Ipse Dixit“ O Fiume o morte! ”

Il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio occupa con un migliaio di uomini il porto adriatico di Fiume. In pochi giorni il suo esercito di «disertori» si moltiplica. È una sfida al mondo intero. Ne...

Il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio occupa con un migliaio di uomini il porto adriatico di Fiume. In pochi giorni il suo esercito di «disertori» si moltiplica. È una sfida al mondo intero.

Ne parla Pier Luigi Vercesi nel suo ultimo libro Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia.

Pier Luigi Vercesi è nato nel 1961 vicino a Pavia, a Corteolona, ed è laureato in economia. Ha diretto diversi periodici RCS, è stato il direttore di Sette – Corriere della Sera dal 2012 al 2017, ed ora è inviato del Corriere.

E’, a mio avviso, una delle più grandi firme del giornalismo italiano.

Leggendo, in questi anni mi sono reso conto che gli americani e gli inglesi di storia sanno scrivere, gli italiani un po’ meno.

ll tuo libro è piacevole da leggere, non ha tempi morti e non stanca mai pur trattando vicende ormai lontane. E’ molto curato, preciso nelle citazioni, fedele nella ricostruzione dei fatti e dei luoghi.

Come si costruisce un saggio storico, come si programma e come si realizza un testo di approfondimento e di indagine storiografica come Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia?

Io faccio il giornalista da sempre, sono passati davvero tanti anni da quando ho cominciato a mettere insieme un testo. Nasco come giornalista di esteri, poi ho scritto di cronache italiane, di cultura, di economia e per tanti anni ho diretto dei giornali, ruolo quest’ultimo che mi portava ad imporre agli altri la scrittura. Molti colleghi si cimentano con la scrittura di libri di attualità, io invece ho una passione tutta mia per la storia e di conseguenza quasi tutti i libri che ho scritto riguardano la storia. Non sono mai veri e propri libri di storia, ma sono testi in cui la storia recita una parte importante.

Non ho una tecnica particolare per scrivere questi libri, diciamo che li scrivo così come li vorrei leggere. Leggendo, in questi anni mi sono reso conto che gli americani e gli inglesi di storia sanno scrivere, gli italiani un po’ meno. I nostri libri sono quasi sempre pubblicati da professori che hanno la consuetudine di mettere tante note, perchè questo serve loro per la propria carriera accademica. Quando invece un professore di Oxford o di Cambridge scrive un libro di storia sa bene che non sarà il numero di note inserite nel testo a fare la differenza; il suo lavoro sarà misurato in base al numero di copie vendute in libreria.

Lo storico italiano pensa più all’accademia, lo storico anglosassone pensa maggiormente al lettore.

Lo storico di professione tende a lavorare sul documento ufficiale, tende a non fidarsi mai delle memorie della gente o di quello che possiamo definire il gossip dell’epoca.

Un giornalista (se è onesto e non cerca l’iperbole per fare colpo) sa miscelare nel suo scritto l’ufficialità dei documenti e la sensibilità dei ricordi personali della gente.

Ho affinato il mio modo di scrivere e di raccontare, l’ho affinato cercando di utilizzare il metodo che si utilizza quando si scrive un articolo. Bisogna provare a penetrare dentro ai fatti che si vogliono raccontare, è necessario capirli a fondo, digerirli, verificarli tutti. Questa fase della verifica purtroppo non tutti i miei colleghi la svolgono a fondo, ma è il vero lavoro dello storico e non può essere trascurato. Tutto viene poi rielaborato e restituito con la tecnica di scrittura di un buon inviato. E’ necessario tenere alta la tensione del racconto e non è uno sforzo da poco. In un articolo la tensione deve sentirsi per sessanta, cento righe; in un libro per cento, centocinquanta o trecento pagine.

