GovernDanceLa costituzione italiana e il lavoro: ricostruire il Paese significa rispettare i suoi principi

Non dice solo che siamo una Repubblica basata sul lavoro, ma anche che deve essere dignitosamente retribuito.

Unsplash

Nei giorni scorsi sono andata a rileggermi la Costituzione, perché ho iniziato a dubitare della mia memoria. Eppure ricordavo bene: il lavoro non è soltanto il fondamento su cui si basa la nostra Repubblica, ma anche un mezzo per vivere liberamente e dignitosamente. Per questo resto allibita quando l’art. 36 viene ripetutamente violato senza che nessuno batta ciglio. L’art.36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
Ora, anche gli ultimi scorci del 2021, con le continue morti sul lavoro, e l’inizio di questo 2022, con l’Unione europea che interviene per dare tutela a chi porta ogni giorno il cibo nelle nostre case perché noi possiamo – noi, non loro – proteggerci dalla nuova variante Omicron, ci continuano a dire che tra la nostra legge fondante e la realtà la distanza diventa sempre più siderale.
Tutti noi ne abbiamo conoscenza. Per quanto mi riguarda, è quello che giovani collaboratori tra i 22 i 28 anni mi hanno raccontano parlando della propria esperienza lavorativa: nessuna pausa né riposo fra turni, straordinari non pagati, ferie revocate all’ultimo momento per improvvisi cambi turno. Per arrivare, addirittura, all’introduzione di espedienti illegali pur di far fare profitto all’azienda, anche nel caso di imprese già denunciate in passato.
Quello che mi scandalizza, quando ascolto i racconti e leggo i post dei giovani, è l’assenza più totale di una rete di aiuto per loro, di un sindacato degno di questo nome che guardi non alle rendite di posizione, ma agisca nell’interesse del più debole. Che si impegni a riunire un mondo del lavoro sempre più parcellizzato, a maggior ragione oggi che siamo tutti confinati dentro le mura di casa. Mi scandalizza che le battaglie per un corretto rispetto dei diritti dei collaboratori, fatti dalla mia generazione in anni ormai dimenticati, siano finiti nell’oblio e si preferisca il silenzio, piuttosto che dialogare criticamente con quelle aziende, piccole o grandi che siano, che garantiscono spese di marketing e pubblicità ai quei media che dovrebbero riportarne le inadempienze.
Sappiamo che negli anni scorsi migliaia di giovani sono andati all’estero – i famosi “cervelli in fuga” – dove hanno potuto lavorare con retribuzioni adeguate e anche fare carriera (quanti manager italiani sono alla guida di imprese estere?), con conseguente impoverimento per il nostro Paese che li ha formati e poi li ha (forzatamente) lasciati scappare.
Ora ci troviamo in un momento storico in cui questo tema deve tornare in modo deciso al centro della discussione politica, fosse anche solo per questioni di opportunità: nella ricostruzione post-pandemia vincerà la competizione economica chi si sarà dotato delle intelligenze migliori.
Chi oggi punta sui giovani, investe nella loro formazione fin dal momento dell’assunzione e li aiuta a comprendere come crescere all’interno di una carriera organizzativa, godrà di vantaggi nel lungo termine che faranno dell’azienda lungimirante un motore di crescita per l’intero Paese. Ci sono imprenditori che accolgono i nuovi arrivati con lunghi programmi di Leadership Development o con iniziative di formazione qualificanti, ma sono ancora troppo pochi. Eppure è solo attraverso una qualificata preparazione delle nuove generazioni che l’industria italiana potrà ritornare ad un ruolo centrale in molti più ambiti rispetto a quelli dove già mostra eccellenza. Il vantaggio competitivo passa dalla sostenibilità della performance e questa si ottiene solo sconfiggendo l’ignoranza e l’incompetenza. La classe degli imprenditori furbi e spregiudicati scredita la maggioranza di coloro che con orgoglio, sacrificio, resilienza, investimenti personali hanno costruito con fatica le loro imprese. Forse il sindacato degli imprenditori insieme a quello dei lavoratori dovrebbe sedersi ad un tavolo e unire le buone forze per arginare chi usa il Paese solo per retorica e interessi personali. Compresi tutti noi stessi sul piano personale, ricordando le nostre battaglie per quei diritti che non possiamo non applicare. A maggior ragione oggi che il Covid ci ha nuovamente ricordato che non è il denaro il fine ultimo dell’uomo.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter