Ipse DixitVincere non è importante: è l’unica cosa che conta.

Luigi Marattin è Consigliere economico del Presidente del Consiglio dei Ministri. Nato a Napoli nel 1979, insegna al Dipartimento di Scienze Economiche dell'Università di Bologna. Per prima cos...

Luigi Marattin è Consigliere economico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Nato a Napoli nel 1979, insegna al Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna.

Per prima cosa, posso rivolgermi a lei con il titolo di professore? Lo chiedo perchè ultimamente un suo collega docente ha tirato pubblicamente le orecchie al responsabile economico di un partito politico che, a suo dire, non avrebbe i titoli accademici per fregiarsi di questa qualifica. Vado tranquillo con lei?

Io preferisco farmi chiamare Luigi, e farmi dare del “tu”. Lo chiedo anche ai miei studenti; anche se ora che comincio ad avere il doppio della loro età non sempre i ragazzi ci riescono, purtroppo. Sono convinto che autorevolezza e rispetto non si conquistino con un pronome o con un titolo, ma con quello che si dice, che si fa e come ci si comporta. Per questo mal tollero l’abitudine, tutta italiana, di dare enfasi ai titoli.

Comunque, il lavoro di professore è una delle passioni della mia vita. Ho conseguito il Master in Inghilterra, il dottorato a Siena, e mi sono specializzato a New York con la borsa Fulbright. Da diversi anni ormai insegno al Dipartimento di Scienze Economiche di Bologna.

Vincere non è importante: è l’unica cosa che conta (cit.).

Prof. Marattin è pronto ad affrontare un 2018 che si intravede alquanto complicato per lei? La Juve come da tradizione non vincerà la Champions League, lo scudetto volerà da Torino a Napoli ed il PD potrebbe uscire malconcio dalla tornata elettorale primaverile. Nubi scure all’orizzonte…

Dopo 6 anni di trionfi in campionato ci può anche stare che lasciamo spazio ai meno abituati alle vittorie…. Per la Champions la vedo dura anch’io, mi impressiona, ad esempio, come gioca il Psg. Ma ho l’impressione che la Juve abbia impostato la preparazione per entrare in piena forma a marzo, e allora ce la giocheremo.

Perché – non lo si dimentichi mai – per la Juve vincere non è importante: è l’unica cosa che conta (cit.).

Ultimamente lei ha dichiarato: “l’obiettivo diretto del Jobs Act non era la creazione di posti di lavoro (perché quelli li crea solo la crescita economica), ma far funzionare meglio il nostro mercato del lavoro, semplificando e dando certezze a imprese e lavoratori. Così facendo, si sarebbe migliorata la risposta del mercato in termini di creazione di posti di lavoro quando finalmente il PIL si fosse ripreso dalla recessione”.

Obiettivi e risultati coincidono o si discostano tra loro in modo sensibile?

I dati di qualche giorno fa sul crollo dei contenziosi in materia di lavoro (-82% le cause per i contratti a tempo determinato, -67% quelle per licenziamenti) dimostrano che l’obiettivo di spostare le tutele dall’alea di un procedimento giudiziario (che poteva anche concludersi con una pacca sulla spalla al lavoratore licenziato ed un “arrangiati”) alla certezza di un risarcimento economico per tutti è stato raggiunto.

L’obiettivo di rendere il lavoro più stabile è stato finora raggiunto parzialmente: del milione di posti di lavoro creati dal febbraio 2014 ad oggi, solo la metà sono a tempo indeterminato; ma su questo aiuterà il rafforzamento della ripresa (non dimentichiamoci che questo risultato è stato ottenuto in anni di crescita anemica). E infine credo ci sia ancora da lavorare sull’obiettivo di rifondare le politiche attive.

La sperimentazione dell’assegno di ricollocazione fatta da Anpal sta risentendo del “no” al referendum del 4 dicembre, che ha lasciato la materia “lavoro” tra le competenze concorrenti, impedendo quindi una centralizzazione, rifondazione e velocizzazione delle politiche attive.

Ancor oggi mi riesce difficile capire come possa qualcuno criticare gli 80 euro

Se volessimo chiedere a cento persone per la strada di dare una definizione sintetica della politica economica renziana degli ultimi anni, sono pronto a scommettere che una larga parte delle risposte potrebbe essere: la politica degli 80 euro, la politica dei bonus. In molti la definiscono una politica “acchiappavoti”; lei invece sostiene che il BONUS 80 euro in realtà è la più grande riduzione di tasse sul lavoro dipendente che sia stata fatta. Lo definirebbe un provvedimento strutturale?

Un provvedimento è strutturale se i suoi effetti sono permanenti, e non transitori. E gli 80 euro, essendo pienamente finanziati nei tendenziali del bilancio dello Stato, lo sono. Ancor oggi mi riesce difficile capire come possa qualcuno criticare gli 80 euro, e nella frase successiva dire che invece serve una riduzione della tassazione per i redditi medio-bassi. E’ come se io dicessi che non tifo Juve: tifo, invece, la squadra di Torino a maglia bianconera.