Per farlo uso il metodo che utilizzavo prima che arrivasse internet. Mi spiego meglio. Quando ho cominciato a scrivere usavo la macchina da scrivere. Mi dicevano scrivi sessanta righe di cronaca nera (o di cronaca bianca oppure di politica estera) ed io infilavo il mio bel foglio bianco nel rullo. Si, magari qualche riga la sbagliavi e facevi delle piccole correzioni, ma non potevi continuare a togliere e mettere fogli bianchi dalla macchina. Quindi prima di iniziare a battere il testo dovevi avere ben chiaro da dove volevi partire e dove volevi arrivare. Tra il punto di partenza e quello di arrivo, sessanta righe. Era necessario far funzionare la testa, la logica, il pensiero. Questo metodo si è perso con l’arrivo del computer, strumento comodissimo che però mette a disposizione delle scorciatoie; ora puoi accorciare, allungare, inserire , fare copia e incolla, stravolgere il pezzo. Tutte cose che una macchina da scrivere ed un foglio di carta non permettevano. E’ un po’ quello che accade oggi con l’utilizzo totale ed assoluto delle calcolatrici; noi 6×8=48 lo calcolavamo a mente, i nostri figli fanno quasi fatica ad imparare le tabelline, tanto la calcolatrice fa comodamente anche 3×2=6.

Anche nella scrittura si è persa la buona abitudine di pensare prima di scrivere. Prima di metterti al lavoro un tempo sapevi bene come aprire e come chiudere. C’è chi sa farlo bene anche oggi, ma c’è anche chi proprio non ci riesce.

Riguardo Fiume e riguardo tutti gli altri libri che ho scritto, sono sempre partito leggendo. Ho cercato di leggere tutto quello che era possibile leggere, quindi ho iniziato a fare la verifica dei documenti trovati. Poi sono andato sul posto ed ho parlato con le persone. Lo storico di professione tende a lavorare sul documento ufficiale, tende a non fidarsi mai delle memorie della gente o di quello che possiamo definire il gossip dell’epoca. Io invece sono convinto che, spesso, i documenti ufficiali sono tali proprio perché hanno subìto una rielaborazione che li potesse rendere fissi ed immutabili.

La memoria della gente invece si lascia andare e ti dà il polso della situazione. Credo che molti fatti della storia, che sono giunti a noi come fatti epici, sono invece capitati per caso, magari si è trattato di un litigio tra due persone, o di incomprensioni tra le persone che poi hanno dato vita a fatti epocali. Certo non si fa la storia solo sulla base di queste piccole cose, ma bisogna comunque tenerne conto. Un giornalista (se è onesto e non cerca l’iperbole per fare colpo) sa miscelare nel suo scritto l’ufficialità dei documenti e la sensibilità dei ricordi personali della gente.

Perché proprio Fiume, perchè proprio d’Annunzio?

Credo che l’esperienza di Fiume sia stata un’esperienza unica al mondo. Modificò la storia d’Italia e non è mai stata capita e raccontata, volutamente. Perché non è stata capita e raccontata? Perché un anno dopo la vicenda di Fiume ci fu la Marcia su Roma. Il fascismo che aveva inizialmente appoggiato con molta ambiguità l’impresa, finì poi per osteggiarla in quanto temeva che d’Annunzio potesse riuscire a guidare l’evoluzione della storia politica italiana. Finita l’impresa di Fiume una parte dei fiumani prese parte alla Marcia su Roma, ed ecco che allora i fascisti si impossessarono dell’epica che accompagnò l’azione di d’Annunzio facendola propria.

Ma l’epica fiumana non era fascista, tanto è vero che metà dei cittadini della cittadina adriatica si schierò con i fascisti ed un’altra metà contro di loro.

L’esperienza fiumana rimane un atto storico unico che ci aiuta anche a capire cosa accadde negli anni successivi in Italia. Verso Fiume si diressero moltissimi giovani, nonostante il fatto che d’Annunzio non fosse proprio un giovanotto, avendo all’epoca già cinquantasei anni. Ma d’Annunzio era anche un eterno adolescente che poteva fungere da padre putativo per tantissimi adolescenti che questa fase della vita non poterono viverla, in quanto la trascorsero in guerra nelle trincee.

