Strani giorniL’umanità o ciò che la nega: o da una parte, o dall’altra. Nel palcoscenico della vita (e non solo)

Non vado molto spesso a teatro. Non per pigrizia o per disaffezione, ma per mancanza di occasioni. E poi, si sa, Roma è una città difficile, in tal senso. Spostarsi, trovar parcheggio e quelle cose...

Non vado molto spesso a teatro. Non per pigrizia o per disaffezione, ma per mancanza di occasioni. E poi, si sa, Roma è una città difficile, in tal senso. Spostarsi, trovar parcheggio e quelle cose lì. Poi ti scrive un amico (di Facebook, in verità) e ti invita a vedere un’opera di cui non hai mai sentito parlare. Ma non per difetto dell’opera in sé, ma – come dicevo a Marco (questo il suo nome) – io non ho una grande cultura teatrale. Anche se mi piace, ogni tanto, immergermi nel buio della sala e ascoltare il suono del respiro dal vivo, sentire la vibrazione della voce senza la mediazione di microfoni e altoparlanti. È una dimensione che ti mette a contatto con una parte di te. La stessa che si riconosce nelle parole che ascolti, nelle emozioni che vivi attraverso il corpo di un altro. Forse è questa la magia di quel tipo di palcoscenico.

E in quella sala, ieri, al Teatro Hamlet al Pigneto, tutto è cominciato con le luci che si abbassavano all’improvviso. Tutto si fa oscuro. No, non solo buio. Oscuro. E ai bordi della platea emergono, in una penombra pian piano meno densa, due figure umane. Un uomo e una donna. Vestiti in modo un po’ vintage. Cominciano a spogliarsi, si guardano intorno, e quello che appare come un costume di scena rivela una verità più sconcertante, pur sempre all’interno di una drammatizzazione: sono coperti di cenci insanguinati e sul loro corpo emergono parole. Nella schiena di lui, nelle gambe di lei. Poi, in mezzo a tutto questo, e in mezzo a un palco che lascia intravedere gabbie, strumenti di tortura, ma anche oggetti quotidiani, appare lui. Il boia.

Quali Adamo ed Eva metaforici (ed archetipici, si diceva ieri commentanto l’opera all’uscita) che dalla loro vita abituale – è forse questo il loro paradiso perduto? – vengono trascinati in una spirale di brutalità e di violenza. Il rapporto tra cibo, carne umana e sangue (inteso come metonimia della tortura stricto sensu) è subito spiattellato in faccia a chi osserva. Non c’è sconto alcuno. È la storia di un bambino, Il Boia e il Re, che deprivato di tutto (a partire dalla sua umanità, con le grammatiche della tenerezza, della cura, del gioco) si trasforma in tutto ciò che “il sistema” vigente ha previsto per lui. E non puoi non vederci, nel monologo teatrale diretto da Gina Merulla, un’indagine a quei dispositivi di potere che creano maschere che dobbiamo indossare, secondo il ruolo che ci viene imposto nella società.

Il boia, il cui nome è semplicemente “bastardo”, è inserito in una violenza agita che è utile al sistema per controllare i soggetti divergenti. La nostra società, occidentale e non, si snoda nella dinamica tra potere precostituito e spinte centrifughe. Nei sistemi virtuosi, questo processo trova la sua affermazione nella democrazia. In altri contesti vale la legge del più forte. E il potere, in questo caso, ti schiaccia. Il Boia e il Re sembra voler ripercorrere quest’analisi, attraverso una narrazione in prima persona che stempera e fonde metafora e narrazione in un continuum quasi inscindibile. Il potere si serve della violenza, e la violenza diviene potere a sua volta, rovesciando non certo la dinamica – che resta uguale e se stessa – quanto i protagonisti che l’agiscono. La storia di molte tirannidi, antiche e moderne, potrebbe essere sintetizzata così.

È un testo che va metabolizzato, ma non vi si può non vedere una critica alla contemporaneità e alla violenza di cui è portatrice. La lezione di fondo, leggibile proprio nelle figure umane che aprono lo spettacolo e che si spogliano dei loro abiti civili per divenire l'”oggetto” della tortura, è quella di una casualità che può stravolgere esistenze apparentemente normali. Di cosa parlo? Si è celebrata, poche settimane fa, la Giornata della memoria. Non erano vite “normali” quelle travolte dalla tragedia della storia che tutti e tutte noi oggi studiamo sui libri, a scuola? E non è qualcosa che possiamo lasciare al passato, ma investe il qui ed ora, in molti luoghi del mondo. Si pensi ai gay e alle lesbiche, in Cecenia, prelevati dalla loro routine e rinchiuse in una stanza dove ad attenderli c’è il boia di turno. Si pensi, ancora, al recentissimo caso dell’attivista egiziano Zaki, rinchiuso perché in Italia studiava questioni di genere. Si pensi, e non lo si dimentichi mai, il caso di Giulio Regeni. Vite normali. Destinate ad essere invisibili, come miliardi di altre, se il caso pronto a trasformarsi in tragedia non avesse già deciso per loro.

E ci sono le parole, ancora: quelle scritte sul corpo. Degli attori e dell’attrice, su quel palco. Ma anche sulle coscienze di ognuno e ognuna di noi, fuori da quel teatro, nella vita “vera”. Ulteriore riferimento, forse, a quella narrazione – sempre prevista dal sistema di potere e dai suoi dispositivi – che decide la nostra storia. Pensiamo a come raccontiamo la diversità, nel nostro quotidiano. Come la rappresentiamo ai nostri occhi e a quelli di chi ci circonda. E quante delle parole che appicchichiamo o scriviamo sulla vita degli altri siano esattamente in linea a come il “destinatario” di esse si vede davvero. Se vogliamo ribellarci a questo tipo di dinamica, il prezzo da pagare può essere davvero alto.

È un dramma, Il Boia e i Re, che interroga l’umanità su cosa vogliamo diventare. Non è una scelta facile. Gli attori in gioco – che sul palcoscenico sono Alessandro Catalucci, Sabrina Biagioli e Fabrizio Facchini – possono essere divisi solo in due schiere: il carnefice, da una parte, e chi ne è succube dall’altra. Possiamo decidere di prendere le parti del primo, anche solo chiudendo gli occhi di fronte all’orrore. Anche a prezzo di una complicità mai innocente e mai disimpegnata. E con la consapevolezza che quel destino – ovvero: quelle catene, quelle grida, quel sangue – potrebbe riguardare anche noi. Oppure ribellarci, prendendo le parti dell’uomo e della donna, che non hanno nemmeno un nome e che per questo motivo portano il nome di ognuno e ognuna di noi. E in quest’ultimo caso, non possiamo stare inermi. È un dolore che dobbiamo vivere anche quando non ci riguarda e tocca chi viene detenuto nei lager in Libia o lasciato per giorni e giorni in mare, per esigenze di sicurezza stabilita per decreto.

Il Boia e il Re ti pone di fronte a un bivio, insomma. O da una parte o dall’altra. O scegliendo l’umanità e il suo recupero, a cominciare dalle esigenze di infanzie sempre più spesso negate e violate. O negandole, con tutto ciò che ne può conseguire.

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