Detto ciò, penso che nella prossima legislatura occorra prendere l’Irpef (un’imposta nata nel 1974) e rifarla da cima a fondo. Ormai è una stratificazione inefficiente e complicata, con alcune non trascurabili componenti di iniquità. Nell’ambito di quella operazione, che secondo me deve prevedere tre aliquote, un disboscamento delle tax expenditures e un’abolizione delle addizionali locali, il bonus 80 euro può essere incorporato nella nuova struttura. Così risolviamo anche il fastidioso problema per cui per la contabilità pubblica gli 80 euro sono maggiore spesa, e non minori tasse.

Il M5S non ha una politica economica. Ha solo un insieme di individui che ogni tanto aprono bocca a caso senza avere la minima idea di ciò che stanno dicendo.

E’ tornato di moda il gioco della torre. “Chi butteresti dalla torre tra Tizio e Caio?” Valutando esclusivamente la politica economica delle due parti, butterebbe giù dalla torre il centrodestra berlusconiano oppure il Movimento 5 Stelle?

Il M5S non ha una politica economica. Ha solo un insieme di individui che ogni tanto aprono bocca a caso senza avere la minima idea di ciò che stanno dicendo. Mai nella storia di questa Repubblica c’è stato un ceto politico più incompetente di quello, e considero la loro nascita e crescita la responsabilità più grande della classe politica del centrosinistra e del centrodestra della seconda repubblica.

La politica economica del centro-destra al momento mi pare ferma al regalare le dentiere agli anziani, a spendere qualche decina di miliardi di euro (senza spiegare dove trovarli) per portare le pensioni a 1000 euro, e a promuovere una non meglio specificata doppia moneta.

Quindi preferisco la politica economica del Pd: continuare a stimolare la domanda aggregata riducendo le tasse e stimolando gli investimenti e continuando ad aggredire i nodi strutturali che da 20 anni frenano la nostra produttività (dimensione e capitalizzazione d’impresa, mercato dei capitali, pubblica amministrazione, giustizia civile, formazione). Le coperture si trovano rendendo più incisiva l’opera di spending review e con regole fiscali più ottimali a livello europeo, in grado di coniugare sostenibilità dei conti e creazione di spazio fiscale meglio di quanto abbiano fatto le attuali regole.

Riguardo all’università italiana, sono una sorta di eretico.

Recentemente Macron ha annunciato la reintroduzione del numero chiuso nelle università francesi. Mi aspettavo da sinistra una levata di scudi in difesa del diritto allo studio per tutti. Invece lei mi ha spiazzato un pochino dichiarando che è uno dei provvedimenti più progressisti che si possano prendere sul tema della formazione superiore.

Provi a convincermi e mi dia anche la sua valutazione, da docente, riguardo il livello di qualità che può esprimere oggi il sistema universitario italiano.

Immagini un sistema in cui ci sono 100 università pubbliche ad accesso illimitato e gratuito, e 3 università private costosissime. E mi permetta, per brevità, alcune antipatiche semplificazioni terminologiche. I “poveri” avranno una formazione scadente, che li condannerà a rimanere poveri. I “ricchi” se ne fregano, perché tanto mandano i figli ai 3 costosi atenei privati. Allora preferisco che quelle 100 università si dotino degli strumenti per poter offrire formazione di qualità (ad esempio non avere 600 studenti in un’aula), che facciano pagare il giusto a chi se lo può permettere, finanziando così l’accesso gratuito ai “poveri”, e che lo Stato finanzi un sistema di borse di studio integrale in grado di allargare l’accesso dei meno abbienti anche alle 3 università private. Il mio era però un discorso generale, non necessariamente applicabile a situazioni specifiche come quella francese o italiana (dove il numero chiuso già esiste).

Riguardo all’università italiana, sono una sorta di eretico. Penso che l’unica riforma di cui si sia bisogno è trasformare i nostri atenei in fondazioni di diritto privato a capitale interamente pubblico, in modo che possano competere sul mercato internazionale (si, quando si reclutano docenti o studenti, quando si compete per pubblicare articoli o per accaparrarsi fondi, si sta sul mercato) senza sottostare agli stessi vincoli che deve avere un comune quando assume un geometra all’ufficio tecnico. Ma i fan della conservazione (e Dio sa quanti ce ne sono nei nostri atenei) non si preoccupino: a pensarla così siamo solo io e qualche altro pericoloso rivoluzionario.

Riguardo la spending, una delle riforme di cui andiamo più fieri è una che è passata sotto silenzio.