All’epoca un uomo metteva su famiglia intorno ai ventidue-ventitré anni per poi entrare in una fase di vita comune che possiamo definire borghese. Bene, questi ragazzi non avevano alcuna voglia di imborghesirsi; non riuscivano proprio ad entrare in una vita considerata normale. Lo stesso accadde nella Germania di Weimar e nella Francia degli anni folli, quella degli anni venti e trenta, e così successe anche negli Stati Uniti. Dopo la pessima sbornia della Prima Guerra Mondiale, quattro anni vissuti seduti fianco a fianco con la morte, i giovani avevano la necessità di immaginarsi utopicamente un mondo diverso. Tutto ciò che stava accadendo in Europa (ed in parte oltreoceano) viene condensato in questa piccola città di mare, dove ogni pensiero utopistico trova la propria logica.

Se in quel preciso momento storico l’Italia avesse perduto Fiume sarebbe stato un dramma per l’intera nazione.

Mio nonno nacque a Fiume nel 1908, sotto Francesco Giuseppe. Ricordava perfettamente che quando l’imperatore morì lui pianse a dirotto alla scuola primaria. I suoi amici e compagni erano italiani, austriaci, ungheresi, levantini, ebrei, cattolici, protestanti. Lui parlava italiano, croato, un pizzico di ungherese ed ovviamente il fiumano. Oggi diremmo che Fiume era multiculturale. Che città trovò d’Annunzio al suo arrivo?

In quella zona d’Annunzio era già considerato un mito; c’era già stata la beffa di Buccari e da quella zona lui iniziò la sua propaganda per la liberazione dell’Adriatico, che lui avrebbe voluto tutto italiano. In particolare Fiume aveva espresso chiaramente ed ufficialmente la volontà di diventare italiana.

Era un cittadina divisa in due parti da un piccolo fiume (l’Eneo) che si getta in mare. Da una parte Fiume a maggioranza italiana e dall’altra Sussak a maggioranza croata. La città borghese, la città che contava era italiana ed un pochino ungherese. Fiume era infatti la città stato dell’impero asburgico che consentiva un accesso importante al mare Adriatico. Precisiamo meglio, quello che noi chiamiamo impero asburgico andrebbe meglio chiamato impero austro-ungarico. Mentre Trieste era il porto commerciale di Vienna e degli austriaci, Fiume era il terminal commerciale di Budapest e degli ungheresi ed era importantissima anche perchè aveva una rete ferroviaria molto efficiente che la collegava all’intera Europa.

Se in quel preciso momento storico l’Italia avesse perduto Fiume sarebbe stato un dramma per l’intera nazione.

Se in qualche modo il controllo del Carnaro e di Fiume fosse finito sotto l’influenza francese o inglese, Trieste avrebbe immediatamente perduto la propria ragion d’essere. Era fondamentale, al di là delle volontà elettive degli abitanti, che entrambi i porti rimanessero italiani. Quando d’Annunzio arrivò trovò una città non sempre pronta ad accoglierlo a braccia aperte. Lo possiamo anche capire. Il Vate arriva con tutti questi baldanzosi ragazzotti che iniziano a trasformare una città olocausta in una città di vita; le ragazze fiumane iniziano ad affezionarsi particolarmente a questi robusti e sanguigni soldati e con i fiumani qualche tensione inevitabilmente si crea. E d’Annunzio non li teneva proprio a bada questi baldi giovani!

Per contro, ogni volta che il poeta si affacciava al balcone per parlare, l’intera città si fermava rapita e lo ascoltava.

Ciò che fecero, ovvero la Lega in difesa dei Popoli oppressi, la Carta del Carnaro, fu qualcosa di concepito con cinquanta anni di anticipo sui tempi del resto del mondo.

