14 Gennaio Gen 2015 1130 14 gennaio 2015

Marchionne oggi ha vinto ma non sembra capire il futuro

Marchionne oggi ha vinto ma non sembra capire il futuro

Marchionne Renzi Detroit

Se non si vuole essere faziosi, bisogna leggere le mille assunzioni di Fca a Melfi, a cui si aggiungono 350 trasferimenti da altri stabilimenti e almeno altri mille posti nell’indotto, come un verdetto: la vittoria, almeno in questa fase, di Sergio Marchionne e della sua strategia per quel che riguarda l’internazionalizzazione, i processi produttivi e i modelli. Un percorso che ha previsto anche picconate allo status quo, come il trasferimento della sede legale in Olanda e fiscale a Londra, la durezza delle relazioni con il maggiore sindacato dei metalmeccanici, la Fiom, e l’uscita dalla Confindustria. Se Marchionne - e con lui Cisl e Uil e il premier Renzi - oggi si gode una vittoria, non dovrebbe sottovalutare il fermento che sta accompagnando le case concorrenti sul fronte dell’innovazione. Dalla doppia di sfida di Toyota su ibrido e idrogeno a quella di Tesla e soprattutto Gm sulle auto totalmente elettriche, passando per le vetture senza pilota presentate come realtà non certo di un futuro remoto da Mercedes e Ford al Ces di Las Vegas, dove si è notato il basso profilo di Fiat Chrysler. Pensare che siano fughe in avanti troppo costose in rapporto ai risultati potrebbe essere l’errore che Marchionne lascerà ai suoi successori, dopo le dimissioni annunciate per il 2018. 

Le assunzioni

La cronaca degli ultimi giorni è nota: nello stabilimento di Melfi, dove si procono la Jeep Renegade e la nuova 500X, la Fca non si limiterà ad assorbire le 5mila persone in cassa integrazione, ma porterà altri 1.350 lavoratori, a causa dei forti ordini dei due modelli. Di questi, 350 arriveranno da Pomigliano d’Arco e Cassino, mille saranno nuove assunzioni. Arriveranno con un contratto interinale che dovrebbero però trasformarsi, se le vendite continueranno ad andare bene e una volta che saranno approvati tutti i decreti ministeriali del Jobs Act, nei nuovi contratti a tutele crescenti. 

Trecento operai e tecnici cominceranno subito, dalla prossima settimana, e sono stati assunti tra diplomati con un voto superiore a 85/100, dopo una selezione che è stata mantenuta di basso profilo, se non segreta, apparentemente per non scatenare le raccomandazioni. Come ha riportato la stampa locale, questo significherà un totale di circa duemila posti di lavoro in Basilicata (dove si trova lo stabilimento di Melfi e dove sono attive 16 fabbriche dell’indotto e centinaia di piccole imprese che si occupano di trasporti, mense, pulizie, manutenzioni eccetera) e il riavvio, ha sottolineato Il Mattino, del sito Pcma Magneti Marelli di Poggioreale (Napoli), dove i 660 operai sono in cassa integrazione. 

Ora gli occhi si spostano su Cassino e Mirafiori, stabilimenti legato al successo delle nuove Alfa Romeo previste dal piano industriale. Per la prima, che si pensava potesse chiamarsi Giulia, è questione di mesi, perché la presentazione è prevista il 24 giugno, in concomitanza con l‘apertura del museo del marchio nello storico stabilimento di Arese (Milano). Per la seconda, che sarà un Suv, il lancio sarà invece nel 2016

Jeep e Alfa sono i due grandi pilastri del piano industriale 2014-2018: per la prima si prevede un milione di vendite all’anno dal 2014 e due milioni nel 2018, di cui 200mila prodotte in Italia; per la seconda 400mila vendite, di cui almeno 150mila nel Nord America. Oggi Alfa è ferma 75mila auto prodotte all’anno e l’aumento avrebbe benefici esclusivamente per i siti italiani. 

Tutto questo è scritto sulla carta da maggio, ma, come aveva scritto anche Linkiesta, era un atto di fede: gli otto precedenti piani industriali del gruppo non avevano mai centrato gli obiettivi (a partire dal più noto, Fabbrica Italia) e il successo dei modelli era tutto da verificare. Quello che già allora si vedeva era che le condizioni erano diverse rispetto a prima su più fronti: in primo luogo il fatto che l’acquisizione di Chrysler era effettivamente stata portata avanti e il cambio di passo che si vedeva nel mercato americano, cosa che permetteva di non ritardare ulteriormente il lancio di nuovi modelli. 

