PromemoriaUna politica estera per grandi fratelli ma senza padri

Non sono bastate a Rocco Casalino le parole in libertà di dubbio gusto sparse negli archivi del web - dai vecchi che puzzano fino ai bambini fastidiosi sopratutto se down fino al crollo nervoso pe...

Non sono bastate a Rocco Casalino le parole in libertà di dubbio gusto sparse negli archivi del web – dai vecchi che puzzano fino ai bambini fastidiosi sopratutto se down fino al crollo nervoso per il suo lavoro di portavoce che si svolge fino a diciotto ore al giorno. Adesso bisognava fare un salto di qualità oltre confine supportando il governo italiano nell’affrontare i dossier caldi internazionali. E dunque in questi giorni, il più stretto collaboratore del capo del governo italiano mette la sua firma come consigliere “ascoltato” anche nelle questioni di politica estera per poter rispondere alle critiche dei mesi scolrsi e dare il meglio di sè.

Secondo voi ci è riuscito?

Dal mega flop causato a Giuseppe Conte, pronto al summit parallelo con Haftar e Serraj (con quest’ultimo che da forfàit) i risultati di Casalino (e quindi di Palazzo Chigi) appaiono piuttosto mediocri per usare un eufemismo. A sentire i commentatori (quelli veri e bravi) che si occupano di geopolitica, contrariamente a Francia e Germania, all’Italia non è stata riservata nemmenno una telefonata di cortesia da parte degli USA di anticipazione dell’attacco che avrebbe portato poi all’uccisione del generale Soleimani, la mente dell’intelligence della teocrazia iraniana. Come fossimo invisibili, gli ultimi arrivati nella Nato nonostante in questi anni siamo secondi per mezzi, uomini e know-how nelle missioni militari e nelle operazioni di peacekeeping.

Ciò detto, nella questione iraniana ma – appunto – nel ben spinoso scenario libico (dentro il quale eravamo protagonisti attraverso rapporti politici ed economici significativi) oggi noi italiani siamo spettatori umiliati e tenuti fuori dalle interlocuzioni tra leader. In questi giorni, Erdogan e Putin sono diventati giocatori e croupier del risiko in libia, indisturbati e cliberi senza che si alzi un sibilo da parte dell’italia e benchè meno dell’unione europea, fantasma di se stessa nelle questioni internazionali e imprigionata nella sua inerzia cosmica quando si tratta di difendere i propri interessi nel mediterraneo.

Si comprende da questi dati elementari che il tasso di autorevolezza della politica italiana stenta a palesarsi nei temi che contano in special modo negli affari esteri nei quali o c’è uno spessore politico capace di gestire la complessità delle situazioni oppure no. E’ comune esegesi – ricordando la parabola evangelica delle vergini sagge con l’olio nella lampada contrapposte a quelle stolte a cui manca la razione – che “essere preparati e vigilanti” è condizione per chi sente di avere responsabilità. E in quersti casi appena descriti, coloro ai quali si è chiesta prudenza, intelligenza politica, capacità di saper discernere e ponderare le giuste azioni non sono stati all’altezza.

Globalmente, l’attuale panorama politico (governo e opposizioni) formato sostanzialmente da “grandi fratelli” fa molta fatica a costruire ragionamenti che poi portano a risultati degni della gravità delle questioni in gioco. Questi protagonisti dello spazio pubblico saranno pur bravi a chattare, fare seflie, veicolare amenità via social ma non si va oltre e non si intercetta un pensiero e una strategia coerente con il peso geopolitico che merita il nostro paese. Può sembrare impietoso (e già abusato tante volte) ma il paragone degli attuali leader con i loro padri politici è imbarazzante per misura, stile e azioni. La rincorsa compulsiva alla dichiarazione immediata e isterica, l’incapacità a costruire attorno a se uno staff di persone sagge e competenti, il vuoto di conoscenze e abilità nel comprendere le interdipendenze dei fatti accentua il rischio per il nostro paese di randerci banali, privi di rilevanza sullo scenario internazionale quindi l’italia diventa – suo malgrado – un problema anziché una scelta.

Non ci sono grandi carte da giocare nel mazzo dei protagonisti attuali ma un casting dentro il circuito diplomatico se fossi il premier lo farei. E così come sta accadendo positivamente per il Viminale, mi viene da dire che la politica estera si attende una svolta di qualità anche perchè quel ministero è una cosa seria e non roba fancazzista da reality show.

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