Dopo SkuolaLa laurea rimane il sogno numero uno dei neodiplomati. Ma il Covid rischia di rovinare i piani

Dopo le scuole superiori, in tantissimi continuano a puntare sul “pezzo di carta”: 8 su 10 pensano di iscriversi all’università. Anche se oltre la metà non ha ancora preso una decisione definitiva. In calo gli aspiranti fuori sede: 2 su 3 sceglieranno un ateneo della propria regione. La rinuncia a trasferirsi? Per 1 su 4 è legata all’emergenza sanitaria

Nessuna fuga dall’università. Gli studenti che hanno appena affrontato la Maturità, a dispetto delle previsioni nefaste, sembra non vogliano rinunciare ai propri obiettivi. Semmai, per limitare i ‘danni’ prodotti dall’emergenza sanitaria (problemi economici, difficoltà di spostamento, eventuali seconde ondate di contagi), in modo più o meno forzato cambieranno strategia; orientandosi verso atenei più vicini a casa ed evitando, se possibile, la vita da ‘fuori sede’. Almeno queste sono le intenzioni della stragrande maggioranza di loro, così come emerge da un sondaggio di Skuola.net, effettuato su 1500 neodiplomati. Circa 8 ragazzi su 10, infatti, continuano a inseguire il sogno di una laurea (numeri in linea, se non addirittura più alti, rispetto al recente passato).

Non tutti danno seguito alle loro intenzioni

Per qualcuno, però, più che di un consapevole progetto di vita possiamo parlare di una scelta buona per tutte le stagioni. Perché, sistematicamente, al termine dell’esame di Maturità, gli indecisi tendono a indirizzarsi sull’ipotesi di iscriversi all’Università, per poi scontrarsi con la dura realtà: storicamente i diplomati che poi si immatricolano sono poco più della metà. Inoltre, al momento, solo il 55% afferma con convinzione di avere le idee chiare. Una variabile in più che, a settembre, potrebbe ulteriormente far oscillare il dato. Tuttavia questo interesse per la laurea e quindi per la formazione terziaria va letto in senso positivo.

Meglio non allontanarsi troppo da casa

Ovvio che qualche cambiamento nelle dinamiche, a causa dell’effetto Covid, ci sarà. Basta osservare l’ipotetica distribuzione delle matricole sul territorio. In media, quasi 2 su 3 immaginano di iscriversi in un ateneo della propria regione; un dato che al Nord (area geografica che di solito accoglie più studenti di quanti ne lascia partire) supera quota 70%. Un altro 10% è ancora indeciso. Mentre solo 1 su 4 ha intenzione di trasferirsi ugualmente; con un picco leggermente più alto (30%) tra gli studenti del Sud (tradizionalmente più inclini, spesso per necessità, all’esodo); ma, comunque, in flessione rispetto agli standard usuali dei flussi dei ‘fuori sede’.

Le conseguenze del virus frenano il consueto esodo 

Per molti, l’elemento determinante per farli rimanere, è legato proprio al virus. Stiamo parlando di quasi 1 futuro universitario su 4 tra quelli che resteranno all’interno dei confini regionali: il 5%, senza la crisi socio-sanitaria si sarebbe trasferito sicuramente; il 18% avrebbe perlomeno valutato l’offerta formativa di atenei di altre regioni. A pesare sulla loro scelta in primis fattori economici: oltre 1 su 2, alla luce di quanto successo, non può permettersi la vita da studente ‘fuori sede’. Notevole anche il ruolo di eventuali problemi logistici: il 40% ha paura che gli spostamenti per tornare a casa possano essere molto difficili, specie se ci sarà una ripresa dei contagi. Meno decisivi (9%), invece, i timori della famiglia. Una brutta notizia per quelle città che basavano parte del proprio bilancio sull’ospitalità universitaria.

Sono di più i fuori sede ‘per necessità’ di quelli volontari

Ma anche tra chi si trasferirà, c’è qualcuno che probabilmente avrebbe preferito restarsene nei paraggi. Soprattutto in questo momento. Solamente per 1 su 3 la partenza sarà una scelta del tutto volontaria, dettata dalla voglia di rendersi indipendente. Gli altri, al contrario, dovranno fare di necessità virtù: il 28% dice che nella propria regione non c’è il corso di laurea che vorrebbero frequentare, il 35% racconta che negli atenei della sua regione la qualità del corso prescelto è bassa.

Nel mirino soprattutto le lauree che fanno lavorare

Approccio pragmatico pure per quel che riguarda le strade più battute. Si punta alle discipline che, in teoria, garantiscono più chance di trovare lavoro. Circa un quarto (24%) – dato stabile rispetto al passato – tenterà l’iscrizione a un corso di area medico-sanitaria (Medicina, Odontoiatria, Professioni sanitarie, ecc.); quasi 1 su 5 proverà con corsi di Ingegneria o di Informatica (in crescita se guardiamo a dodici mesi fa); terzo posto condiviso (col 12% di preferenze) per i corsi di economia e marketing e per quelli umanistici o in lingue. Il condizionale, però, è d’obbligo: più di 8 su 10 devono passare per i test d’ingresso, nazionali o locali. Una missione per la quale quasi tutti (80%) si stanno già preparando (1 su 3 da almeno tre mesi).

L’alternativa all’università? Cercare in fretta un’occupazione 

E gli altri? Quelli che nel proprio futuro non intravedono l’università? Poco meno della metà di loro cercherà subito un’occupazione (anche attraverso concorsi), mentre gli altri si dividono tra chi pensa di andare all’estero per studiare o lavorare, tra chi frequenterà corsi di formazione non universitari (es. ITS, corsi regionali, ecc.), tra chi tenterà una carriera nelle forze armate o di polizia. Scelte diverse, accomunate soprattutto dalla voglia di trovare la propria dimensione in fretta (al primo posto tra le priorità per il 33% delle mancate matricole) ma anche dalla consapevolezza che lo studio universitario non sia nelle proprie corde (la mette in cima alle motivazioni il 29%), a cui va aggiunto un 17% che non crede che una laurea attualmente dia tutte queste opportunità lavorative in più. Ma, almeno questi ultimi, i dati ufficiali sembrano smentirli. Dipende dalla laurea.

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