Duemilacinquecento soldati italiani tra arditi, bersaglieri e granatieri partono da Ronchi ed occupano Fiume sotto la guida di un poeta soldato, rischiando l’accusa di alto tradimento e la corte marziale. Mettono in piedi una Repubblica, una Reggenza. Promulgano una Costituzione che è rispetto a quei tempi di una modernità pazzesca. Si arrendono solo sotto le cannonate. Sembra il copione di un kolossal americano ed invece è la storia vera di un manipolo di uomini che aveva sogni ed ideali. Vedremo mai tu ed io nella nostra vita qualcosa di simile?

Non credo. Quelli erano anni unici, animati da fatti unici. Per certi versi una certa verosimiglianza potremmo ravvisarla in alcuni momenti della Guerra di Spagna.

Fiume non fu una Repubblica in quanto non si potè usare la parola repubblica; De Ambris avrebbe voluto utilizzarla ma d’Annunzio (da gran furbacchione quale era) inventò invece il termine Reggenza, dicendo che Reggenza Italiana del Carnaro era un endecasillabo, ed il ritmo ha sempre ragione!

Ciò che fecero, ovvero la Lega in difesa dei Popoli oppressi, la Carta del Carnaro, fu qualcosa di concepito con cinquanta anni di anticipo sui tempi del resto del mondo. D’Annunzio aveva tutti i suoi limiti; era per certi versi un mascalzone e non era di certo un uomo a cui far gestire un Paese, lui era un creativo. Però grazie alla sua chiaroveggenza ed alla sua personalità consentì a De Ambris ed a tutti gli altri di creare un qualcosa che è rimasto nella storia.

La Carta del Carnaro è davvero da studiare; per la prima volta vi si trova espresso il principio di una nazione che si basa sul lavoro. La Costituzione italiana ci mise diversi anni per fissare il medesimo principio, dopo una guerra mondiale disastrosa.

La gran parte degli ufficiali italiani coinvolti nell’impresa di Fiume erano massoni e l’Italia era un paese governato dai massoni.

Noi potremo tutti perire sotto le rovine di Fiume; ma dalle rovine lo spirito balzerà vigile e operante. Dall’indomito Sinn Fein irlandese alla bandiera rossa che in Egitto unisce la mezzaluna e la croce, tutte le insurrezioni dello spirito contro i divoratori di carne cruda e contro gli smungitori di popoli inermi si riaccenderanno alle nostre faville che volano lontano. Tutti gli insorti di tutte le stirpi si raccoglieranno sotto il nostro segno. E gli inermi saranno armati. E la forza sarà opposta alla forza. Gabriele d’Annunzio – Italia e Vita (pag. 115).

Questa è una dichiarazione di guerra; fece bene allora il Governo italiano a bombardare la città per debellare il poeta rivoluzionario ed i suoi fedelissimi?

L’impresa di Fiume fu possibile perché il Governo italiano la rese possibile. Se il Governo italiano non l’avesse lasciata andare, sarebbe stata impensabile un’operazione del genere. Il popolo italiano sosteneva l’impresa; il Governo probabilmente pensava che potesse divenire utile in sede di trattativa a Parigi, o forse temeva, osteggiandola, di scatenare una ribellione popolare. La gran parte degli ufficiali italiani coinvolti nell’impresa di Fiume erano massoni e l’Italia era un paese governato dai massoni. Il generale Caviglia disse apertamente che sia il Governo sia Badoglio erano tutti massoni e sostenne quindi che le parti avverse si parlarono tra di loro al di fuori delle sedi istituzionali.

Il generale Ceccherini ricopriva un altissimo grado nella massoneria del tempo ed è indubbio che esistessero canali di dialogo sotterranei. Uno degli obiettivi del mio libro era anche questo; fare emergere il fatto che a margine della vicenda di Fiume esisteva un quadro d’azione parallelo che gli storici di professione non hanno sottolineato, proprio perché non riportato nei famosi documenti ufficiali cui accennavo prima.

