Specchi e allodoleGrande centro. Ma per fare cosa?

A sinistra Calenda corteggia Letta, Brunetta e Mara Carfagna. A destra Berlusconi dice che ci pensa lui. Tutti parlano di grande centro. Ma per fare cosa?

Dunque, vediamo un po’ come stiamo messi. A sinistra fascinazioni post-uliviste di campi larghi che vanno da Bersani a Calenda e che, con qualche sfumatura che sa di distopia (nel senso che non sarebbe proprio un bene per il confronto politico) potrebbero diventare larghissimi includendo parte di Forza Italia e della Lega (lo stesso Calenda ha lanciato un appello in questo senso a Giorgetti a Mara Carfagna dalle colonne di Repubblica).

A destra un ricompattamento che suona come una resa definitiva per Silvio Berlusconi. Il quale, dopo aver suscitato qualche piccolo tremito in chi ancora si ricorda dell’ottima direzione che stava prendendo Stefano Parisi, costringe nuovamente Forza Italia in uno stato di soggezione rispetto alla cagnara di Salvini e Meloni.

Una resa che l’aspettativa quirinalizia di cui si vocifera rende ancor più grottesca.

Assente completo dal dibattitto politico il centro, inteso come luogo a sé stante, in grado di nascere e esistere in autonomia e capace per questo – cioè per la sua autonomia – di pesare veramente sulle scelte che destra e sinistra si contenderanno per il futuro del Paese.

Il centro come tentazione senza fine (per usare il titolo dato ad una raccolta di brevi scritti di Norberto Bobbio e Augusto del Noce), come posizionamento naturale da cui cominciare ogni altro percorso.

Un centro che non può guardare né a destra, né a sinistra, perché ciò si tradurrebbe nell’incontro inutile, da una parte o dall’altra degli schieramenti (non importa dove), tra “il destro prudente e il sinistro fiacco (…), un incontro neutro generato dall’affievolirsi di due spiriti” (Augusto Del Noce, Centro tentazione senza fine, Donzelli Reset, 1995, p. 32). Per concludere con le parole di Del Noce: centrodestra e centrosinistra, “appunto perciò non centro”.

Serve un centro che si opponga tanto alla violenza dei rivoluzionari, quanto a quella dei reazionari.

Questo centro, che sarebbe quello proprio dei liberal democratici (dell’Alde Party in Europa), oggi in Italia non solo non esiste, ma non è nemmeno agognato o soltanto immaginato.

Le forze in campo che in astratto si richiamerebbero a ideali liberaldemocratici sembrano infatti succubi di logiche conservatrici di spiccia sopravvivenza politico-elettorale o di spartizione del potere che ostacolano il necessario salto culturale.

Altri, tenendo radici ben salde a sinistra (che è il campo politico da cui provengono), usano sempre troppo impropriamente l’aggettivo liberale, mischiandolo con altre etichette, svilendo così lo stesso concetto e confondendo l’elettore.

Altri ancora, con radici impantanate a destra, continuano ad abusare della parola libertà, confondendola ora con l’anarchia, ora con il carattere reazionario della dottrina trumpiana.

Chi vuole lavorare per la costruzione di una vera e autonoma area di centro deve scordarsi del momento elettorale (ossia delle alleanze e degli apparentamenti) e dedicarsi prima di tutto a quello culturale.

Presentandosi da subito come forza politica e preponendo la propria agenda. Ma senza crucciarsi di ciò che faranno il PD, Forza Italia e tutti gli altri. Perché non è da quelle parti o con quelle parti che si può costruire una nuova offerta politica.

O così, oppure stiamo parlando di nulla.

In fondo, questa non è più la stagione della resistenza a oltranza a ciò che era il Governo giallo-verde. E’ la stagione di Draghi. E’ la stagione perfetta per costruire, prima che per arginare.