondità nel nostro io e provare a cogliere quell’«irripetibile» che nessun don Rodrigo potrebbe scalfire. Un passo oltre l’essenza e siamo tutti fregati. Alla prossima.

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