In alcuni momenti d’Annunzio può apparire come un folle nel prendere le proprie decisioni, uno che prima dice si e subito dopo dice no. Ma era tutt’altro che un folle, d’Annunzio era semplicemente un uomo informato tramite vie riservatissime della realtà dei fatti e sapeva che dietro ad ogni trattato ufficiale ne esisteva uno segreto, persino il trattato di Rapallo. D’Annunzio il contenuto del trattato lo venne a conoscere ancora prima di Caviglia e sapeva che il destino di Fiume era quello di divenire una Città-Stato. Ma era anche a conoscenza della clausola non espressa che intendeva privarla del porto e del delta del fiume a favore della Jugoslavia, cosa che avrebbe trasformato Fiume in una cittadina di fatto priva di qualsiasi appeal commerciale e strategico. E si mosse di conseguenza.

Tutto ciò ad ulteriore dimostrazione che i documenti ufficiali danno una visione delle cose, e poi invece i fatti reali ne forniscono una differente.

E’ lampante, l’impresa di Fiume fu agevolata dal Governo italiano che finse di non vedere e la lascio’ andare per la propria strada, con un d’Annunzio che conosceva le intenzioni del Governo italiano ancora prima dei militari incaricati di contrastarlo.

Mussolini ha copiato le invenzioni retoriche del Poeta. Quando imitava d’Annunzio era una macchietta, tutti lo veneravano nonostante fosse li da vedersi; era davvero una macchietta, un personaggio del varietà, una roba da ridere.

Al termine della seconda guerra mondiale Fiume e la Dalmazia furono sacrificate al tavolo della pace perdendo la propria italianità. I profughi giuliano dalmati si dispersero in tutto il mondo. In Italia furono guardati a lungo con un certo imbarazzo ed una buona dose di fastidio. Nell’immaginario collettivo di una nazione che si era scoperta improvvisamente tutta antifascista, quei profughi erano l’emblema di un’Italia nera e nazionalista, l’Italia di D’Annunzio, il Vate del fascismo. Per quanto ne so, di fascisti a Fiume ve ne erano tanti quanti in ogni altra città italiana…

Definire fascista d’Annunzio è sbagliato. D’Annunzio non è mai stato fascista, ed è stato relegato a Gardone Riviera, pagato e spesato per ogni suo desiderio a condizione che non rompesse le palle. Rimane anche il mistero di quanto accadde a ridosso della Marcia su Roma, quando misteriosamente d’Annunzio cadde e rimase in fin di vita, e non tutti gli storici accettano oggi la versione ufficiale che venne fornita.

D’Annunzio non ha mai amato i tedeschi, ha dato definizioni tremende di Hitler e spesso di Mussolini (di cui non si fidava), anche se in realtà qualche volta lo coprì. Quando Mussolini raccolse i fondi per sostenere l’impresa di Fiume, due terzi del denaro lo tenne per se, ed alla fine d’Annunzio fece finta di non vedere e lo coprì. Mussolini ha copiato le invenzioni retoriche del Poeta. Quando imitava d’Annunzio era una macchietta, tutti lo veneravano nonostante fosse li da vedersi; era davvero una macchietta, un personaggio del varietà, una roba da ridere.

Quando invece d’Annunzio parlava incantava le folle.

Ricordiamoci anche quali sono gli anni dell’impresa di Fiume e non dimentichiamo che il fascismo la svolta destra la fece solo nel 1919 dopo avere preso una sonora scoppola elettorale. A Fiume convivevano due anime, le stesse anime che poi faranno vibrare tutto il Novecento. Una confluirà nel fascismo, l’altra in una sorta di bolscevismo, e sono due realtà che vivranno sino alla caduta del muro di Berlino. Non si può proprio definire Fiume una città fascista.

L’Italia è vittima del luogo comune “italiani brava gente”. In realtà non eravamo né meglio né peggio degli altri. Vado oltre dicendo qualcosa che sino a poco tempo fa non si poteva dire. I tedeschi fecero atti crudeli ed efferati durante l’occupazione dell’Italia, ma non è che i liberatori si siano comportati sempre come gentiluomini. Ripensiamo anche alle violenze perpetrate dai soldati americani, maghrebini, francesi che risalendo la penisola violentarono un numero elevatissimo di donne italiane. Anche gli italiani hanno fatto le loro porcate, tanto quanto gli altri. C’erano italiani perbene ed altri no, e con in mano un fucile anche diversi italiani si sono comportati molto male. Come d’altronde i militari russi, che ricevettero da Stalin l’ordine perentorio di violentare tutte le donne che incontravano durante la loro marcia di avvicinamento alla Germania nazista.

