Non aprite quelle porteTreno, interno giorno e forse notte

Fuori inizia a fare buio, io sono in treno e aspetto.Aspetto che riparta, aspetto che qualcuno mi dica perché siamo di nuovo fermi nel nulla, aspetto che un'anima buona vada a smantellare persona...

Fuori inizia a fare buio, io sono in treno e aspetto.

Aspetto che riparta, aspetto che qualcuno mi dica perché siamo di nuovo fermi nel nulla, aspetto che un’anima buona vada a smantellare personalmente il treno guasto ed evidentemente mummificato che staziona da questa mattina a Greco e che Trenord usa come scusa per l’ennesimo ritardo. Gli ennesimi ritardi, perché il treno coinvolto non è solo il mio. Ritardi che nell’ultima settimana si sono acuiti più che mai e che mi fanno sentire una marionetta nella mani di un sadico.

Vuoi andare al lavoro? Ahahah.

Vuoi tornare a casa? Ri-ahahah.

Fuori è sempre più buio, il treno non riparte e tutto tace. Sarebbe anche bello, quasi poetico, se non fosse che vengo da una giornata infernale e gradirei poterla terminare. Fingo di essere superiore a questi contrattempi e continuo a leggere Marías, che amo ma che a volte trovo mortalmente noioso, sebbene comunque più frizzante del treno che non va.

L’attesa non è sempre un piacere, purtroppo.

Mi guardo in giro e vedo poca impazienza e tanta rassegnazione. È sbagliato, ma così è: ci siamo rassegnati. D’altra parte cosa possiamo fare? Urlare e strepitare? Scrivere sui muri Trenord merda come facciamo nelle storie di Instagram? Smettere di pagare un servizio che servizio non è? Siamo impotenti, sono impotente. L’unico potere nelle mie mani è quello di prendere la metropolitana e l’autobus quando possibile; l’auto no, non voglio cedere.

Fuori dal finestrino vedo una strada, delle macchine, il traffico reso ancora più intenso dalla pioggia e penso che siamo tutti fermi, ma almeno io mi posso distrarre. Posso leggere, ascoltare della musica, scrivere alle mie amiche, vegetare. Posso non pensare e staccare il cervello, dimenticarmi dell’attesa almeno per qualche minuto.

Una donna chiama quella che immagino essere la baby sitter per avvertire che farà ancora tardi. Quell’ancora è così stonato, ma così reale. Farò ancora tardi è la colonna sonora dei suoi spostamenti, come lo è dei miei. Un farò ancora tardi che non è colpa mia o sua, non è una nostra responsabilità. Un farò ancora tardi che dovrebbe spingerci a fare qualcosa.

Ma cosa?

Se qualcuno lo sa, il mio indirizzo email è qui sopra.

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