Politica e biopoliticaFrancia. Un ballottaggio del secolo decimonono

Macron come Luigi Filippo, Marine Le Pen come Napoleone III. Passa il tempo ma le culture politiche che contraddistinguono gli stati hanno una plurisecolare capacità di sopravvivenza. Al di là del tempo, al di là dei contesti diversi e delle mutate relazioni internazionali. Senza dimenticare Mélenchon e il socialismo utopistico!

LaPresse

La guerra che da due mesi sta devastando l’Ucraina e destabilizzando gli equilibri geopolitici europei è un conflitto che, nella sua verità, si può comprendere solo con categorie ottocentesche, da quelle materiali: l’appropriazione delle materie prime, lo sbocco al mare, il controllo dei porti e dei mari, la conquista di territori, la costituzione di aree di influenza; a quelle più spirituali, la causa della nazione, l’irredentismo, l’autodeterminazione dei popoli. Lo stesso discorso si può fare per le elezioni francesi. Il ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen del 24 aprile 2022 potrebbe essere interpretato come il ballottaggio tra Luigi Filippo d’Orleans, Re dei francesi (1830-1848), e Luigi Napoleone Bonaparte, Imperatore dei francesi (1852-1870), più noto come Napoleone III. Le culture politiche sono bestie formidabili, sono dei leviatani che sopravvivono ai secoli, al progresso economico e sociale come a quello tecnologico, che conoscono fasi di declino, se non proprio di latenza, per poi rinnalzarsi con forza potente e prepotente e determinare le scelte delle comunità politiche. La Francia rappresenta un caso di scuola. Peraltro all’”orleanismo” di Macron e al “bonapartismo”.di Le Pen si può agevolmente affiancare anche il “socialismo utopistico” di Mélenchon e di colpo ci ritroviamo nel 1848! Vediamo perché.

MACRON, O DELL’ORLEANISMO

A risuscitare dalla memoria questa categoria politica è stato lo storico francese René Rémond che nel 1954 pubblica “le destre in Francia dal 1815 ai nostri giorni” poi riaggiornato ad ogni elezione fino al 2005. E’ sua l’idea di distinguere la destra francese in tre tronconi, il legittimismo, l’orleanismo e il bonapartismo, a seconda del periodo storico che si sarebbe preso a modello, una destra tradizionalista, una liberale, una nazionalista. Sempre sua è l’intuizione di interpretare Valery Giscard d’Estaing e la sua UDF come la prima riedizione dello spirito orleanista nella Francia del ‘900. Bene. Ma che significa orleanismo? Nel 1830 la Francia conosce la sua “gloriosa rivoluzione”, ovvero una rivoluzione incruenta in cui dall’assolutismo della Restaurazione di passa ad una monarchia costituzionale recuperando quindi in senso moderato alcune istanze fondamentali della Rivoluzione Francese, a partire dalla tutela della proprietà e dell’iniziativa privata. Il Re designato è Luigi Filippo d’Orleans, discendente di un ramo cadetto e liberale dei Borbone. L’esperimento di rendere la Francia una mezza specie di Gran Bretagna continentale tuttavia durerà solo 18 anni, travolto dalle insurrezioni democratiche del 1848. Venendo al profilo politico programmatico, sul piano interno per l’orleanismo la classe sociale dominante è la borghesia produttiva, i valori dominanti quelli del riformismo liberal-conservatore, lo stile di governo è quello del juste milieu, il “giusto mezzo” secondo l’espressione coniata da uno degli ideologhi della Monarchia di Luglio, Benjamin Constant. Sul piano della politica estera l’Orleanismo si caratterizza per la ricerca di un asse preferenziale con la Gran Bretagna in una logica di equilibrio del sistema europeo ma un equilibrio fondato sui valori della libertà individuale e non su quelli della tradizione religiosa stile Santa Alleanza. Da quanto detto si può agevolmente comprendere la filiazione di Emmanuel Macron con una tale cultura politica. Un riformismo liberale molto gradualista, che si basa su un’alleanza strutturale con le élites industriali e tecno-burocratiche del paese e che lavora per un equilibrio tra le nazioni europee. Al rapporto preferenziale con il Regno Unito il cosiddetto “entente cordiale” che ha caratterizzato la fase ottocentesca, l’orleanismo contemporaneo ha sostituito il rapporto preferenziale con la Germania, inaugurato dal Presidente Giscard d’Estaing con il Cancelliere Schmitt negli anni ‘70, e proseguito oggi attraverso la relazione preferenziale del Presidente Macron prima con la Merkel e ora con Scholz.

