Che il calcio non sia solo un sport, lo si capisce anche dall’uso che ne fanno i governi. Oppio dei popoli, strumento per le masse, da usare per divertire ma anche per incolpare, insabbiare, depistare.
Il 15 aprile del 1989 nessuno immaginava che si sarebbe aperta una ferita che ancora oggi non si è rimarginata. Eppure, a leggere gli auspici, ci si doveva attendere qualcosa. Perché la zona di Sheffield, di solito umida e piovosa, quel giorno è illuminata da un sole caldo e piacevole. Perché nella stadio scelto per la semifinale di Fa Cup tra Liverpool e Nottingham Forrest, Hillsborough, aveva già visto il ferimento di alcuni tifosi nel 1981, proprio una semifinale di coppa tra Wolverhampton e Tottenham. Perché nel 1985 in un altro stadio, l’Heysel di Bruxelles, i tifosi del Liverpool si erano scontrati con quelli della Juventus, causando la morte di 39 tifosi e l’esclusione del calcio inglese dalle coppe europee. Uno smacco, per la ferrea Margareth Thatcher, al quale bisognava rimediare.
Mentre i tifosi invadono pacificamente la città di Sheffield, Governo e polizia hanno intessuto una trama perfetta. Il canovaccio era già stato steso dopo i fatti di Bruxelles. La Thatcher, per frenare il fenomeno degli hooligans, aveva fatto emanare una serie di duri provvedimenti. Due su tutti. Lo “Sporting event act” del 1985, che vietava la vendita degli alcolici negli stadi e nei parcheggi, e il “Public order act” dell’anno successivo che puniva non solo i comportamenti violenti, ma anche quelli allarmanti. Non solo: il Public dava maggiore autonomia ai tribunali di deferire i responsabili di tali comportamenti, anche a tempo indeterminato. La Thatcher aveva un disperato bisogno di spostare l’attenzione su altro. Tra la guerra delle Falkland, l’inflazione che incideva sui consumi della popolazione e i rapporti non eccezionali con la Corona, il binomio calcio-violenza faceva al caso suo.
Per tutti, però, quella partita del 15 aprile è una festa. Di hooligans, fin dal mattino, nemmeno l’ombra. Vite, storie, tifo si intrecciano nelle strade verso lo stadio teatro di una partita che è molto più di una semifinale. Da quando le squadre della Serie A inglese non sono più ammesse alle coppe, il campionato ha perso di appeal, ecco che la Fa Cup – il torneo per club più antico del mondo – ha un importanza ancora maggiore. Per il Nottingham Forrest, poi, è un vero e proprio appuntamento con la storia: mentre il Liverpool aveva alzato il trofeo per l’ultima volta nel 1986, al Nottingham il trofeo manca in bacheca dal 1959.
Che qualcosa non quadra, i tifosi però lo capiscono quando si trovano ad entrare nello stadio. A quelli del Liverpool, più numerosi, viene riservato un settore più piccolo rispetto a quelli del Nottingham. I fan dei Reds devono sistemarsi nella Leppings Lane, di 14.600 posti divisi in settori recintati e soli 6 ingressi, mentre ai tifosi opposti è data la Spion Kop End, di 24mila posti e ben 60 ingressi. L’orario d’inizio della partita è fissato per le 15, ma per l’evidente squilibrio della divisione delle due tifoserie nelle rispettive curve l’afflusso procede a rilento. Il comando delle operazioni di polizia è affidato a David Duckenfield, poco esperto in materia di stadi. Duckenfield, vista la calca ai tornelli della Leppings Lane, da l’ordine di far aprire il Gate C, un tunnel che conduce alla parte centrale della Leppings (di soli 2000 posti) e chiuso da un grosso cancello in acciaio.
La scelta si rivela subito disastrosa. Mancano pochi minuti al fischio d’inizio, così molti tifosi si accalcano verso il Gate C. In pochissimo tempo, si crea una sorta di imbuto umano tra il settore e il tunnel d’ingresso. I tifosi vengono compressi tra le inferriate della Leppings e le parte laterali. C’è chi muore schiacciato, chi soffocato nella calca. La polizia resta ferma. Non interviene. Mentre alcuni tifosi stanno morendo, negli altri settori nessuno si accorge di nulla, tanto che la partita comincia. L’arbitro Ray Lewis la interrompe dopo 6 minuti, su segnalazione di un ufficiale di polizia: molti spettatori stanno invadendo il campo, per sfuggire alla calca. Solo allora, il pubblico si rende conto della tragedia. Sono appena morte 95 persone, la maggior parte sotto i 30 anni. La numero 96, Tony Bland, morirà nel 1993, dopo anni di coma.
