Anelli di fumoLa mutazioncina microgenetica della sinistrina sinistrata

Le villane e infami parole del diffamatore del FQ sono meno rilevanti delle risate e degli applausi della classe dirigente di Mdp-Articolo Uno. Come dice Jacoboni: "Una sinistra che applaude Travaglio, tecnicamente, non è più considerabile sinistra".

A me delle parole diffamanti e villane di Marco Travaglio contro il presidente Mario Draghi, definito “un figlio di papà [sic: Draghi rimase orfano di padre a 15 anni e di madre a 19] che non capisce un cazzo di niente”, importa poco. Sono problemi di chi lo invita nelle feste di partito o nei talk show politici de La7, dove Travaglio ospita molto spesso Lilli Gruber a Otto e mezzo.

All’estero rispondono “Marco chi?”

Certo: quelle parole mi hanno indignato e offeso. Perché Mario Draghi è stimato e apprezzato in tutto il globo terracqueo come il maggiore statista italiano (europeo?) vivente, mentre la principale prefica del de cuius Giuseppe Conte se chiedi chi sia già ad Ajaccio, Nizza, Lugano, Innsbruck o Lubiana, ti chiedono “Marco chi?“. E poi perché tutte le volte che l’odiatore del Fatto Quotidiano apre bocca o scrive, io maledico il giorno in cui – più di tre lustri fa – gli chiesi una prefazione per un mio libro su maccartismo e stampa americana, e lui, ahimè, la fece. Così oggi su quel libro il mio nome resta collegato al suo, con tutto il fango e la vergogna che la cosa comporta. Mea culpa: prossima volta imparerò a chiedere prefazioni a persone meno imbarazzanti.

Travaglio: da assolto a pluri-condannato

Va detto che Travaglio un tempo si atteneva ai fatti: scriveva libri che ricordavano come la fortuna di Silvio Berlusconi era stata costruita, e quando Berlusconi ebbe la cattiva idea di querelarlo per diffamazione, Travaglio venne assolto: quel che aveva scritto sul Silvio nazionale, su come aveva ottenuto la proprietà di Villa San Martino, sui motivi per cui aveva ospitato il killer di mafia Vittorio Mangano come “stalliere”, pur non avendo cavalli da affidargli, era dunque tutto vero. Negli ultimi 15 anni le cose però sono cambiate e in una dozzina di altre querele per diffamazione Travaglio è stato giudicato colpevole, al punto che oggi possiamo scrivere che lui è un diffamatore seriale e uno dei maggiori contribuenti delle fortune economiche della famiglia Renzi, cui ha versato quasi 150.000 euro.

Solo Chamberlain ha saputo fare peggiori previsioni politiche

La vedova principale del de cuius ha insomma perso da tempo il suo fiuto per le notizie e anche quello per le previsioni politiche. Rimane celeberrima la sua fatwa contro un ipotetico governo Draghi al tempo in cui il governo Conte2 stava morendo e c’era Matteo Renzi che dal dicembre 2020 andava indicando in Draghi un potenziale assai migliore successore:

Una capacità di previsione politica che scalza il famoso “Credo sia la pace per i nostri tempi” di Chamberlain al ritorno dagli accordi di Monaco del 1938. Da notare come in quell’intervista il diffamatore seriale sostenesse che la figura di Draghi fosse “talmente alta e talmente super partes che semmai ha il profilo per fare il Presidente della Repubblica“. Però il diffamatore è fatto così: cambia opinione sulla qualità delle persone a seconda se conviene oppure no alla fortuna del populismo e del suo compianto de cuius.

Come detto, le parole di Travaglio danno solo la misura di quanto per nulla equilibrato e profondamente malato sia il giudizio che Travaglio dà delle cose politiche italiane.

Peggio delle parole di Travaglio, la loro accoglienza alla festa di Mdp

Molto più rilevante, per una volta, è invece il contesto e il paratesto, per dirla alla Genet, di quelle parole: la festa del piccolo partito Mdp-Articolo Uno, fondato da Pierluigi Bersani e, per assurdo, partner del governo Draghi con il ministro della Salute Roberto Speranza. Quello del libro ritirato su come aveva sconfitto il Covid, poco prima che il virus ammazzasse quasi 130.000 italiani.

La terza figura di quel micropartito forse è la giornalista Chiara Geloni, una donna che fa politica mossa soprattutto dall’odio e l’intolleranza nei confronti di chi non la pensa come lei. Segnatamente, non sopporta Matteo Renzi, al quale la signora deve il suo licenziamento dalla direzione della tv del PD, YouDem. Geloni è una giornalista che ama le bolle (ho scritto “bolle”, con la “o”): sui social blocca le persone che hanno idee diverse dalle sue, negando il senso filosofico dei SOCIAL network. Il confronto lo ha con chi vede nel de cuius, quello dei decreti Salvini-Conte, un riferimento fortissimo dei progressisti. A me ha bloccato senza che, ovviamente, le avessi mai mancato di rispetto nemmeno in modo indiretto.

Geloni era presente alle infamie e villanie della prefica del de cuius, e ne ha riso di gusto. Gli altri “compagni” presenti pure hanno riso e applaudito: segno che la prefica, insultando il loro premier, ha espresso infamie e contumelie da loro condivise, che però non hanno il coraggio di dire ad alta voce, magari durante un Consiglio dei ministri, vero On. Speranza?

Frustrazione e livore

Possiamo solo immaginare la frustrazione personale, il livore di una piccola comunità che mette la politica al primo posto nella propria vita, e che si ritrova a sostenere, con il ministro della Salute durante la peggiore pandemia degli ultimi 100 anni, un premier che ritengono “non capisca un cazzo di niente”, sia “un curriculum ambulante”. Come se studiare, prepararsi, essere competenti sia diventato un disvalore per questa sinistrina sinistrata di Mdp – Articolo Uno.

Ecco dunque in cosa consiste – che Enrico Berlinguer perdoni la parafrasi – la “mutazioncina microgenetica” di questi bersaniani piccoli piccoli, che ridono e si danno di gomito quando invitano, ospitano e definiscono “ciò che ci unisce” colui che ricco di protervia e meritevole di apocatastasi definiva i detenuti suicidi in galera come evento di giubilo: “meno male che almeno qualcuno ce lo siamo levato dai coglioni”. Ha ragione Jacopo Jacoboni: “Una sinistra che applaude Travaglio, tecnicamente, non è più considerabile sinistra. Avranno spero tempo e voglia di discutere cosa sono diventati.

E a noi, giornalisti, intellettuali, lavoratori, spetta chiedere una rottura con questa specie di sinistra sinistrata che gode del lazzo e del laccio. Diffama, insulta, esclude, odia e perde, perde, perde. Nella storia e nel tempo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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