Gorky ParkL’Ucraina di Zelensky tra crisi economica e riforme necessarie

L'emergenza sanitaria dovuta al Covid 19 sembra essere stata affrontata con efficacia, considerando il fatto che la guerra nel Donbass, cominciata nel 2014, prosegue sottotraccia.

I dati sull’effetto della pandemia in Ucraina sono tutto sommato confortanti, almeno quelli ufficiali: aggiornati ai primi di giugno nell’ex repubblica sovietica sono stati registrati circa 730 morti e 24mila contagiati, in fondo poco per un paese con oltre 40 milioni di abitanti e con un sistema sanitario sofferente per questioni strutturali legate alla perenne crisi economica. Al netto di quelli che possono essere i possibili scostamenti sui numeri, è in ogni caso da evidenziare che a Kiev il presidente Volodymyr Zelensky e il governo del nuovo premier Denys Smyhal, entrato in carica a marzo, hanno reagito con decisione imponendo fin da subito un duro lockdown che solo dalla seconda metà di maggio ha cominciato a essere gradualmente allentato.

L’emergenza sanitaria sembra essere stata affrontata con efficacia, nonostante i deficit riscontrati a livello locale, fra medici in trincea e difficoltà negli approvvigionamenti, e considerando sempre il fatto che la guerra nel Donbass, cominciata nel 2014, prosegue sottotraccia. In questo contesto è arrivato come una boccata di ossigeno l’accordo con il Fondo Monetario Internazionale (che dovrà essere approvato ufficialmente dall’esecutivo del FMI nelle prossime settimane) per 5 miliardi di dollari in aiuti per far fronte allo shock economico causato dal coronavirus nei prossimi 18 mesi. L’intesa è stata siglata il 21 maggio dopo l’approvazione della nuova legge sulla più rigida regolamentazione del sistema bancario ed era stata preannunciata dal capo dello stato nella conferenza stampa in occasione del suo primo anno alla Bankova.

Il programma di sostegno in corso del Fondo Monetarioaggiornato tre volte dal 2014, era stato sospeso da dicembre 2019, una tranche da 5,5 miliardi spalmati su tre anni era rimasta in attesa di approvazione. Zelensky e il premier Olexiy Honcharuk, predecessore di Smyhal, sono rimasti imbrigliati per mesi nel sistema corrotto tra politica e oligarchi e ci è voluta la pandemia per riaprire quei canali di liquidità senza i quali l’Ucraina rischierebbe il collasso. Si tratta di cose già viste nei decenni passati, quando dal 2005 in avanti sotto le diverse presidenze di Victor Yushchenko, Victor Yanukovich e Petro Poroshenko gli aiuti internazionali, sempre legati a precise riforme, sono stati periodicamente bloccati. Ora, con il conflitto congelato nel sudest del paese e le difficoltà croniche ampliate dal Covid-19, la storia si ripete, insieme con il rischio di un nuovo tracollo economico che si profila all’orizzonte.

Dopo le grandi crisi del 2009 (con il Pil caduto del 14,7%) e del 2015 (-9,7%), l’Ucraina deve affrontare insomma un altro anno catastrofico. Se il 2019 si era chiuso con una crescita del 3,5%, la maggiore degli ultimi otto anni, e le ottimistiche cifre del governo per il 2020 si attestavano su un rialzo analogo, dopo il coronavirus le stime segnalate dall’OECD minacciano una caduta del 7,7%. Si tratta in questo caso di uno scenario di base, in attesa di capire come andranno davvero le cose, non solo a Kiev. L’economia globalizzata rischia in realtà di incidere maggiormente, con previsioni più critiche e un crollo di quasi del 12%. L’impatto per la popolazione sarà devastante, tanto che il Ministero per le politiche sociali calcola che oltre il 45% delle famiglie potrebbe trovarsi alla fine dell’anno sotto la soglia di povertà. Per Zelensky si tratta di un periodo estremamente difficile, dopo il reshuffle di governo e lo stallo nel processo di pacificazione nel Donbass. La popolarità del presidente è in calo, ma rimane relativamente solida (il 57% degli ucraini sta dalla sua parte); i problemi però aumentano, soprattutto in prospettiva.

Sul versante economico, se prevarrà lo scenario pessimistico, guai peggiori non tarderanno a venire e chissà se servirà a qualcosa l’arrivo di Mikhail Saakashvili al vertice del Consiglio nazionale delle riforme. L’ex presidente georgiano, già chiamato nel 2015 come governatore nell’oblast’ di Odessa da Poroshenko e poi costretto a lasciare l’Ucraina per i forti dissidi proprio con l’ex capo di stato, è tornato a Kiev con un ruolo di prestigio nazionale su richiesta della Bankova. Personaggio controverso (condannato a Tbilisi per abuso di potere, tanto che il governo georgiano si è lamentato per la sua nomina), Saakshvili è stato cooptato con il compito originario di dare una mano a Zelensky nella lotta alla corruzione (secondo la classifica di Transparency nel 2019 l’Ucraina è al 126esimo posto su 183 paesi), al quale si è aggiunto adesso anche quello di affrontare l’emergenza economica dovuta alla pandemia. Resta quindi da vedere se la mossa, che è stata declinata a livello politico nella rivalità sia nei confronti di Poroshenko, leader del maggior partito d’opposizione, che in quella con il potente ministro degli Interni Arseni Avakov, avrà davvero effetti positivi nella gestione delle riforme e della crisi economica o si trasformerà, come successo a Odessa, in un disastro annunciato.

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