Ora che sono arrivati, i numeri sono positivi. La Jeep Renegade (nel segmento dei Suv medio-piccoli), in vendita dallo scorso settembre, si sta collocando tra le dieci macchine più richieste della sua categoria. Per la 500X, non ancora nei concessionari, si registrano 1.500 prenotazioni. La prima nave che le trasporta è partita dall’Italia diretta negli Usa. Gli altri stabilimenti che la produrranno, in Brasile e in Cina, non serviranno infatti il ricco mercato statunitense. Per Marchionne nel 2014 la Fca ha venduto 4,7 milioni di pezzi e nel 2015 si dovrebbe arrivare a 5 milioni di pezzi. Questo significherebbe, ha detto il ceo di Fca, che si potrebbe arrivare alla fine del 2015, o più probabilmente nel 2016, al pareggio operativo anche in Europa. Nei primi nove mesi dell’anno l’area Emea ha invece visto un Ebit negativo per 141 milioni di euro. Per arrivare alla quota di 6 milioni di vetture, indicato da Marchionne come il target da raggiungere per stare tranquilli nel mercato globale, basterebbe un terzo partner da 1-1,5 milioni di pezzi venduti. Secondo gli esperti del settore automobilistico potrebbe essere una tra le tre case asiatiche Suzuki, Mitsubishi e Mazda. 

La sconfitta della Fiom 

Dopo l’annuncio delle mille assunzioni a Melfi, Sergio Marchionne non ha voluto polemizzare con i sindacati. Forse si aspettava che ci pensasse Matteo Renzi, che per ora, a quanto si sa, si è limitato a un “grazie” via sms al messaggio che gli aveva mandato l’amministratore delegato di Fca. O probabilmente ha lasciato che la risposta arrivasse da chi ne aveva più voglia: Fim (Cisl) e Uilm (Uil), le due rappresentanze dei metalmeccanici che hanno preso in questi anni gli insulti della Fiom e di una parte considerevole della sinistra. 

Il colpo è arrivato ed è stato durissimo. «Dopo i 1.500 nuovi occupati a Melfi, l’impatto occupazionale su Maserati e Sevel è chiaro a tutti e allo stesso Landini, che le scelte fatte dalla sua Fiom-Cgil contro i nostri accordi sindacali in Fiat sono stati un errore clamoroso. Applaudire oggi a Marchionne, è troppo comodo e troppo facile», ha tuonato il segretario nazionale della Fim Cisl Ferdinando Uliano. «In questi anni di forte crisi del settore dell’auto, noi della Fim-Cisl abbiamo difeso occupazione e gli stabilimenti e costruito le condizioni per portare circa 10 miliardi di euro d’investimenti negli stabilimenti italiani, riducendo la cassa integrazione e puntando all’obiettivo del pieno utilizzo di tutti i lavoratori entro il 2018. Se ci fossimo accodati alle scelte della Fiom in Fca, oggi avremmo chiuso sicuramente quattro stabilimenti in Italia con oltre 30.000 lavoratori licenziati, considerando anche l’indotto. In quegli anni l’attacco alla nostra organizzazione è stato imponente e ha coinvolto gran parte del quadro politico del nostro Paese. La nostra scelta è stata semplicemente sindacale: assumerci delle responsabilità, difendere l’occupazione e incassare impegni sugli investimenti. Una scelta che molti altri sindacati hanno fatto in Europa e negli Usa, ma che nel nostro Paese è stata contrastata dalla Fiom e pezzo di politica, nelle aule di tribunale e nei talk show televisivi».

Le assunzoni di Melfi, aveva detto Landini alla Repubblica, «sono un’ottima notizia, la dimostrazione che con gli investimenti e i nuovi prodotti arriva l’innovazione. Dunque ora «proponiamo alla Fiat e agli altri sindacati di voltare pagina. Non ci discriminate e noi rispetteremo il voto dei lavoratori anche se dovessimo andare in minoranza».

Passaggio che la Fim non si fa scappare: «Landini se vuole voltare pagina - è la replica - deve accettare le regole e i contratti, non deve fare il furbo. Fino ad oggi ha rifiutato la nostra proposta che abbiamo fatto poche settimane fa di andare al voto dei rinnovi delle Rappresentanze Sindacali (Rsa) in Fca e Cnhi, perché vuole avere mani libere, non accettare gli impegni previsti dalle regole e dai contratti in vigore negli stabilimenti italiani».

