Oggi vi propongo l’intervista agli organizzatori di una mostra molto particolare: “Tu parlavi una lingua meravigliosa: quando la canzonetta divenne poesia” a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno
Tra gli anni ’60 e ’70 si ebbe in Italia un “fenomeno” eccezionale, autori del calibro di Italo Calvino, Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia “prestarono” i loro versi alla musica, le cosiddette “canzonette” divennero strumento “per fondare una canzone d’autore che parlasse della realtà del mondo e degli uomini”, “Ma cosa sono le nuvole?” cantata da Modugno e scritta da Pasolini è un esempio.
Il 18 luglio nella sala Pyrgi del Castello di Santa Severa si apre la mostra “Tu parlavi una lingua meravigliosa: quando la canzonetta divenne poesia” a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno ecco alcune domande che ho rivolto io agli organizzatori.
- Una domanda molto banale ma importante per chi verrà a vedere la mostra: come è strutturata? Cosa troveranno i visitatori?
Due grande nuclei e una colonna sonora (che permetterà di ascoltare, intanto, brani importantissimi, evitando anche il problema odierno nell’uso di cuffie e di contatti ravvicinati). Quindi un primo nucleo che è ricostruzione cronologica e storica di questa avventura di fondazione di una canzone d’autore, con dischi, documenti, foto e pubblicazioni che raccontano i momenti più alti (le copertine dei dischi addirittura con note di presentazione di Massimo Mila e di Ferruccio Parri, testi di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini, di Franco Fortini, programmi di sala degli spettacoli di Laura Betti ecc.). Secondo nucleo: il racconto del progetto eccezionale, negli stessi anni, di incidere le “voci” dei poeti, di dare corpo alla poesia in 45 giri o 33 giri ad ampia diffusione e in cui i nostri massimi poeti (da Saba a Ungaretti, da Montale a Pasolini e Quasimodo) leggono i propri testi, sonorizzano le proprie pagine. Ad un certo punto ci si immagina di far entrare in tutte le case, in giradischi e mangianastri, l’intera poesia contemporanea (in mostra diversi pezzi molto rari di queste incisioni e vere e proprie lezioni di lettura).
- Qual è la cosa più “preziosa” o “curiosa” o particolare che avremo l’opportunità di vedere?
Sicuramente il 45 giri con la canzone di Pasolini e Modugno Cosa sono le nuvole, ma anche il cofanetto di dischi dell’Orlando Furioso raccontato da Calvino, precedente l’uscita del volume; ah, c’è un 33 giri di Ungaretti con in copertina ritratti fotografici del poeta fatti da Mario Schifano. Peccato per un disco e un libro di Zavattini, purtroppo il libro non si può mostrare aperto perché troppo scabroso (uno Zavattini come al solito geniale). Un’altra rarità è il primo ed unico, nel senso che dopo non hanno pubblicato più nulla, 45 giri dei Chetro & Co., primo gruppo psichedelico italiano, contenente la suite Danze della sera, nella quale il gruppo canta dodici splendidi versi di Pier Paolo Pasolini, decisamente irriverenti nei confronti dell’imperante perbenismo.
- Non voglio sembrare catastrofista, ma a me sembra che stiamo andando verso una decadenza inesorabile dell’eloquio di scrittori e cantautori, manca l’autorevolezza, riuscite a immaginare una mostra simile tra 50 anni? E chi potrebbero essere i protagonisti?
Tra 50 anni una mostra simile? Verrebbe da dire al momento no, perché le collaborazioni odierne di poeti e musicisti si muovono troppo all’interno di progetti raffinati e squisiti, eletti; negli anni Sessanta si parlava di fondare da capo una canzonetta. Erano altre ambizioni, sì intellettuali, sì sul modello o i sogni di Gramsci, ma tutte caratterizzate da profondissimo rispetto per la gente.
- La commistione tra intrattenimento e cultura è qualcosa di complesso, secondo voi oggi, in una società dove persino gli ottantenni si sono fatti irretire dalla subcultura diffusa dai social network ( a me a volte sembra che si stia andando verso una sorta di intorpidimento della sensibilità e dell’intelligenza), c’è ancora un pubblico adatto a offerte culturali “d’autore” ?