Berlusconi finanzia la ricerca scientifica del San Raffaele che punta a prolungare la vita di uomini e donne fino a 125 anni. Una vera iattura. Dove li troviamo i fondi per pagare le pensioni fino a quell’età? A parte la battuta, la situazione delle finanze INPS preoccupa tutti gli schieramenti politici. Quali manovre di politica economica si possono attuare concretamente per raddrizzare la barca? Non sento più parlare di spending review…

La tanto vituperata riforma Fornero del 2012 – che io difendo con convinzione, al netto del pasticcio degli esodati, poi risolto dai governi successivi – ha reso il nostro sistema previdenziale tra i più sostenibili d’Europa nel lungo periodo. Per questo occorre non tornare indietro. Ed il recente provvedimento che blocca l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita solo per 15 lavori gravosi e usuranti, va nella direzione giusta: non snaturare scelte dettate dalla sostenibilità (rese necessarie da decenni sconsiderati in cui si permetteva alla gente di andare in pensione a meno di 40 anni), ma neanche perdere di vista l’equità sociale.

Riguardo la spending, una delle riforme di cui andiamo più fieri è una che è passata sotto silenzio. In questa legislatura siamo passati dalla logica dei “commissari esterni” che dall’esterno della pubblica amministrazione scrivevano report, ad una riforma del bilancio dello Stato che inserisce l’attività di revisione della spesa all’interno del meccanismo amministrativo: scadenze precise, obblighi amministrativi, ciclo continuo di programmazione e verifica degli obiettivi. Mentre prima tutto si risolveva in dichiarazioni di principio, ora c’è un iter amministrativo codificato e chiaro che rende la spending review un’attività immanente al funzionamento ordinario della pubblica amministrazione. Poi, certo, dovremo giudicare i risultati concreti.

Salutiamo per un attimo l’economista Marattin e parliamo con Luigi. Voci di corridoio dicono che se la cava discretamente con padelle ed intingoli. Verità o leggenda metropolitana? Come passa il suo tempo libero quando i gobbi non giocano? Non starà mica a capo chino su testi di economia e finanza vero?

E’ vero, mi piace cucinare. E’ un’attività che mi rilassa. Di solito metto un po’ di musica jazz (ascolto questo genere musicale solo in quei frangenti), e comincio. Della cucina mi piace soprattutto la possibilità di sperimentare senza limiti, dando fondo a fantasia e creatività. Non sempre le cose nuove riescono bene, ma cercare strade nuove è sempre un buon esercizio per la mente, se proprio non lo è per il palato. Per il resto, non ho hobby originali o stravaganti: fare sport, il cinema e il teatro, la lettura. E passare tempo con gli amici, uno dei doni più belli della vita.

Matteo Renzi è una persona dal carattere forte, deciso e sicuro di sé.

Nel 2014 lei pubblicò una serie di articoli su Linkiesta. In uno di questi (intitolato “Chi specula sullo spread”) scrisse un incipit interessante.

L’Italia, si sa, è un Paese strano. Sia incubi che salvezze della Patria nascono e muoiono a velocità supersonica, o si tramutano gli uni negli altri.

Io aggiungerei che anche il gradimento per i politici passa con la stessa velocità dall’esaltazione alla critica feroce. Dove ha sbagliato Renzi per bruciare una consistente parte del 40,81% di consensi che raccolse alle europee del 2014?

Matteo Renzi è una persona dal carattere forte, deciso e sicuro di sé. Caratteri del genere non piacciono a tutti, questo lo ammetto. Ma nonostante l’empatia conti in politica, contesto il fatto che per scegliere chi debba avere l’onore e l’onere di amministratore la cosa pubblica occorra scegliere il più simpatico. Specialmente nell’Italia di oggi, credo sia meglio scegliere colui o colei maggiormente in grado di immaginare e realizzare un cambiamento graduale ma radicale delle strutture economiche e sociali del nostro Paese.

Io rimango convinto, come lo sono dal 2009, che Matteo Renzi sia l’unico leader in grado di assicurare un risultato del genere e di aggregare una squadra seria e competente per assicurarsi che tale cambiamento abbia radici solide e profonde. E per quanto riguarda l’aver bruciato il consenso, lo vedremo alle elezioni politiche.

Euro si, euro no, doppia valuta in corso legale. Cosa ne pensa?

La doppia valuta è una scemenza.

L’euro è stata la più bella idea del secolo scorso, ma per diventare la più bella realtà del nuovo secolo ha bisogno di riforme precise sia nella governance che nelle regole dell’Unione Europea. E’ una sfida bella e grande, ma abbiamo le potenzialità per poterla realizzare, senza cedere alla propaganda e ai populismi.

La vedremo in lizza nella prossima contesa politica come candidato oppure tornerà alla cattedra universitaria a tempo pieno?

Non lo so, onestamente non ci ho pensato. Credo che nella politica italiana per troppo tempo siamo partiti dal “chi” per – solo dopo – arrivare al “cosa”. Se per una volta invertissimo (definire cosa fare e solo dopo chi è la persona più adatta, a qualsiasi livello, per realizzarla) forse non sarebbe una brutta idea.

Grazie per la disponibilità, buon lavoro e buona vita.

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