Lo spot per Renzi  

Oggi a raccogliere i frutti è chi ha mostrato la faccia accanto a Marchionne. Tra questi c’è Matteo Renzi. Che, come ha ricostruito su Linkiesta Francesco Cancellato, ha fatto diverse giravolte, dal primo appoggio del 2011 alle accuse dopo il fallimento di Fabbrica Italia (e durante le primarie contro Bersani), ma che dopo il piano industriale di maggio e dopo la visita del ceo di Fca, assieme a John Elkann, a Palazzo Chigi, ha sciolto le riserve. Fino a fare un elogio totale della produttività di Fca nella visita ad Auburn Hills a settembre. Marchionne, che a sua volta ha lasciato alla storia le dichiarazioni sul “sindaco di una piccola città” (Firenze), ora offre al Jobs Act uno spot che sta avendo risonanza mondiale e può arrivare alle orecchie degli investitori stranieri con più efficacia di mille interviste. 

Ai mille posti di Melfi si è arrivati con un investimento di un miliardo per uno stabilimento che ora è strutturato secondo i principi di world class manufacturing. E si è arrivati partendo da un’idea per niente scontata: che uno stesso modello potesse essere venduto in tutto il mondo, superando le barriere culturali tra Europa e Stati Uniti, grazie ai risparmi nei consumi garantiti dai motori Fiat rispetto ai vecchio motori Chrysler. Oggi Marchionne rivendica anche il ritardo nello fare uscire nuovi modelli negli anni di crisi più dura. Si poteva fare e volere di più? Sì, spiega un economista che ben conosce il settore auto, Beppe Russo: «dal punto di vista della politica industriale abbiamo perso dei modelli che avremmo potuto tenere in Italia. Penso alla 500L, per la quale è stato costruito uno stabilimento ex novo in Serbia». Rimangono inoltre, aggiunge Marco Cobianchi, giornalista di Panorama autore del libro “American Dream. Così Marchionne ha salvato la Chrysler e ucciso la Fiat” (Chiarelettere), «1.500 persone in cassa integrazione tra Pomigliano e Cassino e a Mirafiori si continua a lavorare per 3 giorni al mese». Sono poi arrivati aiuti esterni, per niente secondari: l’euro a quota 1,20 sul dollaro (e che potrebbe scendere secondo gli analisti fino a 1,10), la ripresa dell’economia statunitense oltre le previoni e un prezzo del petrolio sotto i 50 dollari al barile. 

Il ritardo sulle nuove tecnologie

La Fca oggi si è rimessa in piedi, ma sta accumulando ritardo rispetto ai concorrenti sui fronti più caldi della tecnologia. La sua strategia attendistica ha riguardato prima di tutto quello dei nuovi motori: ibrido, elettrico, a idrogeno. Marchionne ha detto più volte con chiarezza di non credere nelle auto elettriche. Fino a pochi giorni fa anche i motori ibridi, ormai a 15 anni dal lancio della Toyota Prius, sembravano fuori dai pensieri di Fca. «Investire oggi sull’ibrido» ha detto all’inizio di dicembre Harald Wester, direttore operativo di Alfa Romeo e Maserati, «significherebbe mettere in conto grandi cifre con il rischio di arrivare in ritardo: meglio guardare più in là, per esempio alle fuel cell, una tecnologia che anche personalmente mi interessa molto».

Dal salone di Detroit, però, il 12 gennaio Sergio Marchionne in persona ha detto al Sole 24 Ore che la tecnologia ibrida entrerà nelle auto del gruppo a partire da un minivan di prossima introduzione nel mercato Usa. Lo stesso Wester ha aggiunto che il Suv Alfa Romeo atteso per il 2016 e il Levante di Maserati saranno spinti da un motore ibrido e da uno a benzina. Secondo Wester, citato dal quotidiano, le auto ibride sono un passo obbligato nell’attuale scenario di mercato e fondamentali per rispondere alle sempre più restrittive normative per la riduzione delle emissioni di CO2. 

Dato che Fca non ha sviluppato finora una tecnologia propria, è propabile che compri un sistema da un fornitore esterno, con costi elevati, da un componentista avanzato o da un produttore. Con quali costi aggiuntivi o quali risparmi rispetto a uno sviluppo interno non è però ancora dato sapere. Di certo l’ex Fiat arriva tardi su una tecnogia che è sempre meno di nicchia: Toyota, che dalla Prius è passata all’ibrido sui principali modelli, fino alla Yaris, dice oggi di vendere 7 milioni di vetture ibride. 