L’”intrattenere” è di per sé un sistema di coercizione, di irretimento: fa parte di pratiche economiche o politiche rivolte a sudditi o acquirenti, atte appunto a formare e trattenere il pubblico che applaude, o a renderlo protagonista fino a lederne la dignità; così come la cultura può essere facilmente solo vanità e di grande soddisfazione per chi la pratica. No, qui si tratta di condividere passioni, idee e pensieri: una mostra o un’esposizione sono in primo luogo questo: un convivio, un’azione comunitaria, non più che un invito.
- Tornando alla mostra, a”Tu parlavi una lingua meravigliosa: quando la canzonetta divenne poesia” possiamo raccontare in breve la “ collaborazione irripetibile tra Roberto Roversi e Lucio Dalla”?
Nel 1973 il trentenne Dalla in piena crisi di identità artistica grazie al produttore Renzo Cremonini incontra il concittadino bolognese Roberto Roversi, scrittore e libraio, ma soprattutto grande poeta sperimentale, intransigente osservatore della realtà, intelligenza senza sconti. Da questa collaborazione nascono tre dischi: Il giorno aveva cinque teste, del 1973, Anidride solforosa, del 1975, e Automobili, del 1976.
Innovativi sotto ogni aspetto, sorprendenti per soluzioni e scavo del mondo, formano un trittico di poesia, musica e intelletto ancor oggi ineguagliabile. Se si può dire che il rapporto non è sempre facile tra i due e che si arriverà alla rottura è per la fedeltà alle idee e alle battaglie di Roberto Roversi. Roversi non accetterà il compromesso, gli aggiustamenti, le censure che la RCA imporrà alla registrazione delle canzoni dello spettacolo Il futuro dell’automobile. Non le accetta a partire dal titolo dell’album che diventerà appunto Automobili, perdendo così il senso contenuto nella parola “futuro”.
Su dodici brani ne verranno accolti solo sei e, anche questi saranno rimaneggiati e tagliati. Roversi, per protesta, decide di non firmare le canzoni. Ad esempio l’“Intervista con l’avvocato” (Giovanni Agnelli, per intenderci, testo feroce e senza alcun riguardo, testo che non si fa scrupolo di citare luoghi e situazioni conflittuali) viene inserita ma con intere strofe tagliate vie, per non parlare di diversi testi che non entrano proprio.
- Io conoscevo di Ennio Flaiano:
Ho letto con ritardo
Lolita e il Gattopardo
così passai l’estate
tra speranze infondate.
Perché non scrivi più?
Mi abbandoni anche tu?
Lessi tempo fa un saggio in cui si guardava a questa esperienza dei poeti come ad una sorta di “cedimento”, ma c’è un segno indelebile di questa esperienza rimasto nella canzone italiana, una eredità accolta e mai più abbandonata?
L’esperienza dei Cantacronache di Torino dal 1958 al 1960, solo per citare un esempio di eredità, passa ai cantautori. È una storia, questa, ancora tutta da raccontare (in mostra oltre le incisioni si sono rarissime foto originali del gruppo). Poi c’è di sicuro l’idea, che viene trasmessa e che ha dato frutti, della “canzonetta” come forma ed eredità della lirica, come esperienza, di pensiero ed espressione, né sentimentale, né retorica, ma furiosa o dolente; dunque lontana dalla visione piccolo borghese della vita, e agli antipodi da quasi tutta la storia della canzonetta.
Sempre a proposito dell’eredità, in mostra c’è una canzonetta di Flaiano, musicata e suonata da un ancora giovanissimo e sconosciuto Gigi Proietti, sul tema caro a Flaiano del piacere e dello sforzo di “mostrarsi intelligenti in pubblico” e di credere di esserlo.
- Se non sbaglio Umberto Eco aveva definito Giorgio Gaber “apostolo della canzone di rottura”, siete d’accordo ?
Gaber? Gaber sì, e non dimentichiamo quanto fosse amato anche da Montale. Affinato dai testi di Umberto Simonetta, Gaber giunge presto alla concezione dello spettacolo e del canto come umanesimo sociale.
- Vogliamo invitare i visitatori con il verso di una canzone che per voi è “memorabile”?
un verso come ricordo? Beh, potendo scegliere, non avremmo dubbi, sceglieremmo di nuovo il verso di Roberto Roversi che dà il titolo alla mostra “Tu parlavi una lingua meravigliosa” che si riferisce ad una giovinezza splendida di sogni e parole, ai ricordi, ma anche appunto a un cantare alto e profondo.
Che dirvi? Andate a vedere la mostra!