Politica e biopoliticaIl primo discorso

Analisi linguistico politica del primo discorso del Presidente eletto Biden che rende impietoso il confronto con la miseria del dibattito europeo. L'importanza della religione come ispirazione e ragione di impegno politico e nella definizione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo.

Come italiano e come europeo ho provato un sincero senso di inadeguatezza, se non proprio di inferiorità, rispetto al primo discorso del neo presidente eletto degli Stati Uniti d’America nella notte statunitense del 7 novembre.

Il popolo di questa nazione ha parlato. Ha consegnato una vittoria chiara. Una vittoria convincente. Una vittoria di “Noi il Popolo”. Biden comincia dall’inizio, ovvero dall’inizio della costituzione americana: “We the People”, “Noi il Popolo” oppure, come forse sarebbe semanticamente più giusto, “Noi le Persone” a sancire la continuità, la costituzionalità, la legittimità della sua elezione. A proposito di patriottismo costituzionale. Trovatelo un leader europeo in grado di evocare con tale schiettezza e disinvoltura la propria costituzione oppure, con pari enfasi e solennità, il trattato di Maastricht o quello di Lisbona.

Il Presidente e il popolo 

Il popolo di questa nazione ha parlato”: sono le stesse parole con cui inizia il discorso della sconfitta di John Mc Cain rilanciato in queste settimane da numerosi social. Un richiamo ellittico, ma voluto, alla vittoria di Obama. Ma ciò che in questa sede si vuole sottolineare è l’uso continuo e reiterato della parola popolo come antitesi filosofica e giuridica al populismo. Il popolo degli Stati Uniti ha parlato ma non è stato un pronunciamento plebiscitario, bonapartista, assoluto, no, è stato un pronunciamento pienamente democratico, in cui il popolo, DEMOS ha esercitato il suo potere, KRATOS dentro i limiti della Costituzione. Quella affermazione proprio all’inzio del discorso ricorda a tutti, a cominciare dall’oratore, che la democrazia è senso del limite: ovvero che chi è eletto ha un potere che deve esercitare in nome e per conto del popolo, e quindi si impegna a mantenere con questo un riferimento continuo e costante, ma al tempo stesso ricorda al popolo che la democrazia americana è pienamente e compiutamente rappresentativa e che non esiste il mandato imperativo.

Se quindi, su un piano giuridico formale, è evidente che non si possono governare gli USA etsi populus non daretur, come se non ci fosse il popolo, anche su un piano filosofico sostanziale il concetto di popolo assume una centralità potente, prosegue infatti il Presidente eletto: for that is what America is about: the people. And that is what our administration will be about”; che possiamo tradurre: è questa la ragione dell’America: il popolo. E questa sarà la ragione della nostra amministrazione”. Praticamente un contratto sociale in diretta televisiva ma che non ha nulla a che vedere con le sottoscrizioni di contratti con gli elettori dentro uno studio televisivo a cui siamo stati abituati noi altri in Italia. Quella è filosofia politica, questa mera comunicazione o, come avrebbe detto Antonio Gramsci, manifestazioni da operetta.

Nelle parole di Biden c’è invece una enorme densità intellettuale. Sul piano giuridico il richiamo al popolo è il riconoscimento di questo come fonte originaria del potere legale e legittimo, sul piano filosofico invece avrebbe più senso tradurre “the people” con il plurale di persona. Insomma la causa e il fine dell’America sono le persone e queste saranno anche la ragione della nuova amministrazione. In questi termini si può ben cogliere la profonda ispirazione personalista della Costituzione americana: non è la persona per lo Stato, come invece sostenuto dalla gran parte delle ideologie europee a cominciare dalla Rivoluzione Francese, ma lo Stato per la persona, o meglio per le persone.

C’è una oggettiva difficoltà a rendere questi concetti in italiano: “to be about” non è la stessa cosa di “to be for”, quest’ultimo ha un carattere teleologico, finalistico, mentre il primo “to be about” ha carattere ontologico, vuol dire concernere, avere a che fare, essere pertinente. Le persone, e quindi la loro felicità, la loro realizzazione personale, concernono, sono pertinenti, riguardano gli Stati Uniti d’America, insomma ne costituiscono l’essenza; non rappresentano qualcosa che sta fuori e per cui è necessario prendersi cura, secondo lo schema classico del populismo: tutto per il popolo, niente con il popolo.

