Pop corn“Spero che quell’acero possa diventare un simbolo”. Il ricordo di Antonio “Astronik” nelle parole di suo figlio Valerio

Valerio Nicastro ricorda suo padre Antonio, morto di Coronavirus.

Non dimenticare, è questo uno dei comandamenti che in questa nuova fase della pandemia dobbiamo esercitare. Non possiamo dimenticare il dolore, i morti, il rischio (che non è mai calcolato), la paura, il coraggio, le scelte fatte e quelle evitate. Ma soprattutto, non possiamo dimenticare la vita di chi non c’è più, di chi è stato strappato via troppo presto dal Coronavirus come Antonio Nicastro, aka Astronik, la cui memoria è ancora viva nella sua città, Potenza, e lo sarà per sempre per la sua famiglia. In questo dialogo con il figlio Valerio ci sono tutti i sentimenti di chi ha vissuto ore drammatiche e che diventano parole, immagini, suoni, speranze.

 

Ripensando a quei giorni, alle attese senza risposte, cosa provi? Frustrazione? Rabbia? Rassegnazione?

Nella mia testa quei giorni di marzo sono davvero difficili da dimenticare. E purtroppo la cosa peggiore è che ogni tanto, di notte, tornano a tormentarmi in sogno. La sensazione che mi rimane è quella, terribile, di chi ha chiesto aiuto e non è stato ascoltato, l’amarezza delle tante richieste senza risposta, come se fossimo stati condannati a non uscire da quella situazione.

 

Tuo padre ha lasciato qui un catalogo di valori civili di cui fare tesoro. Tutti ricordano per l’impegno di Astronik, ma l’uomo Antonio chi era?

Come padre, era uno di quelli che non sprecano tante parole per spiegarti quanto ti vogliono bene, ma te lo fanno capire. Sempre. Sapevo di poter contare su di lui, sul suo appoggio in tutto quello che facevo e avrei voluto fare, una sorta di sostegno incondizionato senza che avessi bisogno che me lo ricordasse costantemente.  Non voglio cadere nella retorica a tutti i costi, tipica di queste situazioni, né voglio parlare a nome di tutti. Ma quello che so per certo è che mio padre è stato un amico sincero e leale per tanti, una persona su cui si poteva contare. Buono, a volte anche troppo, ma duro quando c’era da far notare qualcosa che non andava…

La felicità è meravigliosa. È così meravigliosa che non importa se è nostra o no. C’è un vecchio proverbio: “Una società diventa grande quando gli anziani piantano alberi, sapendo che non siederanno mai sotto la loro ombra”. Le brave persone si danno da fare per altri. Non c’è altro. E’ una quote di “After Life”, una serie tv molto bella e che conosci. Ecco, forse è proprio questo il senso di quell’acero piantato nel parco di Montereale a Potenza.

Spero che quell’acero possa diventare un simbolo. Un modo per ricordarci, tutti, che nessuna società può andare avanti se non siamo pronti a spenderci in prima persona per il bene del prossimo, se non siamo pronti a rimboccarci le maniche, a sporcarci le mani e a dare il nostro sudore per la collettività, per l’ambiente, per il futuro. E poi piantare un albero è il modo migliore per raccontare una ripartenza.


Di cosa hai più paura oggi? Della rimozione collettiva del pericolo del Coronavirus che non è ancora stato ancora sconfitto?

Ho paura che tutto possa diventare una nuova guerra civile. Nord contro Sud. Quelli che indossano la mascherina contro quelli che non la portano più. Quelli che pensano che sia già tutto finito contro quelli che pensano che non finirà mai. Finirà che ci metteremo come sempre gli uni contro gli altri. Io non sono tra i “fondamentalisti”, credo che oggi si possa trovare un giusto compromesso facendo un passo indietro, indossando una mascherina e rispettando – alla lettera, però – le indicazioni che abbiamo ricevuto. Ma ho paura che tra qualche settimana o qualche mese anche la mia posizione sarà considerata troppo estremista, visto che chi non ha vissuto questa situazione sulla sua pelle giustamente tenderà a dimenticare. E poi ho paura di aver paura, ho paura di non sentirmi più sicuro in un abbraccio, in un gesto di affetto verso un amico. Ho paura che rinuncerò a tante cose, troppe, per precauzione. Ho paura di perdere la mia umanità, insomma. È questo, forse, quello che più mi spaventa.

Da dove è iniziata per te la cosiddetta nuova normalità?

La prima birra in piazza con gli amici, dopo essersi salutati con un colpo di gomito, facendo entrare aria fresca nei polmoni. Sedersi un metro più in là e ricordarsi di dover tirare giù la mascherina, cercando di non farla bagnare…

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