(David Cannon/Allsport)
Lo spettacolo deve andare avanti, ma a differenza dell’Heysel (quando la partita si giocò subito) il match viene ripetuto il 7 maggio a Manchester. Alla fine, sarà il Liverpool ad andare in finale, dove batterà nel derby cittadino l’Everton, come accaduto nel 1986. Quella che non si deve ripetere è la figura internazionale rimediata a Bruxelles. I fan del Liverpool devono pagare. Sono loro i cattivi. Una versione che non emerse dal cosiddetto Rapporto Taylor, compilato da Lord Peter Taylor su ordine della Camera dei Lord, che evidenziò invece la cattiva gestione dell’emergenza da parte della polizia. A gettare discredito sui fan del Liverpool ci pensò il popolare tabloid “Sun”, che il 19 aprile pubblicò in prima pagina un articolo dal titolo “The Truth”. La verità. Sono righe nere per la storia del giornalismo. Si parla di tifosi che rubano i portafogli ai cadaveri, che urinano sulla polizia che cerca di soccorrere il pubblico incastrato nella Leppings.
A passare queste informazioni al tabloid è un’agenzia di stampa, che ha recepito il diktat governativo tramite un anonimo parlamentare conservatore. L’immagine che deve passare è quella di tifosi ubriachi, violenti, arrivati senza biglietto e con la voglia solo di fare violenza. L’operazione sembra funzionare. Perché mentre la polizia è impegnata insabbiare tutto il possibile durante le inchieste e i processi che si susseguono negli anni, l’opinione pubblica crede alla versione del “Sun”. Quasi tutta. A Liverpool la storia non la bevono. Trevor Hicks quel pomeriggio ha perso due figlie di 15 e 19 anni, Sarah e Victoria. Lui c’era, lui ha visto, lui conosce The Truth. SI batte, coinvolge altri sopravvissuti.
Nel 1999, Hicks comincia a intravedere la vittoria. A 10 anni dalla strage, il presidente dell’Alta Corte di Giustizia inglese annulla l’esito dell’inchiesta del 1989. Nel 2009, il ministro laburista Andy Burnham ordina una nuova inchiesta, l’ennesima. Questa però si basa su tutti i documenti disponibili. Nel 2012, come risultato, viene reso pubblico un report di 395 pagine. Pesanti, pesantissime. I tifosi del Liverpool «non sono stati la causa del disastro» e delle 96 vittime, 59 potevano essere salvate. Secondo l’inchiesta ufficiale, invece, era emerso che alle 15.15 erano già tutti morti, tranne Bland (che entrò in coma). Non era vero, non era The Truth. Di quelle vittime, 28 non avevano ostruzioni cardiovascolari e a 31 funzionavano ancora cuore e polmoni. Se si fosse intervenuto tempestivamente, sarebbero potute essere salvate. Alla pubblicazione del report, il premier David Cameron ha chiesto scusa.
Mentre Liverpool piangeva i propri morti e la tifoseria veniva coperta di fango, l’Inghilterra si riabilitò a livello internazionale. La Uefa tolse nel 1990 il divieto alle squadre inglesi di giocare le coppe europee. Il campionato di calcio britannico ebbe di nuovo lustro, aiutato dal quarto posto della nazionale ai Mondiali di Italia ’90. E il sistema si dotò di nuovi stadi, moderni e funzionali, tanto che nel 1996 l’Inghilterra ospitò per la prima volta gli Europei.
Ogni anno, allo stadio Anfield, i tifosi del Liverpool ricordano quella strage e chiedono ancora giustizia per i veri colpevoli. Ma il ricordo resta sempre: sopra la mitica curva Kop, l’orologio è sempre fermo alle 15.06, ora in cui venne interrotta quella partita. Per quest’anno, in occasione del 25° anniversario, il club ha deciso di raccogliere sciarpe di tifosi di tutto il mondo, da esporre sul prato di Anfield. Una volta scoperta la verità, a Liverpool il Sun non è stata più una lettura gradita. L’autore dell’articolo diffamatorio, Kevin Mc Kenzie, prima si scusò, poi nel 2007 disse: «Le scuse che porsi allora mi sono state estorte da Murdoch con le minacce. La realtà è che non mi dispiaceva allora e non mi dispiace ora per quello che ho scritto».
E questo è tutto quello che abbiamo imparato su Hillsborough, 25 anni dopo.