Perchè ho fatto questo inciso? Per evidenziare che è normale cercare un soggetto su cui scaricare tutte le colpe, facendo finta di non vederne alcune a discapito di altre.

Anche con i giuliano dalmati è accaduto questo. Sono stati individuati come il soggetto che poteva fare massa, il soggetto collettivo su cui scaricare le colpe di tutti, per poi poter dire a voce alta che invece io sono il più antifascista degli antifascisti!

L’anno prossimo ricorrerà il centenario dell’impresa di Fiume e tra due anni Fiume sarà la capitale europea della cultura, vedremo se i riflettori puntati sulla città serviranno a ridestarla dal torpore che la pervade.

So che per documentarti sei stato di persona a Fiume in diverse occasioni. Sei riuscito a trovare delle analogie fisiche e spirituali tra la Fiume degli anni venti di cui scrivi e la Fiume di oggi? Le istituzioni croate sono state collaborative? Ti posso garantire che negli ultimi cinquant’anni parlare in Jugoslavia-Croazia di Fiume e Reggenza del Carnaro era più disdicevole e sconsigliato del portare un cane in chiesa.

Si hanno collaborato. Io ero presentato ed accompagnato da un’insegnante fiumana italiana della Dante Alighieri, che mi faceva anche da traduttrice. Una persona molto conosciuta ed apprezzata in città e grazie a lei le porte erano tutte aperte.

In biblioteca ho ricevuto un grande aiuto per trovare i libri che mi interessavano, in particolare un paio di testi che non riuscivo a trovare altrove. Sono stato all’Archivio Storico dove mi hanno messo a disposizione tutto il materiale che avevano, anche se devo dire che ho trovato ben poco, solo documenti di pubblica sicurezza. Questo perché d’Annunzio lasciando Fiume si era portato via tutto, l’intero archivio lo trasferì al Vittoriale. Quando si seppe che io ero a Fiume per le mie ricerche mi chiamò un giornalista del quotidiano pubblicato in lingua italiana che mi intervistò un paio di volte. Erano molto interessati al fatto che un collega italiano venisse sino lì per fare una ricerca su una vicenda come quella di d’Annunzio.

In generale sull’impresa di Fiume è come se fosse calato un velo, un velo che copre qualcosa di molto molto lontano. Nel Palazzo del Governo lo spazio dedicato a d’Annunzio è proprio infimo, una stanzetta con due cosette; è come se per la Fiume di oggi d’Annunzio fosse uno passato da lì per caso senza lasciare traccia.

Che Fiume ho trovato? Ho trovato una città un po’ sbrecciata, un pochino abbandonata a se stessa, con un tasso di disoccupazione altissimo. Pur essendo se non erro la seconda città della Croazia. Le sue immagini di inizio secolo scorso non collimano molto con lo spirito della Rijeka (Fiume in croato) odierna. L’anno prossimo ricorrerà il centenario dell’impresa di Fiume e tra due anni Fiume sarà la capitale europea della cultura, vedremo se i riflettori puntati sulla città serviranno a ridestarla dal torpore che la pervade.

PS: avrei dovuto riempire questa intervista di ndr (note del redattore) per fornire brevi richiami su termini e fatti storici e per rendere più chiara a tutti l’intervista stessa. Volutamente non l’ho fatto, così come non lo fa nel suo libro Pier Luigi Vercesi. Leggetelo, pur senza note a margine e senza richiami a piè di pagina, è godibilissimo e facile da intendere.

Grazie Pier Luigi ci vediamo a Volosca, c’è un ristorantino casalingo vicino al porticciolo, ideale per parlare di Fiume, di legionari, di mare, di sognatori e di poeti.

Buon lavoro e buona vita.

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