Il Presidente e l’anima dell’America 

La persona e la sua felicità, che in altri termini vuol dire la sua realizzazione, è la ragione filosofica degli Stati Uniti d’America, e le persone sono protagoniste e corresponsabili del loro proprio destino attraverso il governo che hanno sostenuto. Visione questa, completamente opposta a quella populista, che non scommette sulla responsabilità personale ma promette e pretende che tutto venga assicurato dal governo. Ragione per cui lo stesso Trump è un populista sul piano della comunicazione, ma non lo è filosoficamente e non lo può essere costituzionalmente perché la Costituzione sia formale che materiale degli USA glielo impedirebbe.

Prosegue Biden: “we must restore the soul of America”, “noi dobbiamo ricostruire l’anima dell’America”. Per tre volte nel discorso ricorre la parola “soul”. E’ il segno, chiaro e distinto, che la politica in America ha a che fare con l’anima, con la spiritualità, con la trascendenza. Eppure spesso noi indugiamo a una lettura eminentemente materialistica degli Stati Uniti come una semplice e banale democrazia delle lobbies dove contano solo i soldi. E ogni volta occorre ricredersi; Obama vince le primarie contro la più strutturata e facoltosa Hillary Clinton, Trump, sull’onda del MAGA Make America Great Again, vince le presidenziali nel 2016 spendendo meno della sua rivale, Biden vince oggi semplicemente con la sua biografia, ovvero con la coerenza ai suoi valori e l’umanità dei suoi dolori: vedovo e padre di quattro figli di cui due gli sono premorti.

Insomma l’idea di America e quindi la sua realtà profonda, la si può cogliere se la si riconosce come fatto spirituale prima ancora che materiale. Si pensi ai Padri pellegrini e agli esuli religiosi inglesi. L’idea di America è l’idea di una terra promessa, che è tale se appunto c’è una promessa da parte di Dio non da parte del governo. “Ricostruire l’anima” significa quindi ricostruire quella dimensione trascendente, quel rapporto con Dio, che è la vera essenza degli Stati Uniti d’America. Ora provate a pensare un qualsiasi leader del nostro continente dire: “dobbiamo ricostruire l’anima dell’Europa”.

Fin qui si è trattato di spiritualità in senso oggettivo. Ma se ne può trarre un significato anche soggettivo. Se l’America ha un’anima e quindi è innanzitutto un fatto spirituale il suo capo non può non esercitare una leadership spirituale. E Biden questo lo ha espresso con chiarezza ed asciuttezza magistrali:

Our nation is shaped by the constant battle between our better angels and our darkest impulses.It is time for our better angels to prevail. And we lead not by the example of our power, but by the power of our example.

la nostra nazione è segnata dalla costante battaglia tra i nostri angeli migliori e i nostri impulsi più oscuri. E’ ora che i nostri angeli migliori prevalgano. E noi guidiamo il mondo non con l’esempio del potere ma con il potere dell’esempio”. Che dal punto di vista soggettivo vuol dire: sono pronto ad assumermi la leadership politica ma anche spirituale dell’America affinché l’America ritorni ad assumere la leadership spirituale del mondo.

Sembra quasi di ascoltare una variazione sul tema del mito di Platone: Er e la biga alata, con un cavallo che tira verso l’alto e uno dominato da bassi istinti, che tira verso il basso. C’è una legittimità ad essere la prima nazione del mondo, e questa legittimità è data dal corrispondere ai better angels e a tralasciare i darkest impulses. Non può essere solo volontà di potenza, “l’esempio del potere”, a legittimare la nostra posizione nel mondo ma deve essere “il potere dell’esempio”. Noi americani non vogliamo essere dominatori, vogliamo essere egemoni. Si potrebbe chiosare usando le categorie dei “Quaderni dal carcere”.

