26 Febbraio Feb 2014 1730 26 febbraio 2014

“I distretti non sono morti e agganceranno la ripresa”

Il problema delle competenze che mancano

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I distretti italiani sono vivi. Sofferenti, ma sufficientemente sani da essere in grado, tra il 2014 e il 2015, di agganciare la ripresa all’estero e porsi appena al di sotto (-1,4%) del fatturato complessivo del 2008, quando iniziò la grande crisi. Il manifatturiero esterno ai distretti, al confronto, è un malato gravissimo, che alla fine del 2015 vedrà un gap di 9,4 punti percentuali rispetto ai valori del 2008.

Il concetto è stato ribadito con forza durante la presentazione sesto rapporto annuale di Intesa Sanpaolo sull’economia e finanza dei distretti industriali. La base è un confronto tra i bilanci di 37mila aziende non distrettuali e 13mila società inquadrate in 81 distretti e 22 poli tecnologici, per un fatturato totale di oltre 500 miliardi di euro. 

Ne è emerso che per il terzo anno di fila i distretti si confermano più dinamici rispetto alle aree non distrettuali, di circa un punto percentuale ogni anno. Si parla però sempre di fatturati in calo: nel 2012 i distretti hanno visto una discesa del 3,7%, contro il -4,7% di chi non fa parte di distretti.

«I distretti più colpiti sono stati quelli del sistema casa – ha sottolineato il chief economist di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice -, mentre gli unici a recuperare e superare i valori pre-crisi sono stati quelli della filiera della pelle e dell’alimentare. Questo è il dato più interessante: è stato colmato il ritardo rispetto al sistema agro-alimentare tedesco e, soprattutto, ci sono ancora ampi margini di crescita».

Non a caso gli undici migliori distretti, per performance di crescita e redditività, vedono ben otto filiere dell’agroalimentare. Brilla il Nord-Est, con i vini del veronese e il prosecco di Conegliano-Valdobbiadene. Ma anche l’area di Napoli è stata vivace, sia per il caffè e la pasta, sia per le calzature.

Calo dei fatturati e costi fissi difficili da comprimere, a partire dal costo del lavoro, hanno determinato un crollo della redditività, che nel caso della metallurgia si è dimezzata. A tenere sono stati ancora una volta le calzature e la pelletteria, oltre all’oreficeria.

Le medie però contano sempre meno, perché il divario tra il 20% peggiore e il 20% migliore della distribuzione delle imprese continua a crescere di anno in anno. «Sempre più si afferma un modello di Italia a più velocità – prosegue De Felice –, con una divisione non tra Nord e Sud ma tra chi riesce a evolversi e chi è in difficoltà».

Quella che conta, eccome, è la media dell’andamento delle aziende nei poli tecnologici, in confronto ai distretti tradizionali. Una differenza a favore dei primi sia per il fatturato (soprattutto per farmaceutica, aeronautica, ma anche per il biomedicale, che sconta i danni del terremoto emiliano del 2012) sia per i margini di profitto, quasi doppi rispetto ai settori maturi.

Nel 2014, a fronte di un Pil previsto dalla banca in crescita solo dello 0,5%, la metà della stima del governo e meno di quella dell’Ue, il fatturato per i distretti dovrebbe salire del 2,2% e di ben il 4,7% nel 2015.

Nessun dubbio sulla causa della crescita: una domanda estera che nei prossimi due anni sarà in aumento di ben 5,3 punti percenutali, oltre il triplo di quella interna. Ne beneficeranno la meccanica, la metallurgia, ma anche i mobili, il sistema moda e l’alimentare.

«Nonostante un quarto delle imprese abbia squilibri finanziari – aggiunge De Felice -, molte ce la stanno facendo, spostando la produzione verso la fascia alta ed esportando. I distretti non sono più quelli di dieci anni fa, ma non sono morti, hanno reagito e sono in grado di agganciare una ripresa che tutti i centri studi si attendono».

La forza maggiore relativamente maggiore dei distretti rispetto alle altre imprese, per Fabrizio Guelpa, responsabile della Ricerca Industry & Banking di Intesa Sanpaolo, non si deve a minori costi ma a un posizionamento strategico più avanzato. In altre parole, vanno decisamente meglio su quattro fronti: export, partecipazione in aziende estere, numero di brevetti e di marchi. Se su questi fronti un vero differenziale si vede solo ora è perché c’è voluto del tempo per sviluppare massa critica e sinergie, tutti fenomeni che hanno un effetto di cumulatività: una volta che le imprese cominciano a innovare, aumenta la probabilità di innovare ulteriormente, e «questi effetti si vedono solo da 2-3 anni», aggiunge Guelpa.

La ricerca ha anche ridimensionato le paure degli effetti degli investimenti diretti esteri da parte delle aziende. Questi investimenti, infatti, secondo il rapporto, fanno anche aumentare le esportazioni, e quindi crescere i territori. E se è vero che anche le importazioni sono correlate agli investimenti esteri, questo non avviene – sempre per lo studio – quando gli investimenti all’estero provengono da province con elevata presenza distrettuale: per le imprese distrettuali la presenza in loco appare concepita soprattutto come una base di sviluppo per opportunità di vendita difficilmente soddisfabili dall’Italia.

Anche il problema delle delocalizzazioni è relativizzato. Un’indagine specifica su 173 imprese capofila di 18 distretti tra sistema pelle, casa e meccanica indica che il 62% delle imprese non è interessata a delocalizzare, e che un 12% pensa anzi di riportare in Italia parte della produzione esternalizzata. Rimane un 25% di aziende interessate a delocalizzare, di cui la metà solo per le produzioni a più basso valore aggiunto.

Né destano preoccupazione agli economisti di Intesa Sanpaolo le ripetute acquisizioni di marchi italiani da parte di imprese estere. «I distretti sono pochissimo interessati al fenomeno – risponde Guelpa a una domanda sul tema -. Al di là degli allarmismi abbiamo un peso bassissimo di stranieri in Italia: è pari a 330 miliardi circa, contro i 500 miliardi delle aziende italiane all’estero. Il fatto che i distretti siano più chiusi di altre realtà manifatturiere va vista come un’occasione persa. L’arrivo di uno straniero nella proprietà non ha effetti negativi sulla filiera. Anzi, la presenza di una filiera di qualità è visto come uno dei motivi per l’acquisizione di tali marchi. Così è avvenuto per la moda».

Se tutti questi sono i vantaggi, le criticità dei distretti sono molte. Non va, in primo luogo, sottovalutato il dato che a fallire siano soprattutto le imprese piccole e micro. «In un sistema di filiera – dice Guelpa – se qualcuno fallisce i problemi ci sono anche per gli altri, perché il venir meno dei fornitori fa perdere opportunità di crescita».

Il problema più grande, secondo gli economisti di Intesa, non va visto nella concorrenza estera ma in un problema tutto interno: la mancanza di competenze, ossia di operai e tecnici specializzati. Mobilieri e aziende di moda avvertono questo problema in sette casi su dieci. «Ci sono professioni da rivalutare – conclude Guelpa – soprattutto nelle produzioni artigianali. È vero che ci sono problemi esterni, come la concorrenza cinese, ma non potremo intervenire se non partiamo dal grande tema delle competenze, cominciando dalle scuole professionali e tecniche».

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