PromemoriaCoronavirus: Can we follow the rules?

Zitti zitti/non ripetere non discutere/ma sentire col cuore, buttarsi a capofitto/allora zitti zitti dritti verso il centro/non fuori ma dentro/non rumore ma silenzio/Erano gli aereoplanitaliani ...

Zitti zitti/non ripetere non discutere/ma sentire col cuore, buttarsi a capofitto/allora zitti zitti dritti verso il centro/non fuori ma dentro/non rumore ma silenzio/

Erano gli aereoplanitaliani in un Sanremo del 1992 eppure certe volte non sono solo canzonette se poi ti tornano alla mente i loro ritornelli probabilmente perchè vogliono dirti qualcosa, vogliono invitarti ad una presa di coscienza. Giorni fa il New York Times si chiedeva Can italians follow the rules?, ovvero se siamo – con quel verbo potere (can) – congenitamente capaci o non di possedere un codice collettivo di comportamento e avere un atteggiamento realmente nazionale di fronte ad un nemico microscopico nelle sue dimensioni ma globale nei suoi effetti.

Alla granitica certezza del quotidiano americano non si può rispondere con altrettanto convincimento. Le scene della fuga vergognosa dalle stazioni milanesi di chi scappa istericamente dal contagio non comprendendo il tasso di incoscienza del gesto magari con l’aggravio di veicolare potenzialmente il virus nelle proprie famiglie del Sud (un caso nel trapanese proprio ieri) sono disturbanti e registrano un deficit di gestione delle proprie reazioni.

Gli antichi sapevano distinguere anche lessicalmente l’angoscia e il terrore dalla preoccupazione – timor non est perturbatio – poiché parliamo di due livelli di atteggiamento non sovrapponibili bensì distinti per natura e effetti.

E’ evidente perciò che abbiamo un gran bisogno di discernimento anche quando esso ci costringe provvidenzialmente a togliere un pezzetto del nostro egoismo. Un sano timore del tempo presente significa ascoltare le raccomandazioni per poi affidarsi al domani, seguire le istituzioni, le richieste del governo a sua volta guidato da un comitato tecnico-scientifico, e quindi cedere un pò della nostra sovranità sociale. Per quanto possa essere estraneo all’indole italica, si è dinanzi ad una questione cruciale e quanti sovranisti un tanto al chilo in questo momento dovrebbero dire a ragione Italian first proprio agli italiani? Tiriamo fuori il meglio di noi per una volta tanto, serriamoci per amore nostro e degli altri contro il sospetto e il pregiudiio della nostra inguaribile irresponsabilità, salvo poi piangere miseria e chiedere flessibilità in Europa e credito al mondo. Possiamo farcela da noi stessi se vogliamo.

Non è tempo infatti di tuttologare persino sul coronavirus decidendo di trasgredire le indicazioni di un paese (mal che vada facciamolo sui social senza danni tanto la bacheca scorre verso il giorno dopo). Non è altrove il problema ma è qui in giro tra i vicoli delle nostre città. E non è procrastinabile a domani il tema ma risiede nell’oggi parte della sua soluzione costruendo una rete di collaborazione comunitaria a favore di tutto il sistema anzitutto sanitario ma anche economico e sociale.

Se è vero che la storia a volte è bizzarra catapultando noi tutti verso uno scenario simile ad uno stato guerra dobbiamo allora scendere in altri bunker che poi sono le nostre case, ribadendo quel #iorestoacasa a protezione dei servizi essenziali, del sistema ospedaliero, della quota parte immunodepressa della popolazione in ordine alla protezione di “gregge” utile in questi frangenti. Togliamo quindi il punto interrogativo rispondendo agli amici americani: we can follow the rules, we can protect ourselves!

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