LE PEN O DEL BONAPARTISMO

Questa cultura politica è di più facile ed immediata comprensione. Si rifà ai due Napoleone che hanno guidato la Francia ma dal punto di vista politologico sopratutto a Napoleone III. Sul piano interno le classi sociali di riferimento sono la piccola borghesia urbana e rurale e il sottoproletariato urbano, insieme ovviamente a pezzi dell’apparato militare industriale ma il tutto dentro una retorica antielitista e antagonista rispetto alle classi dirigenti. I valori dominanti sono quelli della tradizione cattolica, con la religione intesa più come instrumentum regni e quindi strumento d’ordine che come spazio di vita e ricerca personale e spirituale,Il bonapartismo comporta la costruzione di un rapporto diretto con il popolo e la piena disintermediazione delle strutture burocratiche e dei corpi intermedi. Tipico il ricorso al plebiscito. Sul piano della politica estera il Bonapartismo si configura con una postura che punta all’egemonia della Francia in Europa e nel mondo, quindi un indirizzo radicalmente differente dal precedente che puntava all’equilibrio tra potenze stabilendo un rapporto preferenziale di partnership alla pari con un altro paese europeo. Il campione di questa cultura politica nel ‘900 è stato senza dubbio il generale Charles De Gaulle, anima della resistenza antinazista e costruttore della V Repubblica. Gli anni di De Gualle, al governo sono stati quelli dello stallo del processo di integrazione europeo, la cosiddetta “politica della sedia vuota” che arrestò le iniziali tendenze federali per affermare il primato dell’approccio intergovernativo, a cui si accompagnò anche la temporanea uscita dalla NATO in nome della sovranità nazionale. Questa caratteristica funzione politica è stata svolta da altri presidenti gollisti come Chirac, si pensi al programma di esperimenti nucleari in Polinesia e alla contrarietà all’intervento in Iraq, oppure come Sarkozy con l’iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo per restituire alla Francia un ruolo egemone in questo mare per arrivare fino all’iniziativa che potrebbe essere definita neocoloniale dell’intervento in Libia e la destituzione del Colonnello Ghedafi. Contrariamente a De Gualle, Chirac e Sarkozy, successori di Giscard D’estaing e di Mitterrand non potevano assumenre verso l’Europa e verso la NATO gli stessi atteggiamenti del generale. Questa “costrizione” all’intesa franco tedesca ha con il tempo e con la crisi economica scoppiata nel 2008, indebolito i tratti bonapartisti degli eredi del generale De Gaulle. In questo spazio lasciato progressivamente vuoto si è inserita Marine Le Pen che ha rigettato il carattere settario ed estremista del fondatore del Fronte Nazionale cambiando anche il nome del partito in Rassemblement Nationale ovvero usando il sostantivo che per decenni ha connotato il partito gaullista. Nello scontro televisivo prima delle elezioni Marine Le Pen ha espresso con ricchezza di esempi la sua cultura politica “bonapartista”: “il più grande atout della Francia è il suo popolo”, una botta all’elitismo, “se sarò eletta sarò la presidente dell’assimilazione repubblicana e della fraternità nazionale”, evidente richiamo a uno dei valori della Rivoluzione Francese ma declinato in chiave nazionalista e anti immigrazione; perle vere poi quelle sull’Europa e sul ruolo della Francia in Europa e nel mondo: “non c’è sovranità europea perché non c’è un popolo europeo. Non c’è sovranità senza popolo”, “voglio che la Francia sia una potenza mondiale non solo una potenza europea, Voi avete una visione continentale della Francia io invece mondiale”, “dobbiamo ricostruire aree di influenza francesi come ad esempio in Africa” per culminare infine con la parola che più di tutte rappresenta il cliché della politica francese: “dobbiamo ritrovare un’ambizione di grandeur”. Concetti che potevano stare benissimo sulle labbra di Napoleone III.

MELENCHON O DEL SOCIALISMO UTOPISTICO

Contrariamente all’Orleanismo e al Bonapartismo il socialismo utopistico non andrà mai al potere e, anzi, proprio con questa denominazione sarebbe stato sbertucciato da Carlo Marx nei suoi numerosi pamphlet. Del resto in profondità, alla France Insoumise non interessa la presa del potere quanto una sua narcotizzazione. In comune con il Bonapartismo lepenista la sinistra radicale ha in odio il libero mercato, i grandi processi di accumulazione di capitale, così come ogni genere di élites. Il blocco sociale di riferimento è molto simile a quello lepenista: operai e sottoproletari, ma rispetto a quello in questo caso sono fondamentali le priorità ecologiche e di accoglienza agli immigrati, quindi antirazziste e questo è un punto che la sinistra “insoumise” ha in comune con l’orleanista liberale Macron. Caratteristica precipua della Sinistra “insoumise” è il pacifismo radicale basato proprio come nell’800 sulla incondizionata fiducia nella natura umana e nella fraternità universale come programma politico. I punti programmatici sono il consueto libro dei sogni: dalla riduzione dell’età pensionabile a 60 anni, all’aumento del reddito di cittadinanza a 1400 euro, ad una sesta repubblica caratterizzata dal diritto di revoca dei parlamentari. Sullo sfondo quindi un’utopia rousseauiana di un popolo che come tale esprime la volontà generale in una sorta di assemblearismo permanente che elimina alla radice qualsiasi barlume di costruzione di classi dirigenti. Ma il punto se possibile più “utopico “ è quello relativo alle relazioni internazionali: “per una Francia indipendente sovrana e non allineata e per una difesa al servizio della sovranità popolare”. Per una uscita dalla storia a sinistra.

CONCLUSIONI

Da quanto detto fino a qui si potrebbe evincere che il ballottaggio del 24 aprile in Francia è il ballottaggio tra due destre. E’ una lettura che effettivamente esiste e che ha una sua plausibilità. Qui però preme fare alcune osservazioni. Il juste milieu, il giusto mezzo, che è il cuore della proposta politica dell’orleanismo come tale rappresenta una vera e propria politica di centro. Di centro liberale certo, di centro tecnocratico, un centro delle classi dirigenti. La speranza per la Francia del 2022 come per l’Italia del 1948 è quella che vinca come allora, un “centro” capace di aprirsi alle persone semplici e di guardare verso sinistra.