BabeleCookie e pubblicità: i business a rischio

Che fine faranno gli oltre 580 milioni di euro della pubblicità che si basa sui cookie di terze parti?

In crescita del 6% rispetto al 2019, il Programmatic Advertising sarà il settore più colpito secondo studi condotti da importanti Università del Nord Italia.

Abbiamo iniziato con la dichiarazione obbligatoria della presenza dei più disparati tipi di cookie presenti sui nostri siti web, abbiam dovuto implementare tecnologie e metodologie di comunicazione innovative per avvertire (come se stessero per addentrarsi in un vicolo cieco senza via d’uscita) i nostri utenti e visitatori che qua e là, navigando tra le pagine, avrebbero potuto trovare piccole porzioni di codice in grado di tracciare alcuni specifici comportamenti e definire pattern non casuali.

Tra poco ci diranno che è stato tutto inutile, o quantomeno che per alcune grosse aziende sarà inutile anche solo provare a convincere i piccoli possessori di siti web, le agenzie locali, i centri media e chi più ne ha più ne metta, ad installare sulle proprie piattaforme e nei propri network e circuiti i cookie di terza parte.

Il Politecnico di Milano ha lanciato per primo l’allarme su quanto impattante possa essere questa mossa (maldestra o meno sta a voi deciderlo) nei confronti del mercato della pubblicità online.

Personalizzazione e targettizzazione della pubblicità sono argomenti particolarmente spinosi negli ultimi anni, basti pensare alle esclusioni che sono avvenute in materia di gioco d’azzardo, per cui aziende più disparate (perfettamente regolamentate per altro) hanno visto soccombere letteralmente i propri canali di acquisizioni: ecco che un casinò online (compresi quelli con i bonus senza deposito), o un servizio di gioco digitale che fino a poco tempo avrebbe potuto pubblicizzare liberamente le proprie attività di slot gratis online adesso non può più. E ancora, un network pubblicitario basato sulla profilazione degli utenti ha visto prima il diffondersi di strumenti indipendenti di esclusione dell’utente dai dati (tendenzialmente aggregati), come AdBlock e simili, e poi ha visto avanzare proposte di legge atte a smontare un saldo sistema di proposizione ottimale di prodotti e servizi di consumo o professionali.

Diciamocelo… a chi piace la pubblicità in TV? Lato nostro, forse per via di una certa declinazione caratteriale e deformazione professionale, siamo probabilmente più tesi a ricevere la pubblicità che potrebbe interessarci, piuttosto che essere bombardati alla meno peggio ad qualsiasi tipo di inserzione vagante messa lì a sprecar budget.

Secondo l’Osservatorio Internet Media del Politecnico, editori e brand risentiranno per primi di questa batosta economico-tecnologica. Ma mentre altrove c’è subbuglio per qualsiasi cosa impatti negativamente i business, pare che in Italia non si faccia altro che voltare la testa e guardare altrove: è poca la consapevolezza del fenomeno e mancano gli approfondimenti degli utenti di base, gli internauti.

Basta pronunciare la parolina magica “privacy” che qualche gruppo di rivolta appare qui e lì a raccontare di come la propria sia stata in qualche modo lesa, tenendo ben distante da sé la comprensione di come un cookie funzioni davvero e del modo in cui questo “conservi e gestisca” quasi fantomatici dati preziosi e riservati.

Conseguenze? Facile immaginarle: le piattaforme più colpite come le Data Management Platform (DPM) e le Data Company, adotteranno lentamente (o magari hanno già preparato qualcosa) metodologie di tracciamento innovative e più strutturate, probabilmente meno comprensibili dai legiferanti e dagli stessi prodotti (gli utenti) e basati su intelligenze artificiali in grado di identificare gusti, tendenze, orientamenti e intenzioni senza bisogno materiale di andare a “scavare” nella privacy dell’utente ed esporre la sua ambita penombra al mondo intero.

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