E(li's)booksComincia a Brooklyn di Federica Piacentini

"L’Hudson, che agitava le sue rive sollevandosi e ricadendo, e poi risollevando ancora il petto, come impegnato in una lite con l’East River"

Oggi vi porto negli Stati Uniti insieme ad una scrittrice italiana, Federica Piacentini e il suo romanzo Comincia a Brooklyn.

Il libro

Martin Gale ha nove anni eppure è già pronto a liberare la forza di chi sente che non c’è più tempo, non si può aspettare ancora, bisogna rimboccarsi le maniche e cominciare a giocare. Giocare sul serio. Martin ama moltissimo ed è riamato, dai nonni emigrati dalla Grecia e dalla madre Leah, così come da Mama Jean, la bizzarra sconosciuta che ha deciso di ospitare lui e la madre dopo lo sfratto. Ama moltissimo anche Jack Gale, quel padre che langue, ma in compenso si sente riamato dal quartiere in cui è nato e cresciuto: Brooklyn. Il luogo di un amore duro eppure dolcissimo, vulcanico e trasformista, così empatico e diverso da Manhattan e dalla New York che il mondo canta, idolatra, accusa. Martin Gale ha un motivo per cominciare a giocare sul serio: la madre Leah non sta bene e ammalarsi, a Brooklyn così come negli Stati Uniti tutti, ha un costo. E giocare a scacchi, per vincere il lauto premio messo in palio da un torneo, è allora un atto di ribellione contro le circostanze, le regole, le costrizioni fatali in cui ciascuno si ritrova – volente o nolente – quando viene al mondo. Quello che Martin scoprirà, mentre impara il gioco sulla scacchiera, è che proprio là nel mezzo si spalanca la vita adulta.

La mia lettura

Il bar delle grandi speranze di J.R. Moheringer, è a questo romanzo che ho pensato leggendo Comincia a Brooklyn di Federica Piacentini. J.R., il protagonista di Moheringer, cresce catturato da una voce, la voce di suo padre, un disc-jockey di New York, che ha lasciato lui e sua madre.

Anche qui troviamo un padre la cui presenza/assenza è rappresentata da ricordi stinti, appuntamenti saltati e c’è un rapporto d’amore appassionato tra madre e figlio e il percorso di crescita di quest’ultimo.

La metafora della vita passa attraverso la scacchiera, il protagonista vuole imparare a tutti i costi a giocare a scacchi, vuole vincere un torneo e guadagnare i soldi necessari alle cure di sua madre, le regole necessarie a muovere i pezzi su quei quadrati bianchi e neri scopre che valgono anche per la vita in generale.

“Martin tornò indietro e afferrò un pedone, quello dalla morte certa, a un passo dal suo simile, a un passo dal cavallo. Almeno lui era salvo. Martin chiuse il pugno, infilò le mani spaccate dal vento nelle tasche e corse via. Venti dollari per un pedone e qualche nozione. Anche un legionario può ambire a diventare un mirabile condottiero, e finanche un re.”

La città di New York emerge con le caratteristiche che conosciamo (per esserci stati o per averne sentito parlare milioni di volte in film o romanzi), è uno sciamare di solitudini, di gente che lotta incessantemente per il suo “posto al sole”.

Me la sono immaginata Washington Square Park (è nel famoso Greenwich Village ) coperta di neve, l’incedere incerto di questo ragazzino caparbio e deciso a non arrendersi, par di sentirlo il suo “respiro accelerato come un’aritmia.

Federica Piacentini è stata bravissima subito nelle prime pagine a farci capire con chi avremmo passato il  tempo leggendo questa storia, in un unico periodo di poche frasi, senza ricorrere a inutili  similitudini o esuberi di aggettivi, ci presenta Martin Gale.

“Aveva appoggiato i palmi sulle ginocchia per rifiatare, aggrappandosi ai jeans zuppi e stracciati, ma in quella posa lo zaino gli catapultò sul collo e la testa fini per abbassarsi ancora di più, facendogli perdere gli occhiali dalla montatura tonda cosi fine da apparire inesistente, una stecca rattoppata con scotch trasparente. A vedere, il ragazzino ci vedeva ancora. Un po’ meno, ma ci vedeva. Perciò allungò il braccio per recuperarli con gesto sicuro. Quante volte sua madre lo aveva pregato di averne cura: un nuovo paio sarebbe costato fatica, e quello che aveva poteva sopportare soltanto un altro rattoppo.”

 Comincia a Brooklyn descrive in maniera molto empatica questa madre single che è un connotato sociale degli Stati Uniti, Leah è in fondo alla scala sociale e fa fatica a risalirla, lo stesso peso si trasferisce sul piccolo Martin la cui vita è inevitabilmente frenata dalle condizioni in cui è nato.

“Leah era un’addetta alle pulizie presso un’agenzia che non pagava molto”

Comincia a Brooklyn è un romanzo molto americano scritto da una italiana, il sapore di casa nostra lo avvertiamo nelle citazioni delle letture di Leah e Martin, c’è Calvino con il suo Barone rampante per ricordarne uno. Ma il Vecchio Continente affiora anche nella citazione della storia di Achille, nella caffetteria Constantinou dei nonni di Martin (greci).

C’è ovviamente New York,

“Qui, per ascoltare il silenzio della civiltà, c’era una sola occasione: la notte del 24 dicembre. Un silenzio kafkiano e onirico.

Quella era l’isola più popolata del pianeta eppure non si coglieva alcun bisbiglio, solamente qualche sirena dei pompieri riecheggiava spingendosi fino alla costa, subito spenta dall’Hudson, che agitava le sue rive sollevandosi e ricadendo, e poi risollevando ancora il petto, come impegnato in una lite con lEast River che, dall’altra parte, bagnava il Queens e il Bronx.”

E ancora

Sullivan Street, West Third Street, Central Park e “Il laghetto ghiacciato, sull’Ottantaseiesima, si liquefaceva e gli uccelli avevano ceduto il cinguettio al sibilo delle chiome.”

 La genitorialità qui è indagata sia per il tramite del rapporto tra Leah e Martin sia attraverso il legame difficile di Leah con i suoi genitori. La famiglia è rappresentata con il calore tipico mediterraneo.

Comincia a Brooklyn è una romanzo pieno di sentimenti, impossibile non tifare per questa madre fragile e orgogliosa e non amare un bambino come Martin.

“… la vita non è forse crederci fino allo sfinimento, battersi con le armi necessarie, alzare i pugni, combattere? Cos’era andato storto? Non ci aveva creduto troppo? Anche il suo avversario si era allontanato dal tavolo, saltava di gioia insieme agli amici, mentre Martin si sentiva sprofondare nella più torbida delle pozzanghere: la verità. Ma la verità, per quanto dolorosa, era la sola e squisita opportunità di crescita.

“Sei stato bravissimo”.

Albert gli venne incontro e lo strinse a sé, ma Martin non voleva rassegnarsi: tronfio di sé, si era fatto prendere da una smania di grandezza e aveva dimenticato la sua ragione, la sua intima motivazione. Aveva commesso errori grossolani, imperdonabili, perchè era stato ingordo.”

 Una bella prosa quella di Federica Piacentini, una storia coinvolgente che intrattiene con intelligenza.

Bello.

Comincia a Brooklyn di Federica Piacentini

Editore: Nutrimenti

In commercio dal: 16 settembre 2021

Pagine:  176 p., Brossura € 16,00