Il presidente della società giapponese, Akio Toyoda, 58 anni, in una lunga intervista a Businessweek ha rilanciato con forte energia la carta dell’idrogeno. Non con un ennesimo prototipo ma con la Mirai, un’auto modellata sulla Camry che verrà venduta in Giappone e sul mercato nord-americano, a 62mila dollari (in Giappone con un incentivo pubblico equivalente a 23mila dollari). Dalle sue quest’auto ha emissioni zero (solo acqua), un tempo ricarica di idrogeno di soli 5 minuti e un’autonomia di 300 miglia (più di 400 chilometri). In questo si presenta come molto più comoda rispetto alle auto elettriche della Tesla (dove Toyota ha pure investito 50 milioni di dollari), che richiedono una ricarica domestica di 10 ore (30 minuti nelle power station) e hanno un’autonomia molto inferiore. La Tesla e tutti i competitori sulle auto elettriche rispondono con i difetti dell’idrogeno: la scarsa sicurezza in caso di incidenti, l’inquinamento che comunque rimane elevato in fase di produzione dell’idrogeno e la necessità di costruire da zero una rete di distribuzione. 

Le auto elettriche, dal canto loro, stanno diventando lontane dallo stereotipo di veicoli molto costosi e molto scomodi. La sfida, a parte Renault e Nissan, vede in prima fila Tesla e Gm. La prima, con i progressi produttivi che sarebbero assicurati dalla sua “giga-fabbrica” punta a produrre per il 2017 un’auto da 35mila euro con 200 miglia di autonomia. La seconda ha risposto presentando nei giorni scorsi al Salone di Detroit due modelli: la nuova versione della già esistente Volt (che si ferma 70-80 km di “range”) e la nuova Bolt, che, sempre nel 2017, dovrebbe costare 30mila dollari e assicurare anch’essa 200 miglia di autonomia. 

Al Ces di Las Vegas, il salone dell’elettronica di consumo, gli stand le automobili hanno inoltre occupato un quarto dello spazio espositivo totale. Sono stati presentati sistemi di controllo wireless basati sul movimento delle mani e una lunga serie di nuove tecnologie per l’entertainment. La dotazione di tecnologie avanzate, d’altra parte, secondo un sondaggio, è risultata la prima cosa a cui i consumatori si dichiarano attenti (nel 39% dei casi) oggi. Il percorso di sviluppo delle nuove tecnologie a bordo auto è ben rappresentata da questa grafica di uno studio della società Gsma. 

Al Ces su tutte hanno fatto parlare di sé Mercedes, che ha presentato un modello di auto che si guida da sola, Ford, il cui ceo ha annunciato che un’auto senza pilota potrà arrivare sul mercato entro cinque anni, anche se probabilmente non sarà una Ford. La stima è d’altra parte in linea con una previsione della società di consulenza Kpmg, che ha previsto il 2018 come anno di ingresso di questi modelli sul mercato, per i quali il pieno sviluppo si avrà nel 2025.

Fonte: Kpmg

A ben guardare sono solo dieci anni. «Noi siamo coinvolti in un sistema di auto-pilota di Audi - dice a Linkiesta Giacomo Cacciabue, Global Key Account Manager di Kostal, società di componentistica con testa in Germania -. La tecnologia è già pronta. Il passo da fare è solo culturale: bisognerà che i clienti si fidino a non guidare e rinuncino all’idea di guidare per piacere. Molto dipenderà dalle regolamentazioni pubbliche». La prima casa automobilistica che ci arriverà «avrà un grandissimo vantaggio di immagine». Le altre dovranno seguire, con prodotti sviluppati in proprio o comprati da altri. A quanto non si sa, né quando. «A seconda dei contratti - continua Cacciabue - ci possono essere esclusive o royalty così alte da scoraggiare l’acquisto». 

Di fronte a tempi di presentazione sul mercato così ravvicinato, l’attendismo di Fca potrebbe rivelarsi miope. Marchionne da Detroit ha detto di voler evitare costose fughe in avanti nelle auto che si guidano da solo. Anche in questo caso potrebbe vincere, scommettendo o che rimangano tecnologie di nicchia o di poter comprare ex post senza troppi danni. In caso contrario, però, la competitività di Fca sarebbe a rischio. 

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