E(li's)booksNefando di Mónica Ojeda

"Nel proibito si raggomitolava, timorosa, la sintassi sociale".

Il libro

Nefando, viaggio verso le viscere di una stanza, è stato un videogioco online poco conosciuto e subito eliminato dalla rete a causa del suo criticato contenuto sensibile. Le esperienze dei giocatori sono, ora, al centro dei dibattiti gamers nei forum più profondi del deep web, però gli utenti non sembrano mettersi d’accordo: era un gioco dell’orrore per nerd, una immorale messa in scena oppure un esercizio poetico? Le viscere di quella stanza sono davvero così profonde e contorte? Sei giovani condividono un appartamento a Barcellona e le loro stanze vibrano come alveari. In ciascuna di esse fervono attività inquietanti e turbanti. I loro spazi privati sono architetture bianche dove si esplora il territorio dei corpi, della mente e dell’infanzia. Spiragli sull’abietto e sul racconto, che li collega al processo di creazione di un videogioco di culto.

La mia lettura

Ecco che è tornata nelle librerie italiane  Mónica Ojeda con un libro di qualche anno fa, Nefando. Ci aveva fatto accapponare la pelle con Mandibula, una sorta di thriller psicologico capace di suggestionare anche i lettori più “temerari”, io non sono molto coraggiosa per cui tendo a saltare le pagine più suggestive e nel caso di Nefando sono stata costretta a saltarne più di qualcuna perché gli argomenti affrontati rappresentano quanto di più oscuro, di inquietante si possa immaginare e la cosa più spaventosa è la consapevolezza che certe nefandezze serpeggiano, fermentano, lievitano nelle viscere del cosiddetto “deep web”.

Nefando è una storia corale che Mónica Ojeda racconta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, ognuno ha una sua voce ben riconoscibile, cosa che consente all’autrice di esprimersi in modo differente, mostrando la sua bravura.

Trovo Nefando di Mónica Ojeda un libro coraggioso, è talmente crudele che rischia di diventare catartico come succede spessissimo guardando i film Horror o forse è più corretto dire splatter, la scrittrice fa vivere esperienze estreme attraverso pagine che io, come dicevo poc’anzi, fatico a leggere.

Incesto, pedopornografia, identità sessuale, Nefando è una racconto perverso eppure la scrittura di Ojeda arriva a mostrare sfumature di lirismo perché lei è bravissima e mi scappa di domandarmi quali punte di poesia raggiungerebbe se decidesse di raccontare sentimenti meno disturbanti!

Doveva essere Lei, una Lei con occhi scuri come marasche mature, grandi e inquietanti, unghie di conchiglia marina e lingua di mollusco, una lingua simile al tentacolo di un polpo, i capelli neri, nerissimi, lunghi no al mento, alta un metro e sessantotto – no, un metro e sessantacinque. Quanto sono alte le ragazzine di quattordici anni? […] Poche cose erano tanto importanti quanto trovare la parola corretta – no, quel tipo di parola non esiste, esistono solo le parole espressive, ricordò mangiandosi le unghie. Riformulazione: poche cose erano tanto importanti quanto trovare la parola espressiva. […] Le quattro mura della stanza la proteggevano dal linguaggio altrui: come da nessun’altra parte, lì dentro poteva creare se stessa formando linee, frasi lunghe da sniffare con il naso. Lei doveva essere uno spioncino, un piccolo foro da cui sarebbe entrato il desiderio di desiderare: oscura, perversa, molto più cratere di Loro. Quelle quattro mura le permettevano di spezzare la sintassi, l’ordine delle parole che alterava sempre il risultato, elaborare paesaggi propri, dipingere con la cadenza di un bimbo. “

Questi sono alcuni brani dell’incipit di Nefando, è chiaro che da qui in poi ci si sente in dovere di continuare, pur nella consapevolezza di quel che ci aspetta!

Guardare in faccia l’osceno è difficile, sinceramente vien voglia di distogliere lo sguardo dalle pagine, di rinfrescarsi la mente con qualcosa di più ameno ma è nascondere polvere sotto il tappeto del qualunquismo:

“La sua intenzione, la più onesta di tutte, era esplorare l’inquietante: dire ciò che non si poteva dire. Cosa c’è di più umano dei desideri e dei timori e dell’indifferenza verso i desideri e i timori degli altri? Il proibito aveva in sé ogni principio creativo. La letteratura non può distrarsi con gli elefanti, deve metterli in disparte e guardare l’acrobata caduto, interessarsi alla sofferenza, alla smorfia di dolore che fa mentre lo portano dietro le quinte perché stona, perché spezza l’armonia, perché oscenizza lo spettacolo. Nel proibito si raggomitolava, timorosa, la sintassi sociale. “

Ecco l’essenza di Nefando, ecco perché leggere il romanzo di Ojeda, per quella sintassi sociale di cui non vogliamo fare l’analisi logica.

Nefando di Mónica Ojeda

Traduzione di Massimiliano Bonatto

Alessandro Polidoro editore

Pp 200, Brossura € 17,00