Un ulteriore dimostrazione di questo esercizio di leadership spirituale è quando il Presidente eletto cita il libro del Qoelet: “the Bible tells us that to everything there is a season — a time to build, a time to reap, a time to sow. And a time to heal. This is the time to heal in America”. La Bibbia ci dice che per ogni cosa c’è una stagione: un tempo per costruire, un tempo per raccogliere un tempo per seminare e un tempo per guarire. Questo è il tempo per guarire in America”. Nella consapevolezza che there has never been anything we haven’t been able to do when we’ve done it together”. “non c’è mai stato nulla che non siamo stati capaci di fare quando lo abbiamo fatto insieme”.

Il Presidente degli Stati Uniti è una sorta di motivatore atletico nazionale, ma il suo appartato ideologico non è solo l’agonistica volontà di essere primi, quanto di fare la cosa giusta, anche se difficile, anche se faticosa, anche se rischiosa. E di farla tutti insieme. Anche in questo caso si deve tornare alla Bibbia: l’archetipo è il libro dell’Esodo. Il Presidente si trova sempre in una posizione simile a quella di Mosè. Deve condurre il popolo da un’altra parte. Ma per compiere un’azione del genere non basta una semplice leadership politica. Perché lui non è il capo che garantisce ma il capo che guida e indica un altro orizzonte con tutti i rischi che questo comporta. E non è un caso che abbia inscritto nel suo Pantheon quattro Presidenti che hanno segnato delle cesure: Lincoln per aver salvato l’Unione, Roosvelt per il New Deal, Kennedy per aver indicato “la nuova frontiera” e Obama per lo “yes We can”. Non c’è Bill Clinton.

Una grande differenza con l’Esodo però esiste e non riguarda il carattere della leadership, ma invece quello del popolo. Mosè guida un popolo omogeneo, che condivide una sola fede, che viene da una sola etnia. Biden invece si dice “proud of the coalition we put togetherorgoglioso della coalizione che abbiamo messo insieme”. Biden è un democratico, parola che ripete diverse volte durante il discorso. Ma non pronuncia mai la parola “partito” perché il senso dell’elezione del Presidente degli USA non è la vittoria del partito, è la vittoria della coalizione!

Il Presidente e la sua coalizione 

I partiti americani sono per definizione partiti coalizionali, non sono il partito del “popolo eletto” ma il partito “delle genti”, e il caso della “coalizione democratica” è emblematico. Biden ha passato in rassegna tutte le minoranze che compongono la coalizione democratica, uno ad uno soffermandosi poi con maggiore enfasi sugli afroamericani. Le elezioni americane ancora una volta ci dimostrano che a vincere non è il partito ma la coalizione sociale e politica che si raccoglie attorno ad un progetto, che per essere realizzato, deve avere la garanzia istituzionale che solo la carica presidenziale può assicurare. Il presidenzialismo in questo contesto, svolge la funzione di costituzionalizzare la coalizione sociale e non ne rappresenta la sua negazione plebiscitaria. Molto difficile far comprendere in Italia questo concetto. Eppure non ci vuole un laureato ad Harward per comprendere che presentare una coalizione prima delle elezioni in una democrazia parlamentare non ha alcun senso, mentre presentare una coalizione di governo prima delle elezioni vuol dire camminare verso un sistema di tipo presidenziale.

Il Presidente, la sua famiglia e la sua fede 

E così arrivo alle conclusioni, di questo articolo ma anche del discorso del Presidente eletto. Il finale è da uomo di casa (family man) e uomo di chiesa. Pensando ai malati di COVID ai defunti e alle loro famiglie Biden cita una canzone da messa che esiste anche in lingua italiana: “Su ali d’aquila”. E’ una canzone che musica un salmo, quindi di fatto è una vera e propria preghiera: “Lui ti porterà su ali d’aquila nel respiro dell’alba, ti farà radioso come il sole e nel palmo della Sua mano ti sosterrà”.

Il discorso del Presidente eletto degli USA si chiude prima con una preghiera poi con un ricordo di quando era bambino (omesso peraltro nella trascrizione del NYT): “mio nonno mi diceva: “custodisci la fede Joe” e mia nonna:“no Joe portala fuori”. E noi in Europa ancora a discutere se la religione sia o meno un fatto privato. “and now, together — on eagle’s wings — we embark on the work that God and history have called upon us to do”. E ora, insieme – sulle ali dell’aquila – ci imbarchiamo nell’opera che Dio e la storia ci hanno chiamato a fare”. Buon lavoro Presidente, che Dio ti benedica.

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